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Galileo Galilei nacque a Pisa tre giorni prima che morisse Michelangelo e 21 anni dopo che era morto Copernico. Morì ad Arcetri nell’anno della scoperta della Tasmania e della Nuova Zelanda, 1642.

Visse 78 anni, dal 15.2.1564 al 8.1.1642. Fu longevo per i suoi tempi che videro il massacro dei turchi a Lepanto (1571, il 7 ottobre), la strage di 20.000 Ugonotti in Francia nella notte di S. Bartolomeo (1572, il 24 agosto), la disfatta dell’Invincibile Armada spagnola ad opera degli inglesi (1588), la morte di Elisabetta I Tudor (1603), la guerra dei trent’anni (1618-1648) e la peste a Milano (1628). Fu contemporaneo di Giovanni Keplero e di Williams Harvey, di Giordano Bruno e di Bernardino Telesio, di Tommaso Campanella e di Thomas Hobbes, di Francesco Bacone e di Biagio Pascal, di Ugo Grozio e di Renato Cartesio, del Tintoretto e del Caravaggio, del Palladio e del Bernini, di Torquato Tasso e di Guicciardini, di san Luigi Gonzaga e del cardinale Bellarmino, l’eminenza più grigia del Tribunale dell’Inquisizione nei processi celebrati contro Giordano Bruno, Tommaso Campanella e lo stesso Galileo, reo d’aver puntato una volta nella direzione sbagliata il suo cannocchiale in una notte stellata.

Un occhialaio olandese aveva costruito uno strumento che ingrandiva la visione degli oggetti lontani. Appresa casualmente la cosa, Galilei si adirò con se stesso per non aver pensato prima a quell’aggeggio. Ma in men che non si dica, perfezionò tanto lo strumento che oggi è lui ad essere ricordato come l’inventore del cannocchiale.

Pensava di poterlo sfruttare anche economicamente e per scopi militari, ma il 7 gennaio del 1610, come si legge in un suo scritto, in una fredda e tersa notte di post plenilunio, puntò lo strumento verso il cielo e …l’universo prese a girare in modo diverso.

Da Aristotele in poi, si era ritenuto che il mondo fosse composto di 4 elementi corruttibili: la terra, l’acqua, l’aria ed il fuoco e che i cieli erano invece costituiti da una quinta essenza incorruttibile. Galilei smontò questa affermazione, poiché il cannocchiale gli aveva svelato che la luna, fino ad allora creduta, in base alle Sacre Scritture piatta e lucida superficie riflettente, aveva invece, proprio come la Terra, monti e pianure e mari (ma questo non si dimostrerà vero) e che la Via Lattea altro non era se non un ammasso di stelle lontanissime. Gli aveva svelato anche, questo strumento, l’esistenza di quattro nuovi pianeti che avevano, come ci ha lasciato scritto, movimenti propri e particolari, differenti tra loro e da tutti gli altri movimenti delle altre stelle. In realtà si trattava dei satelliti di Giove, ma ciò non aveva particolare importanza in quel momento perché le osservazioni assestarono comunque un duro colpo alla ideologia aristotelica – tolemaica- scolastica della centralità della Terra.

Una ideologia, appunto, destinata a sgretolarsi a mano a mano che le esperienze e le altre convergenti considerazioni davano prima la prova della “ragionevolezza” e poi la prova della “verità” del sistema eliocentrico.

Ecco, la rivoluzione copernicana. Già tre secoli prima di Cristo, Aristarco di Samo aveva ipotizzato l’eliocentrismo, seguito su questa strada un secolo dopo da Seleuco di Seleucia. Con ben più eruditi ragionamenti, Niccolò Copernico nel suo De rivolutionibus orbium celestium pubblicato nel 1543, riprese questa ipotesi sconcertante, che rimase tale fin quando Galilei nel Sidereus nuncius, pubblicato nel 1610 non provò ch’era vera, senza tuttavia fare esplicito riferimento alla teoria copernicana.

Il libro meritò al suo autore anche l’apprezzamento di Cristoforo Clavio, illustre astronomo e matematico, ma anche gesuita e monsignore della curia romana. E certo furono le peculiari riflessioni di quest’uomo che indussero il cardinale Bellarmino a quietare il subitaneo allarme suscitato in lui dalle esperienze di Galilei. Bellarmino infatti aveva dichiarato d’aver visto attraverso il telescopio alcune cose davvero meravigliose ma al suo udito di inquisitore erano giunte anche alcune opinioni contrastanti. Per questo aveva chiesto ai suoi esperti se veramente la Via Lattea era una raccolta di piccole stelle, se veramente la Luna avesse una superficie irregolare e accidentata, se veramente Giove avesse quattro satelliti dotati ciascuno di un proprio movimento indipendente.

Dottissimo gesuita, Bellarmino fu titolare della cattedra di “Controversie” al Collegio romano ed additò a Clemente VIII quali erano gli abusi della Chiesa da rimuovere.

Per rimuoverlo dalla città papale, essendo presenza talvolta scomoda per il suo rigorismo, fu nominato arcivescovo a Capua fin quando Paolo V non lo richiamò a Roma, dove riprese con maggiore slancio le sue polemiche dottrinali e le sue inquisizioni per l’osservanza di una fede aderente alla Sacre Scritture.

Ciò che è scritto, è scritto, e ciò che è scritto nelle Sacre Scritture, è sacro.

Nella Bibbia c’è scritto che i pianeti sono sette. Galilei, quindi, disse qualcuno, era un mistificatore quando affermava di averne scoperti altri quattro e se soffriva di reumatismi, ben gli stava, disse qualcun altro, poiché aveva osato violare i segreti del cielo stellato passando le notti al freddo piuttosto che starsene nel suo letto al caldo e ben coperto.

Ai detrattori intanto andavano opponendosi i fautori e Galilei pensò bene di tener viva la tenzone affermando che le macchie solari, “…dal medesimo Sole vengono portate in giro rivolgendosi egli in se stesso…con revoluzione simile all’altra dei pianeti, cioè da ponente verso levante”.

Quindi in un ciclo memorabile di lezioni tenuto all’Università di Pisa nella primavera del 1612, fa riferimenti sempre più espliciti alla teoria copernicana e stronca definitivamente l’ideologia aristotelica-tolemaica-scolastica con accenti di ironia talvolta sprezzanti che certo catalizzarono su di lui gli strali dei più invidiosi, che sono spesso anche i più ottusi. Ma a quell’epoca, per la teologia cristiana, i cieli erano puri, immutabili, incorruttibili. Pertanto, sul Sole divino non potevano esserci macchie nere. Qualcuno ritenne allora che quel che mostrava Galilei col suo telescopio era stregoneria blasfema e che il suo strumento era truccato.

Il 20 dicembre del 1613, l’allievo prediletto don Benedetto Castelli, riferisce sconcertato a Galilei che dinnanzi alla Granduchessa Cristina di Lorena, madre di Cosimo de Medici, qualcuno aveva dichiarato che la teoria copernicana era in assoluto contrasto con le Sacre Scritture e che perciò era inammissibile.

A questo proposito, il passo biblico che più facilmente viene alla mente a favore dell’eliocentrismo è nel libro VI dell’Antico Testamento, il libro di Giosuè. Vi si legge che con l’approssimarsi della sera il buio avrebbe posto fine ad una battaglia che gli ebrei, alla conquista di Canaan, stavano conducendo molto favorevolmente. Allora il condottiero Giosuè, per portare fino in fondo la vittoria contro gli Amorei, ordinò al Sole: “Non muo-verti di sopra Gabaon”.

Galilei sostenne che la Bibbia non è un trattato scientifico e che per questo usa un linguaggio di parole semplici e di comuni modi di dire. Ma vane furono le sue confutazioni perché per la Chiesa di allora le Sacre Scritture dovevano essere accettate alla lettera. Peraltro, il Concilio di Trento, terminato l’anno prima della nascita di Galilei, aveva decretato che spetta solo alla Chiesa di decidere intorno alla interpretazione delle Sacre Scritture. Per la Chiesa, le Sacre Scritture non possono errare. Ma Galilei aggiunge che “…potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno dei suoi interpreti ed espositori”.

 Il Bellarmino, a questo punto, non dall’alto della sua statura, ch’era modestissima perché superava di poco il metro e cinquanta, ma con la forza che gli derivava dal sentirsi custode delle Sacre Scritture, gli fa eco affermando che la teoria copernicana poteva essere insegnata solo come ipotesi matematica. La Chiesa, infatti, aveva una millenaria tradizione religiosa da difendere, e Bellarmino si erse a suo paladino.

Galilei commise l’imprudenza di lasciar Firenze per andare a Roma a sostenere le sue verità.

Fu così che Papa Paolo V, – il quale nel passato gli aveva concesso addirittura di stare in piedi dinanzi a sé, mentre tutti allora ricevevano udienza dal Papa stando in ginocchio – , si vide costretto a riunire sotto la propria presidenza la Congregazione generale dell’Inquisizione (16 febbraio 1616). Galilei chiese d’esser ascoltato, ma chiese invano. La Congregazione domandò agli undici inquisitori di esprimersi sulla teoria copernicana. Essi erano tutti uomini del clero, espertissimi di teologia ma con nessuna competenza scientifica. La sentenza fu che la teoria copernicana era formalmente eretica in quanto contraria alle Sacre Scritture. Per ordine di Paolo V, Bellarmino convocò allora dinanzi a sé Galilei per notificargli che gli veniva intimato dall’astenersi dall’insegnare, difendere o trattare in alcun modo la dottrina copernicana. Nessuna condanna, dunque, per Galilei, che tutto aveva ascoltato rispettosamente remissivo, consapevole d’esser andato vicino ad una accusa di eresia.

Era il sistema copernicano sotto accusa e per questo tutti gli scritti che ne parlavano vennero inseriti nell’Indice dei libri proibiti. Il verbale, che non fu firmato da Bellarmino, dice che Galilei si era adeguato ed aveva promesso obbedienza, ma una grande collera gli ribolliva dentro.

L’ossequio al comando fu di breve durata. Galilei sentiva d’avere una verità da difendere e continuò, anche se più riservatamente, le sue osservazioni, finché, nel 1632 pubblicò il Dialogo sui massimi sistemi del mondo. In questo libro gli amici Sagredo, Salviati e Simplicio, discutono per quattro giorni mettendo a confronto il sistema tolemaico con quello copernicano.

Salviati era il brillante sostenitore della teoria copernicana, mentre Simplicio era la spalla meno qualificata, che con futili ragionamenti a favore del sistema tolemaico si prestava ad essere facilmente deriso. Maculano, con l’astuzia forse ereditata dal padre, che era un esattore delle tasse, interrogando lo scienziato accusato in sostanza d’aver disobbedito all’ordine notificatogli dal Bellarmino, fiaccò ogni resistenza di Galilei anche con allusioni non velate ai rigori del carcere ed al cavalletto di tortura, finché l’uomo, debilitato anche nel fisico, ammise che la teoria di Tolomeo era veritiera e che egli non condivideva la posizione di Copernico. Maculano aveva ottenuto l’abiura.

Non aveva invece abiurato Giordano Bruno. Anch’egli aveva ritenuto che era la Terra a girare intorno al Sole, pur se la sua più grave eresia era stata quella di affermare l’infinità del Cosmo. Per questo in Campo dei fiori a Roma, il 19 Febbraio del 1600, con un chiodo confitto nel palato ed uno che gli trapassava la lingua per impedirgli di pronunciare altre eresie, il Domenicano fu bruciato vivo, perché il Cardinale Bellarrnino l’aveva condannato a morte “Senza spargimento di sangue”.

Galilei invece, pur fortemente sospettato d’eresia, poiché aveva abiurato “…con cuore sincero e fede autentica”, -sono queste le sue parole, cui il tribunale credette-, fu condannato al confino, che è prigione dorata solo per i delinquenti veri.

Si conclude così il caso Galilei? Scienziato, filosofo, scrittore, forse l’uomo più grande del suo tempo, Galilei esce dunque di scena da gran vigliacco? Cosi pare. Ma visto anche quanto altro ha scritto e detto e fatto successivamente fino alla sua morte, che lo colse ormai completamente cieco ad Arcetri una decina d’anni dopo (1642,18 gennaio), ci piace pensare – e non siamo i soli -, che l’abiura fu una intelligente ritirata per riprendere poi la battaglia con rigenerata e più vigorosa energia.

 Le sue opere furono tolte dall’Indice nel 1757, quando la Chiesa finalmente riconobbe la teoria copernicana. Ma bisognerà attendere l’anno 1992 perché la Chiesa riabiliti Galilei, ri-conoscendo, come dichiarò il Cardinale francese Paul Poupard, ch’egli nella interpretazione delle Sacre Scritture era stato più perspicace dei teologi che lo avevano attaccato.

Papa Giovanni Paolo II parlò in quella circostanza di tragica incomprensione reciproca aggiungendo che il caso Galilei costituiva una lezione da tener presente per il futuro, ed accennò quindi agli interventi di ingegneria biogenetica di cui oggi spesso apprendiamo dai giornali con qualche raccapriccio.

È questo Papa che ha messo veramente la parola fine al caso Galilei.

L’impertinente Forattini, su “Repubblica”, rappresentò Giovanni Paolo II nell’atto di aprirsi le vesti. La didascalia della vignetta era: “Galileo, scusami”. Il Papa diceva, con gli occhi rivolti alle intime parti del suo augusto corpo: “Eppure si muove!”.

La riabilitazione di Galilei pone fine a una ingiustizia nei confronti di un uomo e di uno scienziato straordinario che tutto il mondo ci invidia.

Galileo era l’uomo nuovo del suo tempo ed è l’eroe di tutti i tempi. Bertold Brecht gli faceva però dire nel dramma a lui dedicato «Maledetta la terra in cui ci sono ancora eroi». L’attrazione verso i fenomeni naturali e il desiderio di spiegarne le leggi ne fecero uno spirito avventuroso, desideroso di sempre maggiori conoscenze nello sforzo di plasmare una umanità più consapevole di sé. Per queste ragioni egli prese posizione contro l’auto-rità di Aristotele, contro la scuola dominante dei peripatetici, i quali, per leggere un solo libro e per affidarsi a un unico maestro, erano ciechi davanti alle tavole dell’universo. Con Galileo nasceva la nuova scienza che non si confondeva con la magia e con l’astrologia.

Con lui l’uomo imparò a leggere con i propri occhi il libro della natura e a interpretare con la propria mente i fenomeni percepiti dai sensi. Con lui scoprì che la conoscenza non è azione dell’immaginazione sull’intelletto, ma esperienza e ragionamento. Scoprì anche che il sapere non era immutabile, ma che al contrario era qualcosa da conquistare giorno per giorno. Ecco perché si può affermare che anche grazie a Galileo l’uomo di oggi abbia potuto conquistare lo spazio. Son dovuti passare secoli perché l’uomo potesse toccare la Luna così come l’aveva vista Galileo. Ancora nell’Ottocento un grande poeta, Leopardi, le si rivolgeva chiamandola «Vergine luna». Ora non è più tale.

Del resto la terra non lo era più da tempo.