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I giganti in Calabria tra mito e leggenda, di Ruggero Grio

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La mitologia greca è ricca di riferimenti a creature umane di proporzioni gigantesche che popolavano il nostro pianeta. Nella sua Teogonia, Esiodo ci dice che i Giganti erano figli di Urano (il Cielo) e Gea (la Terra). Essi, infatti, nacquero insieme alle Erinni, dalle gocce di sangue di Urano, cadute sulla terra, quando il Dio fu assalito da Crono. Secondo la tradizione i Giganti erano esseri enormi dotati di forza sovraumana, ma mortali, e venivano talvolta raffigurati con aspetto ferino e coda di serpente. Quando Zeus divenne il signore degli Dei, i Giganti emersero dalla terra per dare la scalata all’Olimpo e togliergli il potere: ebbe inizio così una terribile guerra, detta Gigantomachia, che in greco vuol dire appunto “guerra dei Giganti”. Ad essa partecipò anche l’eroe Eracle, che si gettò animosamente nella battaglia trafiggendo i Giganti con le sue infallibili frecce. Alla fine Zeus e gli altri Dei ebbero ragione dei Giganti, che furono sconfitti e scaraventati nel fondo del Tartaro. Nel mito greco questa vittoria dell’Olimpo sui brutali figli della Terra sta a simboleggiare l’avvento di un nuovo ordine, illuminato dalla ragione e dalla giustizia, in luogo di quello precedente dominato dalla cieca ferocia primitiva. La Gigantomachia fu assai spesso raffigurata da valenti artisti, sia su vasi dipinti, sia su fregi scultorei che adornavano i più famosi templi greci ad Atene, a Delfi, a Olimpia. In Sicilia, i Giganti sono identificati nei leggendari fondatori della città di Messina. La leggenda più famosa narra che ai tempi delle invasioni saracene in Sicilia, attorno al 970 d.C. un invasore moro di nome Hassas Ibn-Hamrnar, di corporatura grandissima, sbarcato a Messina, si innamorò della cammarota Marta (cammarota sta ad indicare la provenienza da un celebre quartiere della città di Messina, il Camaro) figlia di re Cosimo II da Castelluccio. Il nome Marta dialettizzato diventò poi Mata. Il pirata chiese la mano della donna, ma le loro nozze furono celebrate solo dopo la conversione del moro al Cristianesimo: il suo nome da Hassas divento Grifo, vale a dire ladro, o meglio, Grifone, data la sua imponente mole.

Mata e Grifone prosperarono ed ebbero moltissimi figli: i Messinesi. I Giganti Mata e Grifone, quali simbolo di libertà, vennero ben presto adottati in molte città siciliane e della Calabria che, come Messina, avevano profondamente subito le devastazioni saracene e turche. In Calabria sopravvivono ancora oggi a Polistena, Siderno, Tropea, Ricadi, Spilinga, Zambrone, Melicucco, Cittanova, Seminara e Palmi. Palmi vanta una storia secolare sull’usanza dei Giganti. L’adozione dei Giganti avvenne per ricordare un evento storico legato alla presenza in città del conte Ruggero I. Fu infatti a Palmi che si radunò l’armata normanna per muovere poi alla conquista della Sicilia.

II conte Ruggero radunò 1.700 fra fanti e Cavalieri, che poi inviò per mare a Reggio. Qui l’armata riposò 15 giorni prima di traghettare a Messina e conquistare la città.

La tradizione dei Giganti processionali che si è diffusa in Calabria è legata al culto dei santi, soprattutto San Rocco e Santa Marina, e della Vergine Maria. I due colossi di cartapesta rappresentano e ricordano allegoricamente la conquista della libertà del popolo calabrese dai predatori saraceni e turchi, che per secoli devastarono la Calabria, apportando ovunque lutti e rovine. 11 Gigante nero chiamato Grifone, raffigura il truce saraceno e, nelle sembianze di una bella e prosperosa popolana, Mata ne è la sua preda.

A Palmi e a Polistena, la sfilata dei Giganti per le vie cittadine è solitamente composta dai Giganti Mata e Grifone, dal cavallo per ricordare il condottiero Ruggero I il normanno, dal palio, del “complesso dei “tamburinari” e della banda. In altri centri della Calabria al posto del cavallo è presente un cammello quale simbolo dei saraceni. La sfilata è accompagnata da un ritmo tipico e martellante di tamburi e a volte dalla banda e dal battito delle mani delle persone.

Il palio è una lunga e pesante pertica di legno con un drappo di seta nei cui lati sono impressi lo stemma civico della città in cui si svolge la sfilata e il monogramma dei santi o della Madonna di cui si celebra la festa. Nel palio di Palmi è impresso il monogramma (M) della Madonna della Sacra Lettera, patrona e protettrice della città. Il palio viene fatto girare dal possente portatore nelle vie principali, nelle piazze e davanti alle chiese, per supplicare la protezione della Sacra Vergine e dei Santi sulla città e sul popolo. Segue ai Giganti il finto cavallo montato da un portatore che, emergendo con metà busto dall’animale, crea una mitica figura di novello centauro a due zampe. Durante il ballo il destriero volteggia tra la coppia gigantesca, cercando di allontanare il baldanzoso Grifone da Mata. A volte, scalpitando e imbizzarrendosi, riesce a dividerli frapponendosi fra loro. Infine, visti inutili i suoi tentativi di dissuadere il Gigante nero dal conquistare Mata, si rassegna marciando contento davanti alla coppia danzante e festosa.

Una marea di popolo allegro e chiassoso, costituito soprattutto da vecchi e bambini, fa da cornice alla sfilata dei Giganti che ogni anno, da secoli, rinnova la gioia dei calabresi per la vittoria sui turchi e i saraceni e la conquista definitiva della pace e della libertà.

E mentre i Giganti passano danzando freneticamente per le principali vie e piazze del centro storico cittadino, ricoperte di coriandoli e petali di rose e addobbate con migliaia di luminarie multicolori, i venditori ambulanti della fiera distribuiscono in gran quantità i famosi mostaccioli di farina e miele che assumono varie forme (gallo, cuore, cane, cavallo, dama, cavaliere, palma etc.) e prendono il nome dialettale di “lnzuddi”.

4 Ottobre 2021/da user-pannunzio
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