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Gli adulti e la dipendenza digitale, di Giovanni U. Cavallera

Domani

Qualche tempo fa, prima della pandemia, avevo posto la questione della dipendenza digitale dei giovani in età evolutiva su una rivista specialistica di psichiatria[1]. La mia tesi era, ed è tuttora, che i social network rivestano un ruolo decisivo nel modificare lo sviluppo cognitivo e soprattutto siano concepiti per generare una dipendenza con la stessa efficacia delle droghe propriamente dette. Il meccanismo intorno al quale mi dilungavo era quello della FOMO (fear of missing out), vale a dire il controllare compulsivamente uno o più social per via del timore di perdere qualcosa di importante che sarebbe passato negli istanti in cui gli occhi non sono fissi al dispositivo mobile.

Ebbene in questi giorni in cui infuria il demone del dibattito intorno ai vaccini si può osservare che il problema della dipendenza digitale non riguarda soltanto i ragazzi, ma anche gli adulti, e in maniera drammatica. Infatti la fascia d’età che va grosso modo dai 40 anni fino ai 70 è quella che non è nata assieme ai social, ma li ha conosciuti e subiti in età ormai avanzata. Coloro che sono cresciuti con una educazione non digitale hanno dovuto apprendere un nuovo stile di vita e ne sono rimasti conquistati, anzi soggiogati. E la clausura durante la pandemia ha dato il suo pesante contributo in questo senso.

Le app e i servizi sono stati concepiti appositamente per tenerci incollati davanti al dispositivo mobile, che diventa una sorta di appendice del corpo, prende il posto del nostro cervello, poiché è il magazzino da cui attingere e serbare informazioni. Feed di notizie, notifiche e contenuti mirati sono progettati per offrire gratificazioni costanti. Come una slot machine, ogni rilancio o colpo rilascia una piccola quantità di dopamina nel nostro cervello, incoraggiando gli utenti a rinforzare la propria opinione a insistere nella frequentazione di queste piazze virtuali.

Basti guardare i due social preferiti dai non più giovani; Whatsapp e Facebook. Nel primo post citati e ricitati sono inviati continuamente e compulsivamente, dai “buongiorno”, sino alla notizia del momento, condivisa ai propri contatti senza mai approfondire la fonte inziale, il più delle volte una fake news; su Facebook possiamo notare, invece, la condivisione compulsiva, ossessiva, ripetitiva di post intorno a un argomento che genera sensazione in quel momento, sempre con gli stessi contenuti, rinforzati e polemici, senza contraddittorio, con toni sempre più violenti o patetici, compiangendo un personaggio celebre deceduto, adombrando complotti, congiure interplanetarie di “poteri forti” noti a tutti eppure mai esplicitati, attacchi contro il governo di turno e altre istituzioni.

Paradossalmente queste ondate virulente di indignazione, portate avanti come guerre sante col fanatismo e la rabbia dell’impotenza di chi non sa nulla o quasi nulla di quello di cui sta parlando con tanta foga scompaiono dimenticate dopo poche settimane, cancellate totalmente da nuove emozioni (si potrebbe fare una cronistoria delle maree di Facebook, dai necrologi di un defunto, che è sempre il migliore in qualcosa, per poi venire dimenticato dopo una settimana, alle eruzioni di indignazione per un fatto di cronaca, come è avvenuto per il movimento BLM, il “Me Too”, il DDL Zan e ora la campagna vaccinale). Un meccanismo più che rodato, dove oceani di parole hanno la sola funzione di coltivare il risentimento e le frustrazioni degli utenti, non la loro intelligenza o lo spirito critico.

Quel che si evince è che la generazione dai 40 ai 70 anni si è mostrata totalmente inerme contro la potenza assorbitrice dei social. Nessuno ne è esente, neppure chi ha una formazione superiore. Osservando la bacheca di Facebook si può notare come costoro postino dozzine di post al giorno, sempre intorno allo stesso argomento di attualità, perdendo poi tempo a commentare i propri post e quelli di altri. Si può solo immaginare la frenesia, il lavorio, la ricerca spasmodica di frasi o immagini ad effetto, di link utili a controbattere una argomentazione negativa. E poco importa se la fonte di ciò che si condivide sia attendibile o no. Ciò significa vivere incollati a uno schermo, tralasciando tutto, troncando amicizie (o amicizie virtuali), perdendo la capacità di concentrarsi su una questione prima di discuterla, senza avere la decenza di tacere su ciò che non si può dominare. Non si riesce più a leggere un saggio; il richiamo del dispositivo mobile è troppo forte, la mente è altrove, in un limbo enorme e informe di dati che cancella la memoria, ottunde il raziocinio, poiché tutta la memoria di questa popolazione “informata” scompare dopo poco tempo, rimpiazzata da altro.

In questi giorni si parla tanto, e a sproposito, di libertà, senza rendersi conto che coloro che lo fanno, consultando siti senza alcuna referenza e condividendo incessantemente tutto il giorno contenuti dubbi e considerazioni insostenibili sono invece schiavi. Schiavi inconsapevoli in un labirinto di voci e parole. Ciò è preoccupante; la vera e reale sconfitta è questa, e i suoi effetti sono evidenti, solo che molti sono accecati. La dittatura che ci tocca fronteggiare è davanti ai nostri occhi, luminosa, seducente, inarrestabile.


[1] Ripensare il futuro nella scuola dell’Età digitale. La scuola e la Fomo, in “KIP Journal”, 3, 2, 2019, pp. 26-30.

25 Agosto 2021/da user-pannunzio
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