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Giuseppe Garibaldi, italiano, nato a Nizza Marittima, allora appartenente al Regno di Sardegna, il 4/7/1807 e morto a Caprera 2/6/1882, soprannominato I'”Eroe dei due mondi”, era un capo naturale, grande trascinatore di uomini e dotato di grande fascino sulle folle. Fu Lui che, con l’Impresa dei Mille e con l’asprissima azione militare sul Volturno, (1-2 ottobre 1860) provocò la fine del regno delle Due Sicilie, segnando così uno sbocco conclusivo per il nostro Risorgimento del tutto imprevisto dalla diplomazia europea.

La fase del processo di unificazione avviata dalla politica del Cavour, si concluse con i Plebisciti che si svolsero in Toscana e in Emilia nel 1860 e che risultarono favorevoli alla annessione delle suddette parti dell’Italia al regno di Sardegna. Per fare l’Italia mancavano ancora Roma e soprattutto il regno delle Due Sicilie. Il governo piemontese non poteva procedere oltre, se voleva evitare complicazioni internazionali; per la Francia di Napoleone III il regno di Sardegna aveva ottenuto anche troppo. A questo punto perciò l’iniziativa passò nelle mani dei democratici e precisamente nelle mani di Giuseppe Garibaldi, che progettò una nuova spedizione nel regno delle Due Sicilie. Il tentativo compiuto soltanto tre anni prima da Carlo Pisacane era fallito. Ma la situazione intanto era profondamente mutata sia sul piano italiano, sia su quello europeo, perciò Garibaldi aveva maggiori possibilità di successo. La spedizione di Garibaldi, composta da circa mille uomini, partì il 6 maggio 1860 da Quarto presso Genova. Quasi la metà, 434, erano lombardi e di questi ben 180 erano bergamaschi. Cinque giorni più tardi, i Mille sbarcarono a Marsala.

Uno dei garibaldini, Giuseppe Cesare Abba, nell’opera Da Quarto al Volturno: noterelle di uno dei Mille, descrisse con accenni epici la marcia vittoriosa dei Mille e contribuì più di ogni altro a diffondere il mito di Garibaldi: nelle sue pagine Garibaldi appare come l’eroe collocato in alto, “in un cielo di gloria” o come il santo, che passava in processione per le vie dei paesi e delle città meridionali (“la gente si inginocchiava, gli toccavano le staffe, gli baciavano le mani; vidi alzare i bimbi verso di lui come un santo”). In quel mito si incarnava il sentimento nazionale di Patria. L’Impresa dei Mille, con il durissimo e vittorioso scontro di Calatafimi (15 maggio 1860), la presa di Palermo (27 maggio 1860) e la vittoria di Milazzo (20 luglio 1860), diede la misura dell’abilità tattica di Garibaldi, – che si misurò sempre contro forze preponderanti -, e del fascino da lui esercitato sulle popolazioni schieratesi tutte dalla sua parte. Se Mazzini e Cavour furono il simbolo del Risorgimento, bisogna dire che Garibaldi ne fu l’eroe. Le sue gesta, la sua personalità, incisero direttamente e in maniera determinante sul corso storico che doveva poi portare alla completa unificazione della nostra penisola. Garibaldi, anche se privo di studi militari, si rivelò condottiero abilissimo sia nelle azioni marinare, come in quelle terrestri. Alexandre Dumas padre, vedendolo dormire per terra appoggiato alla sella, dopo la dura battaglia di Milazzo, commentò: “Io mi portavo a 2500 anni fa e mi trovavo al capezzale di Cincinnato”. Oggi al Museo del Risorgimento in Roma, presso il Vittoriano, sono custoditi, ad imperitura memoria, moltissimi cimeli relativi al Risorgimento, alle manovre politiche e militari che hanno condotto all’Unità d’Italia. Molti di questi cimeli, naturalmente, si riferiscono al prode Generale: i suoi innumerevoli ritratti, la sciabola, la camicia rossa di combattente della Spedizione dei Mille, lo stivale col foro della pallottola che lo colpì al momento del ferimento sull’Aspromonte, la barella in legno con la quale lo si soccorse. Garibaldi per la sua vita straordinaria e le imprese militari compiute sia in Europa, sia in America Meridionale è considerato dalla storiografia e dalla cultura popolare del XX secolo il principale eroe nazionale italiano. Tra tutte, l’impresa più nota fu ” la vittoriosa spedizione dei Mille che portò all’annessione del Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d’Italia, episodio centrale nel processo di unificazione della nuova Nazione”. Il nostro Eroe non fu soltanto un prode e vittorioso generale, ma anche ” un massone di 33° del Rito Scozzese antico ed accettato, favorevole all’ingresso delle donne in massoneria (tanto da iniziare sua figlia Teresita), ed un valente scrittore anticlericale con un curriculum zeppo di pubblicazioni di politica e di storia, di romanzi ed anche di poesie, alcune delle quali di rilevante significato poetico.