509 utenti hanno letto questo articolo

Cosa la Disney debba farsi perdonare dal movimento #MeToo non è ben chiaro. Evidentemente ritiene che sia molto, almeno a giudicare dall’evoluzione delle sue eroine, di cui Raya (2021) è l’apice, per il momento. La principessa, vittima di sortilegi, ingiustizie ed ostracismo che supera le avversità, con l’aiuto di un salvatore e che ha come obiettivo un matrimonio felice, non esiste più. Biancaneve (1937), Cenerentola (1950), la Bella addormentata (1959), la Sirenetta (1989) e la Bella e la bestia (1991 e 2017), sono un lontano e scomodo ricordo. Inizialmente hanno assunto un ruolo più attivo, divenendo artefici del proprio destino, tuttavia mantenendo sempre il celebre happy ending «… e vissero felici e contenti», pensiamo a Pocahontas (1995), Mulan (1998), Rapunzel (2010).

Il primo strappo arriva con The Brave – Ribelle (2012), della consociata Pixar, di cui è anche la prima protagonista femminile, che rifiuta il matrimonio imposto, anche per la difficile scelta tra un vanesio, un imbranato ed un ritardato mentale. Parallelamente all’affermarsi del protagonismo femminile, inizia l’ironia e lo svilimento dei personaggi maschili che da eroi, diventano antieroi, quindi inetti, poi nullità fino a sparire completamente. Disney riprende il tema con Frozen – Il regno di ghiaccio (2013): se è vero che Anna corona la sua storia con Kristoff, il vero amore per cui è disposta a sacrificarsi è Elsa, la quale a sua volta non ha bisogno di un compagno per regnare su Arendelle.

Il 2016 è l’anno della svolta. In Zootropolis, Judy, coniglietta di provincia determinata ad andare in città e diventare poliziotto, realizza la propria autoaffermazione combattendo contro i pregiudizi, non solo di genere, ma anche tra prede e predatori. Il ruolo maschile è quello della volpe antagonista Nick, ma nel finale a sorpresa, in cui nulla è quello che sembrava, si scopre essere la succube pecorella, il vero malvagio. Da ricordare la canzone motivazionale Try everything, cantata da Shakira, che aiuta la protagonista a non arrendersi di fronte alle difficoltà. In Oceania, Vaiana compie il proprio percorso di formazione solo parzialmente aiutata da Maui, un semidio vanesio ed egocentrico. Nel 2018, in una spassosa scena di Ralph Spacca Internet, le principesse disneyane, divenute sicure di sé si prendono qualche rivincita, facendo autoironia sui propri stereotipi ed imparando a vestire casual dalla protagonista Vanellope. Nel frattempo la Pixar relega Mister Incredibile nel ruolo del papà casalingo, mentre la moglie Elastigirl diventa l’eroina del momento, ne Gli Incredibili 2 (2018).

Questa lunga premessa serve per comprendere l’ulteriore, consapevole, passo di Raya in cui non solo la protagonista è femminile, ma lo sono anche il drago che la accompagna e le due antagoniste, madre e figlia. In questo predominio i ruoli maschili tollerati, in quanto non creano fastidio facendo ombra all’eroina, sono quelli del gigante buono, del bambino emancipato e del mentore, che ha il buon gusto di togliersi di mezzo dopo i primi cinque minuti. L’antico ruolo femminile, votato al matrimonio ed alla maternità, è liquidato con la battuta sprezzante della protagonista alla compagna di avventura «Ricordami di non fare figli». Chiarito questo, va detto che il film è molto gradevole, sia nei disegni, sia in uno svolgersi di momenti di azione e di riflessione, in cui la tensione non cala mai. I cinefili vi troveranno la giusta dose di citazioni e riferimenti, mentre nella sua struttura la trama riprende molti dei temi canonici di quella che abbiamo definito La mitologia contemporanea (si veda su Pannunzio Magazine). Innanzitutto è un romanzo di formazione, in cui l’allievo, prematuramente abbandonato dal mentore (che avrà il modo di congratularsi per il successo) ha una missione da compiere che lo porta a viaggiare.

In questo caso il road movie si svolge tra i cinque stati rivali, sorti sulle spoglie di Kumandra, un’antica terra ed epoca dorata in cui tutti vivevano in armonia sotto la protezione di divinità drago, poi distrutta dall’avvento dei Druun, mostri informi che pietrificano chiunque al loro passaggio. Solo il sacrificio dei draghi consentì di racchiudere il loro potere in una gemma sacra capace di scacciare gli intrusi, ma non di porre rimedio alle rivalità umane. Nel tentativo della regina di Zanna, di sottrarre al padre di Raya, re di Cuore, il controllo della gemma, questa va in frantumi liberando ancora una volta i Druun e condannando alla pietrificazione molti abitanti. Non paghi di questo disastro, i cinque regnanti si contendono i pezzi della gemma, ancora capaci di garantire un minimo di protezione a sé stessi ed alle proprie genti. In questo futuro distopico Raya ha la missione di ricomporre le fratture dell’artefatto, metafora di quelle tra le popolazioni. Il tema principale del film è, dunque, quello della fiducia e della collaborazione che si rivela la scelta vincente, anche quando contro-intuitivamente richiede prima il sacrificio individuale. Se in Frozen era la sola Anna ad immolarsi, per salvare la sorella ed il regno, in Raya sono in molti a compiere questa scelta. È un’applicazione del Dilemma del Prigioniero (si veda John Nash: competizione senza speranza? su Il mondo di Pannunzio) la cui soluzione all’equilibrio di Nash, è appunto nella maturata consapevolezza dei partecipanti che, in determinati casi come questo, la soluzione migliore per tutti, non è quella migliore per il singolo. Oltre al cambiamento di prospettiva di genere, la pellicola è netta nella scelta di abbandonare le parti cantate, caratteristica distintiva delle produzioni Disney rispetto ai concorrenti del cinema di animazione, in favore dei momenti di combattimento, anche come eredità dell’ultima trilogia di Star Wars. La paternità diseyana è invece indubbia per l’immancabile, tranquillizzante, happy ending.