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Le lingue storico-naturali intrattengono rapporti reciproci di varia natura e dunque possono essere riorganizzate in raggruppamenti internamente omogenei. Possono essere classificate per elementi (foneticamente) comuni e simili: derivano dalla stessa lingua madre, appartengono alla medesima famiglia linguistica. -Ma questa classificazione non garantisce l’uniformità strutturale delle lingue. Un altro approccio per classificarle è la tipologia linguistica: in virtù delle affinità strutturali, a prescindere dalle relazioni genetiche. Il parametro fondamentale per la classificazione tipologica nel campo della sintassi è l’ordine dei costituenti, ossia l’ordine in cui gli elementi della frase dichiarativa o di particolari sintagmi vengono disposti. Si presuppone che l’organizzazione del materiale linguistico in costrutti diversi avvenga in base a principi largamente condivisi. Ma non in tutte le lingue l’ordine dei costituenti ha la funzione di marcare i ruoli sintattici (in italiano sì, in latino no). Una frase indipendente dichiarativa può essere segmentata in tre costituenti: Soggetto (S), Verbo (V), Oggetto (O). Le loro posizioni sono le basi della tipologia sintattica. In base alle correlazioni dei tre parametri abbiamo 6 tipi: SOV, SVO, VSO, VOS, OVS, OSV. Solo i primi tre sono ampiamente attestati. Per esempio il latino è SOV. La tipologia morfologica presuppone l’azione di due parametri:

  • Indice di sintesi, concerne il numero di morfemi individuabili in una parola
  • Indice di fusione, riguarda la segmentabilità della parola stessa, ossia il grado di difficoltà con cui vengono individuati i confini dei morfemi

Grazie a ciò possiamo individuare 4 tipi di riferimento: ISOLANTE, POLISINTETICO, AGGLUTINANTE, FUSIVO. Le distinzioni in questione si basano sulla classificazione dei morfemi. I morfemi sono i costituenti di una parola: “gatto” ha due morfemi, /gatt/ indica il significato, invece /o/ indica il genere e il numero. In base all’indice di sintesi abbiamo:

  • Lingue isolanti = valore minimo. Ogni parola tende a essere monomorfemica; ogni morfema è invariabile nella forma e in genere esprime un solo significato. I morfemi non si combinano mai tra loro e quindi non esistono confini tra morfemi (indice di fusione = nullo).

Una stessa parola può svolgere più funzioni sintattiche senza alterare la propria configurazione formale = casi di “conversione” o “derivazione zero”: un elemento cambia la propria categoria sintattica senza l’aggiunta di materiale linguistico (cinese mandarino e vietnamita)

  • Lingue polisintetiche = valore massimo. Esse concentrano all’interno della stessa unità lessicale un numero piuttosto elevato di morfemi, giungendo a condensare in una sola parola più informazioni (eschimese)
  • Lingue agglutinanti = valore medio-alto. Le parole hanno un buon numero di morfemi (ungherese)
  • Lingue fusive = valore medio-basso. La possibilità di far convergere più unità semantiche su un singolo morfema consente di ridurre il numero complessivo dei morfemi all’interno della parola (latino).

In base all’indice di fusione abbiamo:

  • Lingue agglutinanti = minor indice di fusione. La parola consta di più morfemi e di norma si tende a disporre i morfemi in sequenza senza che i rispettivi confini si confondano. Ogni morfema adempie a una sola ben definita funzione
  • Lingue fusive = valore dell’indice di fusione massimo. I confini tra un morfema e un altro perdono visibilità. Più categorie semantico-funzionali si concentrano in un unico morfema
  • Lingue polisintetiche = valori intermedi.

Di tipologia lessicale si è occupata una ricerca notissima condotta di Berlin e Kay negli anni ’70 del novecento che scandagliava a fondo la terminologia utilizzata per codificare le relazioni di parentela e il lessico dei colori. Hanno individuato 11 colori che sembrano essere riconosciuti e indicati allo stesso modo dai parlanti di oltre cento lingue incluse nel campione. Le classi cromatiche si dispongono in una gerarchia organizzata in modo rigidamente implicazionale (il termine successivo implica la presenza di quello precedente):

  • Bianco e/o nero; rosso; giallo e/o verde; blu; marrone; porpora e/o rosa e/o arancio e/o grigio. Spiegazione: se in una lingua esistono solo 2 termini per indicare i colori non possono che non essere bianco e nero; se 3 termini, sono bianco, nero e rosso; se 4 termini, sono bianco, nero, rosso, giallo; e così via.

Queste 11 categorie non coprono l’intera gamma di variazione cromatica: vi sono lingue che dispongono di più di 11 termini. Non è detto che vi sia una corrispondenza biunivoca tra classi cromatiche e unità lessicali: uno stesso colore può essere espresso da due o più termini distinti. Quando si parla di significato di una parola deve essere fatta una distinzione fra significato inteso in senso generale come valore attribuito a qualcosa e significato linguistico. Sono state formulate delle ipotesi, che elenchiamo brevemente. Secondo la teoria referenziale del significato le parole sono lo strumento attraverso il quale facciamo riferimento a quello che esiste e accade nel mondo.  Il significato delle parole consiste quindi nella capacità di stabilire una relazione con gli elementi della realtà esistente al di fuori della lingua. Le parole non hanno un riferimento in sé ma lo hanno quando sono utilizzate per riferirsi a qualcosa.  L’atto del riferimento può aver luogo da due procedimenti diversi: quello della denotazione e quello della designazione. La teoria referenziale è alla base degli studi della semantica formale, per cui il significato si basa sul riferimento. La nozione di riferimento ha avuto diverse interpretazioni, una più ampia secondo la quale ciascun elemento della lingua quando utilizzato istituisce un riferimento con la realtà extra linguistica, un’interpretazione invece più ristretta è che è necessario distinguere fra due tipi di atti linguistici: gli atti che possiamo compiere attraverso il linguaggio cioè l’atto del riferimento e poi l’atto della predicazione: attraverso quello del riferimento identifichiamo oggetti del mondo, attraverso il secondo attribuiamo a questi oggetti delle proprietà. Altri approcci dello studio del significato sono quello mentalista o concettuale. Il riferimento che attraverso le parole instauriamo con l’entità del mondo reale non è diretto ma mediato dall’immagine mentale che noi costruiamo di questa entità.  Queste immagini mentali sono chiamate concetti, associati alle parole. Da qui abbiamo il triangolo semiotico, che è costituito dalle parole, dalla realtà e dal concetto che le unisce.  Quindi le parole non fanno riferimento direttamente alla realtà extra linguistica ma fanno riferimento al modo in cui questa realtà è concettualizzata e categorizzata cioè costruita nella mente del parlante. Va osservato che il ruolo del pensiero come mediatore fra la lingua e il mondo non è sconosciuto alle teorie del riferimento con le quali condividono l’idea aristotelica secondo la quale nel linguaggio entrano in gioco tre ordini di entità: le cose, le immagini mentali delle cose e i suoni. La mediazione del piano concettuale è indispensabile per poter rendere conto di vari fatti ad esempio del fatto che attraverso le parole possiamo parlare non solo di entità esistenti nel mondo e di eventi che accadono nel mondo ma anche di cose astratte ad esempio qualità e stati d’animo. È  noto che uno stesso evento può essere espresso linguisticamente in più modi cioè a partire da diverse prospettive. Secondo la teoria mentalista è opportuno considerare il concetto come la rappresentazione mentale che noi abbiamo di un’entità reale o fittizia che sia e supporre che le parole acquistano significato grazie al fatto di essere associate a un concetto. L’approccio mentalista è alla base della semantica cognitiva che studia i fenomeni semantici enfatizzandone il rapporto con le diverse abilità della mente umana. Invece l’approccio cognitivista si distingue rispetto agli altri perché pone l’accento sugli aspetti psicologici del significato, enfatizza il legame esistente fra l’attività di concettualizzazione dell’individuo e la sua esperienza fisico percettiva e stabilisce una sorta di identità fra il significato di una parola e il concetto alla quale questa fa riferimento.  il concetto non è una fotografia della realtà ma un’interpretazione o una ricostruzione della realtà realizzata dalla mente e in questa ottica è esaltato il ruolo dell’individuo della sua attività di concettualizzazione. Si ritiene che le modalità secondo la quale un individuo concettualizza i dati siano legate alla sua esperienza sensoriale ad esempio per mettere in atto delle categorizzazioni astratte parte dalla metaforizzazione dei dati concreti. Secondo gli studiosi che ritengono importante mantenere una distinzione fra il piano concettuale e il piano del significato uno dei motivi principali è che questa distinzione permette di rappresentare più chiaramente le divergenze esistenti fra le lingue relativamente ai modi in cui uno stesso concetto è codificato nel lessico e al fatto che non tutti i concetti sono sistematicamente lessicalizzati. Una interessante distinzione è quella fra concetti cognitivi e concetti lessicalizzati: quelli lessicalizzati formano il significato lessicale di una parola, quelli cognitivi sono delle entità instabili possono essere differenti individualmente e culturalmente a seconda dei criteri rilevanti per la società. Quelli lessicalizzati invece sono ancorati a una forma lessicale e quindi sono più stabili se non  fosse  così non sarebbero in grado di assicurare la riuscita della comunicazione. I concetti cognitivi appartengono a una struttura mentale, quelli lessicalizzati invece appartengono alla struttura linguistica; quelli cognitivi possono essere considerati a un livello astratto degli universali, quelli lessicalizzati non sono universali perché sono lessicalizzati in una determinata lingua e quindi sono diversi da lingua a lingua. Una terza interpretazione della natura del significato è chiamata strutturale, in base alla quale il significato ha in primo luogo una natura relazionale.  Secondo questa teoria il significato di una parola non consiste solo nel suo riferirsi a un oggetto o nel suo rimandare all’immagine mentale che abbiamo di questo oggetto, quanto nello specifico valore che la parola assume in relazione alle altre parole presenti nella lingua che fanno parte dello stesso campo semantico e designano oggetti più o meno analoghi. Secondo questa interpretazione ciò che ha rilevanza nel determinare il significato di una parola non è solo una natura dell’oggetto in sé o il modo in cui l’oggetto è concettualizzato quanto la quantità o il tipo di parole di cui la lingua dispone per nominare quella classe di oggetti e quindi il modo in cui la lingua attraverso le parole-segmenti organizza gerarchicamente un determinato ambito concettuale che non ha confini precisi. La nozione chiave di questo approccio è quella di valore. Un’ulteriore teoria del significato è quella basata sul prototipo. Questa teoria costituisce uno degli sviluppi della teoria mentalista ed è la teoria condivisa dalla maggior parte degli studiosi. La nozione di prototipo è quella di un elemento esemplare di una categoria. È stata indagata nell’ambito della psicologia delle scienze cognitive. Questi studi avevano come interesse principale quello di chiarire come organizziamo in categorie i dati che provengono dalla nostra esperienza del mondo, cioè come costruiamo delle categorie concettuali specialmente a partire da dati concreti. Gli studi  sulla nozione di prototipo offrono un’interpretazione del concetto di categoria e del processo di categorizzazione alternativa a quella tradizionale. Nella concezione tradizionale la categoria è concepita come un insieme di elementi che hanno lo stesso status definito da una serie di tratti che sono chiamati condizioni di necessità e sufficienza e caratterizzati da confini netti. Secondo la teoria dei prototipi la categoria è interpretata come un insieme di elementi che vede al centro un elemento esemplare, il prototipo, e attorno ad esso, in gradi diversi di similarità, altri elementi che si avvicinano più o meno al prototipo. In ambito computazionale si è affermata  recentemente una metodologia di analisi e di rappresentazioni del significato chiamata semantica distribuzionale. L’ipotesi dice che è possibile caratterizzare il significato delle parole in modo relazionale, cioè l’una rispetto all’altra, confrontando il set di contesti in cui ciascuna compare: tanto più simili sono i set di contesti, tanto più simili sono i loro significati. L’ipotesi della distribuzione è correlata alle procedure di identificazione del significato tipiche della tradizione strutturalista. Questa ipotesi ha guadagnato oggi un nuovo slancio grazie alla disponibilità di corpora di grandi dimensioni consultabili su supporto informativo e di tecniche statistiche più sofisticate per estrarre i profili di distribuzione delle parole in modo rapido. Queste condizioni hanno consentito di tradurre l’ipotesi distribuzionale in un modello computazionale di rappresentazione del significato chiamato World Space Model. Questo modello è fondato su una metafora spaziale secondo la quale il significato di una parola è un luogo in uno spazio concettuale e la somiglianza semantica tra due parole può essere interpretata come vicinanza in questo spazio. In ogni lavoro di traduzione rientra il problema del significato. Il Modello integrato di Snell-Hornby considera una serie di livelli. Il primo livello (A) è dato da tipologie di traduzione per macro categorie: Liberary translation (traduzione letteraria), General language traslation (traduzione generalista), Special language translation (traduzione specialistica). Pone queste diverse tipologie di traduzione su un continuum, per cui non c’è una netta separazione tra di loro. Il secondo livello (B) individua una serie di tipologie testuali prototipiche, per esempio, nel campo della traduzione letteraria rientrano la Bibbia, film, poesia, letteratura moderna. Nel campo della traduzione generalista rientrano gli articoli di giornale/testi informativi e poi testi pubblicitari. Nel campo della traduzione specialistica rientrano i testi legali, i testi di economia, di medicina ecc. Livello C: il traduttore considera i testi della traduzione letteraria riconducibili alla storia letteraria e agli studi letterari in generale. Invece, nell’ambito della traduzione specialistica, egli considera studi che riguardano aspetti socio-culturali; nell’ambito della traduzione specializzata si rifanno a studi di dominio. Livello D: anche qui si tratta di un continuum che mette in rilievo gli aspetti creativi della traduzione per quanto riguarda i testi letterari passando per la traduzione generalista in cui, appunto, la studiosa sottolinea come si restringe il modo di interpretazione fino ad arrivare alla traduzione specialistica in cui si deve ottenere un’identità dal punto di vista del contenuto tra il testo di partenza e il testo di arrivo, perché ovviamente nei testi di tipo tecnico-scientifico (traduzione specialistica) ciò che è importante è soprattutto il contenuto (se stiamo traducendo il manuale di un aereo bisogna fare attenzione soprattutto al contenuto tradotto, invece se si traduce una poesia probabilmente bisogna fare più attenzione agli aspetti culturali, prendere in considerazione, molto spesso, o il contenuto o la forma). Dunque, l’aspetto creativo e ricreativo della dimensione linguistica nella traduzione letteraria è molto importante, mentre nella traduzione specialistica, ciò che è fondamentale è il contenuto non invariato dal testo di partenza al testo di arrivo. Livello E: riguarda tutte le diverse discipline linguistiche che danno il loro contributo a diverse tipologie di traduzione. Quindi si va dagli aspetti di linguistica storica negli esempi di traduzione letteraria a aspetti che riguardano la terminologia negli esempi di traduzione di tipo specialistico. Livello F: riguarda aspetti della fonologia, ritmo, sonorità principalmente applicabili nella traduzione letteraria e generalista.  Questo modello è importante perché richiama l’attenzione sulle diverse tipologie di traduzione, sugli aspetti che riguardano la tipologia testuale, le discipline non linguistiche che sono importanti nelle diverse tipologie di traduzione, gli aspetti creativi e non. Nella traduzione anche gli aspetti della storia linguistica sono fondamentali perché, ad esempio, nel tradurre un manuale di medicina dell’800 ci rendiamo conto che il linguaggio tecnico-scientifico è cambiato rispetto ad oggi. Da tener presente che i testi sono sempre ibridi e quindi bisogna considerare i diversi aspetti. Queste categorie testuali non vanno intese rigidamente, nessun testo è esclusivamente espressione di uno scopo. Ciò che il traduttore deve cogliere è l’intento pragmatico prevalente, senza però trascurare la funzione di porzioni di testo che pure contribuiscono all’effetto globale. In conclusione, i tipi testuali sono un utile strumento di orientamento per il traduttore, la cui attenzione sarà così guidata a cogliere le caratteristiche del testo, ma non bisogna mai perdere di vista la possibile, pressoché inevitabile alternanza e compresenza di tipi diversi di testo. Tutte le tassonomie sono utili a definire le norme, ma anche a individuare le deviazioni da queste ultime, che vanno preservate nella traduzione. Un’opera teatrale, per esempio, assomma molti scopi comunicativi. Non vuole solo intrattenere ma anche informare. Il teatro ha uno statuto particolare rispetto ad altri tipi di scrittura letteraria. In linea di massima è fatto per essere recitato. Prevede il momento pragmatico della messinscena. Di fatto, il teatro ha questa dimensione che lo lega all’oralità. Chiaramente tale fatto ha delle profonde implicazioni di carattere linguistico. Ha un maggiore carattere parlato rispetto alle altre scritture. Dipende anche dalla diacronia: il rapporto con il parlato non si è avuto sempre e in tutte le epoche. Soprattutto non si è avuto sempre per la tragedia e per la commedia. Finché c’è stata questa divisione, in genere la tragedia è stata più lontana dal parlato e in versi, mentre la commedia è più vicina al parlato e generalmente in prosa. I due linguaggi teatrali (tragedia e commedia) sono molto distanti tra di loro. È abbastanza ovvio che la lingua della tragedia ha una vicinanza stretta con la poesia lirica. Ci sono fenomeni linguistici molto simili tra questi due generi. Questo già nella tragedia cinquecentesca e poi nella tragedia settecentesca (Maffei e Alfieri). Non mancano elementi pragmatici legati all’aspetto teatrale, però la metrica, il lessico e la sintassi sono piuttosto vicine a quelle della poesia. Se vogliamo fare un taglio molto profondo, dobbiamo indicare che, linguisticamente parlando, il teatro in italiano è fondamentalmente quello della commedia. Ciò che rimane fuori dal percorso della storia del teatro soprattutto è la tragedia. Le due tragedie italiane più importanti sono l’Adelchi e il Conte di Carmagnola di Manzoni. Hanno un linguaggio non teatrale in senso stretto ma poetico. Sono escluse anche la tragicommedia e il dramma pastorale. Pure il dramma pastorale ha una maggiore vicinanza alla poesia lirica che non alla commedia. Le due grandi opere di questo genere sono l’Aminta di Tasso e Il pastor Fido di Guarini. È coerente la scelta di non comprendere un testo come l’Aminta perché è lontanissimo dalla commedia dal punto di vista linguistico, ha più che altro delle vere e proprie parti liriche. Un altro problema è l’arrivo nel novecento di testi che sfuggono alla dicotomia tra tragico e comico, e sono un po’ trascurati. Altresì di testi che non sono veri e propri testi d’autore, facciamo l’esempio delle riscritture, o testi che hanno nell’elemento della vocalità il loro aspetto più rilevante e quindi sfuggono a un’analisi strettamente linguistica. Carmelo Bene non viene nominato ed è comprensibile, perché le sue sono più che altro riscritture, tipo i vari Amleti. Ci sarebbe anche Nostra Signora di Turchia. Il testo teatrale come è stato concepito in italiano, è abbastanza estraneo alla tecnica di Carmelo Bene. Così come esperienze più recenti di teatro che non sono comprese. Non c’è Svevo per esempio, c’è anche da dire che per lui il teatro non è certamente la cosa che gli è riuscita meglio. Riguardo l’esordio cinquecentesco della commedia in Italia, bisogna dire che la commedia non è il genere che più si presta al processo di normalizzazione della lingua. Se la commedia dovrebbe essere il genere che più di altri si avvicina al parlato, Bembo (il codificatore cinquecentesco della lingua italiana sull’esempio del volgare fiorentino) diceva chiaramente che qualunque tipo di scrittura deve allontanarsi il più possibile dal parlato per avere grandezza (rivolge esplicitamente il discorso a chi scrive orazioni pubbliche e commedie). Un genere che allora era nascente, la commedia, basata sul parlato, si trova sùbito con le ali tarpate. Quell’elemento di regolazione linguistica che poteva non nuocere alla poesia, era invece un grave peso per la commedia. Ariosto, nell’ultima edizione dell’Orlando, applica le teorie di Bembo, per esempio l’articolo “el” che diventa “il”. Queste soluzioni linguistiche e la bembizzazione della sua lingua, che non hanno danneggiato l’Orlando, avrebbero danneggiato la commedia. È notevole il fatto che nel 1486 a Ferrara, alla corte di Ercole I d’Este, avviene la prima rappresentazione pubblica di una commedia classica che viene tradotta in volgare. La commedia assume un titolo italianizzato, I menechini, la fonte da cui attinge sono I menecmi di Plauto (i fratelli gemelli). È uno spettacolo di grande importanza, che Ercole I volle per un pubblico largo (2000 persone), proveniente da vari strati sociali, per una durata di 4 ore. Il traduttore fu probabilmente Battista Guarini. Rispetto alla comicità, a volte con forti sbilanciamenti espressivi e con l’uso di registri bassi, lessico basso, di Plauto, il volgarizzamento tende a dare un tono più medio allo stile plautino, più uniforme, senza sbalzi espressivi. La lingua latina di Plauto, che ha forti escursioni verso il basso, viene riportata alla medietà dell’uso letterario. Siamo a Ferrara e ci troviamo di fronte a una coinè cortigiana, con elementi di area padana. L’esuberanza della commedia plautina viene smorzata e portata su una lingua più letteraria. Le prime occorrenze rilevanti della commedia sono tutte e due riconducibili ad Ariosto: Cassaria e Suppositi. Noi lo conosciamo maggiormente per l’Orlando Furioso. Nel Carnevale nel 1508 si tiene la prima rappresentazione della Cassaria di Ariosto. Questa rappresentazione può essere considerata l’atto di nascita della commedia italiana, perché l’episodio precedente era solo un volgarizzamento di un testo latino. Questo è presente ancora in modo ambivalente nella Cassaria di Ariosto, che rappresenta una specie di modello di quella che sarà la scena cittadina della commedia del Cinquecento. Ariosto afferma che c’è una certa libertà rispetto ai classici, tuttavia non mancano degli elementi di compromesso. Per esempio l’ambientazione esplicita è a Metellino, cioè Mitilene, sull’Isola di Lesbo. Questa dipendenza dai classici si attenua con i Suppositi, che già l’anno dopo è ambientata nella città di Ferrara, dove viene rappresentata. I problemi linguistici sono notevoli. Queste opere sono importanti, anche se il capolavoro teatrale di Ariosto sarà Lena. I primi esempi di commedia italiana, oltre a fornire un modello della commedia italiana moderna, rinascimentale, tuttavia pongono dei problemi. In che lingua si può esprimere Ariosto in una commedia? Minori problemi li aveva per il Furioso. Dal punto di vista diacronico siamo ancora a monte rispetto alle teorie di Bembo, tuttavia Ariosto si pone un problema sulla lingua. Una lingua che ha elementi toscani ma con alternanza di elementi settentrionali e latinismi. A volte sceglie soluzioni fonomorfologiche non toscane, ad ogni modo il problema di fondo è cosa riesce a fare con questa lingua. L’efficacia della commedia generalmente è basata sulla naturalezza, su alcuni scherzi comici, le freddure, le battute, gli aspetti più propriamente comici in senso stretto. È opinione di tutti che ad Ariosto questo non riesca molto bene. Tanto più riuscirà nelle riscritture che fa di queste commedie 20 anni dopo, che saranno in versi. La Lena è fin da subito in versi. Colui che per primo fece delle riserve sulla naturalezza di quelle prime due commedie fu Machiavelli.

Bibliografia

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  • C. Giovanardi, P. Trifone, La lingua del teatro, Bologna 2015;
  • N. Grandi, Fondamenti di tipologia linguistica, Roma 2014;
  • E. Jezek, Lessico. Classi di parole, strutture, combinazioni, Bologna 2011.