944 utenti hanno letto questo articolo

In settembre mi sono recato a Feltre, graziosa cittadina in provincia di Belluno, ai piedi delle Dolomiti, per partecipare all’assemblea del GISM, Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, associazione della quale faccio parte; ho portato i saluti del Centro Pannunzio, auspicando una collaborazione tra le due associazioni (del resto molti soci del GISM sono piemontesi o vivono in Piemonte). Per l’occasione ho buttato giù qualche appunto, teso a dimostrare il più che legittimo inserimento della bella cittadina ai piedi delle Dolomiti nel solco della tradizione garibaldina.

L’Eroe dei Due mondi giunse a Feltre la sera del 3 marzo 1867, accolto dal suono di una tromba che riprendeva le note della sveglia di Calatafimi, suonata probabilmente dal feltrino Antonio Paoletti (1832 – 1896), già trombettiere dei Cacciatori delle Alpi nel 1859.

Che cosa era venuto a fare, a Feltre, Garibaldi? Era giunto, soprattutto, per sostenere l’elezione alla Camera dei Deputati di Filippo De Boni (1816 – 1870), già rappresentante diplomatico della Repubblica Romana presso la Confederazione Elvetica. Il De Boni sarà deputato per tre legislature, senza, peraltro, mai venire eletto a Feltre (era nato in un comune limitrofo), bensì a Tricarico, in Lucania.

Giornalista, polemista di valore e scrittore di un certo nome ai suoi tempi, il De Boni era stato seminarista, divenendo in seguito un acceso anticlericale (un destino simile a quello di Ernest Renan, le idee del quale vennero diffuse e divulgate in Italia anche grazie a Filippo De Boni, del pensatore francese un grande ammiratore).

Nel discorso, tenuto da un balcone di Palazzo Zugni, Garibaldi, oltre ad illustrare in maniera positiva la figura del candidato, ricordandone il pluridecennale esilio in terra elvetica per non aver “patteggiato col dispotismo”, si commosse nel ricordare la perdita della città natale, Nizza, che sarebbe stata venduta “dai preti allo straniero”, e concluse, in sostanza, che ogni prete era un nemico dell’Italia.

Se poco si può replicare alle fondatissime accuse circa le mene delle massime autorità religiose cattoliche nizzarde per far cambiare di sovranità la città rivierasca (in maniera analoga si comportarono, peraltro, anche le massime autorità religiose israelitiche), bisogna riconoscere che Garibaldi fece male a gettare tutti i preti nello stesso calderone. Avrebbe dovuto ricordare che proprio da Arsiè, nelle immediate vicinanze di Feltre, veniva don Angelo Maria Arboit (1826 – 1897), conosciuto in zona come “il cappellano di Garibaldi”, in quanto era stato, nel 1860, cappellano militare nella spedizione garibaldina in Italia meridionale; esibiva sempre con orgoglio la foto con dedica che il Generale gli aveva donato. Venne sospeso a divinis nel 1862, non per il suo passato garibaldino, ma per essersi espresso pubblicamente contro il potere temporale dei papi (le medesime posizioni della Chiesa di oggi, per inciso). La sospensione gli venne tolta solo poco prima della morte (egli mai rinnegò il proprio passato risorgimentale, gli si chiese solo di ritrattare le posizioni in materia teologica) e si ebbe la benedizione del Patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto, il futuro papa Pio X, suo antico compagno di seminario.

Feltre, una città sicuramente non grande o popolosa, diede alla schiera dei Mille ben quattro volontari (nel 1860 la città era ancora sotto il dominio austriaco, assieme a tutto il Veneto: si noti che il Veneto fu la seconda regione italiana, la prima fu la Lombardia, a fornire il maggio numero di volontari alla Spedizione dei Mille), che qui voglio ricordare: Giovanni Pio Curtolo (1839 – 1897), Giacomo De Boni (1832 – 1871), Francesco De Col (1819 – 1884), e Giacomo Miotti (1830 – 1899). Questi aveva già combattuto nelle due prime guerre d’indipendenza e combatterà anche nella terza. I garibaldini dei Mille costituivano, all’interno del mondo combattentistico e del reducismo garibaldino, una sorta di “aristocrazia”, tanto in leggenda era stata trasfigurata quell’impresa.

Ci furono feltrini che combatterono a fianco di Garibaldi anche ad Aspromonte. Tra questi va ricordato, almeno, Giuseppe Guarnieri (1829 – 1888), della vicina Fonzaso. Sotto l’Austria era magistrato ma, per sfuggire ad un probabile arresto, dovette recarsi esule in Piemonte nel 1855. Ad Aspromonte, fu tra i primi ad assistere amorevolmente il ferito Garibaldi e si fece arrestare assieme a lui.

Attaccata a Feltre c’è Pedavena, località famosa per aver dato i natali ad una celebre e gustosa marca di birra. Ebbene, da qui vennero due garibaldini che si guadagnarono, ambedue, la Medaglia d’Argento al Valor Militare nel corso della campagna garibaldina del 1866: il pittore Antonio Crico (1835 – 1899), che diverrà docente di disegno al Ginnasio di Feltre e vicesindaco della città natale,  e l’albergatore Giovanni Zabot (1836 – 1921); anche lo Zabot diverrà amministratore municipale di Pedavena, nonché dirigente locale di associazioni professionali e combattentistiche. Nel 1866 fu con Garibaldi anche Quinto Maddalozzo (1839 – 1883) della limitrofa Arsiè. Era cugino del poeta Arnaldo Fusinato, il famoso cantore del Risorgimento, nato a Schio, ma le cui radici familiari stavano proprio nel Feltrino.

Alcuni feltrini furono anche a Mentana nel 1867: si può dire che non vi sia stata campagna garibaldina in Italia cui non abbiano partecipato anche dei feltrini.

Questi miei appunti, che sarebbero indubbiamente meritevoli di approfondimento, vorrebbero in primo luogo esortare gli studiosi a dedicarsi alla “storia locale” del Risorgimento, in ogni località d’Italia. Si dice che i giovani d’oggi abbiano poco interesse per la storia, ma probabilmente la storia locale, riferendosi a nomi e toponimi che gli sono familiari, potrebbe forse essere il trampolino di lancio per farli interessare alla storia “più grande”. Chissà…