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Voglio qui rievocare un episodio di 150 anni fa, sostanzialmente rimosso dalla storiografia, ossia quello dei cosiddetti “Vespri Nizzardi”, una sollevazione popolare tesa a staccare la città rivierasca dalla sovranità francese (allora era un anniversario piuttosto recente, in quanto il passaggio di sovranità era avvenuto solo 11 anni prima). Il nome del moto venne coniato su quello dei “Vespri Siciliani”, anch’essa, del resto, una sollevazione antifrancese. Il partito filoitaliano o separatista (cui appartenevano non pochi francesi naturalizzati sardi, che erano emigrati a Nizza perché contrari al regime di Napoleone il piccolo, del quale si trovarono nuovamente sudditi loro malgrado…) sorse subito dopo la cessione della città alla Francia. Molti nizzardi abbandonarono la città e la Contea, ma non tutti, a dispetto dei loro sentimenti, potevano farlo, non era una decisione che si poteva prendere a cuor leggero. Tante famiglie nizzarde avevano donato il proprio sangue, dal 1848 in poi, per un altro Tricolore e queste erano cose che non si potevano dimenticare facilmente. Il 1° settembre 1870 crolla a Sédan, sotto l’urto dei cannoni prussiani, il regime bonapartista e allora il partito nizzardo filoitaliano rialza la testa, sperando in quello che, legittimamente, è considerato il più grande concittadino vivente, ossia il generale Giuseppe Garibaldi. Garibaldi, che fino a poco tempo prima pareva piuttosto incline a raccogliere un’armata di volontari per abbattere, a fianco dei prussiani, l’odiato Napoleone III, una volta proclamata la repubblica decise di mettere la propria spada al suo servizio e riuscì così, unico generale imbattuto, a salvare l’onore delle armi francesi a Digione, riuscendo a strappare una bandiera ai prussiani. Dopo dieci anni di sola stampa periodica in lingua francese, il 6 novembre 1870 uscì a Nizza di nuovo un quotidiano in lingua italiana, “Il Diritto di Nizza”, diretto dal valoroso giornalista Giuseppe André, colui che ci lascerà una preziosa ed appassionata cronaca di quel periodo nel libro “Nizza negli ultimi quattro anni”, uscito nel 1875 presso la Tipografia Giletta, in Via delle Ponciette 17 – 15  (l’André adoperava sempre non solo la toponomastica italiana, ma anche l’odonomastica). Il quotidiano dava concretamente la voce alla parte italofila della popolazione nizzarda che, con la proclamazione della repubblica, non ebbe più timore di uscire allo scoperto. Appena proclamata la repubblica, una folla entusiasta era passata in corteo per le vie della città cantando inni patriottici italiani fin sotto le finestre del consolato d’Italia. Si costituì inoltre la Guardia Nazionale, che divenne subito un baluardo dell’italianità cittadina, la quale trovò nuovo slancio dopo la liberazione di Roma. Piazza Napoleone III (già Piazza Vittorio Emanuele I) divenne Piazza Garibaldi, nome che porta tuttora. Era facile intuire, con questo clima, come sarebbero andate le prossime elezioni municipali, che il prefetto Baragnon fece sospendere e pose in istato di assedio la città. Alla fine di ottobre egli venne sostituito dal prefetto Dufraisse, che passava per moderato. La generosa offerta di Garibaldi alla repubblica francese giunse, poi, ad alimentare nuove speranze, riportate addirittura dalla stampa francese: forse l’impegno guerriero del Duce delle Camicie Rosse avrebbe avuto, come compenso, il ritorno della città rivierasca alla madrepatria? Il governo italiano, benché sollecitato in tal senso dalla Prussia, non volle agitare la questione nizzarda. Un esponente della Sinistra, il deputato milanese Mauro Macchi (si pensi che nel 1860 al Parlamento di Torino fu uno di coloro che con maggior vigore si era battuto contro la cessione della città!) scrisse addirittura un opuscolo filofrancese con molte infelici considerazioni sulla storia di Nizza. A lui rispose, con lo sdegnato scritto “I Nizzardi e l’Italia”, un esule nizzardo trasferitosi a Savona, il prof. Antonio Fenocchio, il quale affermava che “…tutta la storia di Nizza è una protesta contro la nostra separazione dall’Italia, contro la nostra incorporazione alla Gallia…”, sottolineando le numerose manifestazioni di italianità successive alla dolorosa cessione: 500 nizzardi con Garibaldi in Italia meridionale, generose offerte da Nizza per i colerosi di Ancona e per varie iniziative patriottiche, volontari nizzardi in Aspromonte nel 1862, in Trentino nel 1866 e a Mentana nel 1867, per terminare con le manifestazioni antifrancesi dei giorni immediatamente precedenti la pubblicazione dello scritto. Manifestazioni che, però, venivano represse duramente dal neoprefetto Dufraisse, già perseguitato dal Bonaparte e che in passato si era addirittura espresso a favore dell’italianità di Nizza. Ora, invece, espelleva dalla città i patrioti e, continua il Fenocchio, “…ne scaccia persino gli assenti ed invia i suoi gendarmi ad arrestare in città chi da un mese ne era uscito, siccome accadde a me stesso, che, partitomi da Nizza il 12 di ottobre, sono da lui  mandato ad arrestare nella casa paterna il 14 novembre, e ne sono gratificato di un nuovo decreto di esilio, per accusa mossa a me, che me ne stavo insegnando nel Liceo di Savona, di essere pure allora a Nizza fomentatore di sognate dimostrazioni contro il suo pascialicato…è una bella libertà…quella che ci ha regalato…la repubblica francese, tale che potria disgradarsene il governo del Russo! (…) Che miracolo pertanto se i Nizzardi preferirebbero il semplice Statuto nazionale d’Italia alla esotica repubblica della Francia?”. L’8 febbraio 1871 si svolgono le elezioni per inviare quattro deputati all’Assemblea Nazionale di Bordeaux: vengono eletti tre deputati del partito separatista: Garibaldi (eletto in più dipartimenti, ma opterà per quello della città natale), e gli avvocati Costantino Bergondi e Luigi Piccon ed il prefetto Dufraisse, candidatosi in spregio alla legge essendo in carica, il quale prende oltre 4000 preferenze in meno di Alfredo Borriglione, primo dei non eletti del partito separatista. Il modo nel quale Garibaldi verrà trattato a Bordeaux, ne esiste la testimonianza indignata di Victor Hugo, costituisce una delle pagine più vergognose della storia parlamentare di tutti i tempi e converrà ritornarci sopra in futuro, ma adesso conviene tornare a Nizza, dove il giorno successivo l’adirato Dufraisse invia la polizia a chiudere il quotidiano in lingua italiana. E’ lì, allora, che scoppiano i veri e propri disordini separatisti, con numerosi feriti (solo per caso non ci scappò il morto). La brutalità con cui si comportavano i poliziotti ed i militari francesi fece aumentare la tensione. Al suo secondo numero, che esce incompleto, viene soppresso il quotidiano “La Voce di Nizza” (l’ultimo quotidiano nizzardo in lingua italiana, “Il Pensiero di Nizza”, verrà invece soppresso con una legge ad hoc nel 1895, per ironia della sorte il suo direttore, il già ricordato Giuseppe André, che aveva diretto un giornale in lingua italiana in Francia, andrà a dirigere un giornale in lingua francese in Italia…). La rivolta viene sedata dopo tre giorni, l’11 febbraio. Consiglio di leggere, a chi volesse approfondire, i capitoli dedicati a questa vicenda contenuti nella monumentale opera di Alain Roullier – Laurens, “Garibaldi et Nice”, pubblicata dalle Edizioni FEEL a Nizza nel 2009, con prefazione di Giuseppe Garibaldi, pronipote dell’Eroe dei Due Mondi. Interessante sarebbe anche la lettura del libro di Enrico Sappia, uno dei protagonisti della vicenda, “Nizza contemporanea”, pubblicato a Londra nel 1871, ma è rarissimo. E’ più facile trovare la sua traduzione in francese, uscita a Nizza nel 2006, centenario della morte dell’autore. In Italia difese a spada tratta le ragioni dei moti il quotidiano torinese “Gazzetta del Popolo”, diretto dal nizzardo Giovanni Battista Bottero, mentre sorsero comitati di esuli nizzardi che vollero far sentire le proprie ragioni ai rappresentanti diplomatici stranieri accreditati presso il Governo del Regno d’Italia. Garibaldi, da alcuni storici accusato di esser stato troppo poco deciso sulla questione, non rinnegò mai le proprie idee nelle epoche successive ai fatti. Il 25 novembre del 1871 scrive al nizzardo Eugenio Lavagna emigrato a Ravenna (forse qualche lettore di quelle parti ricorda la bella libreria Lavagna che esisteva fino a non molti anni fa): “Negare l’italianità di Nizza è negare la luce del sole”. Il 17 maggio 1881, disgustato dall’occupazione francese della Tunisia, scrive sul giornale “La Riforma”: “…la Corsica e Nizza sono francesi come io sono tartaro…” (a Nizza mi è capitato di acquistare una maglietta con l’effige del Generale e la frase, in nizzardo: “NIssa es fransesa couma ieu sieu tartarou”, evidente l’ispirazione allo scritto garibaldino) e persino nel suo ultimo scritto, del 19 maggio 1882, un paio di settimane prima della morte, afferma, rivolto alla gioventù italiana: “La Corsica e Nizza non devono appartenere alla Francia: e verrà il giorno in cui l’Italia, conscia del suo valore, reclamerà a ponente e a levante le sue province che vergognosamente languono sotto la dominazione straniera”.

Di seguito una canzone moderna in nizzardo: