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In questi mesi di Covid il primo ed ora questo secondo lockdown, seppure eufemisticamente definito “soft”, hanno fatto riaffiorare alla mente l’immagine della desertificazione, non soltanto come processo che, progressivamente, si sta compiendo nelle grandi metropoli cittadine, ma anche come progressivo allontamento tra i membri che compongono la società.  L’interruzione brusca delle attività produttive a marzo e ora il ripetersi di questo black out, seppure un po’ meno drastico, con l’esclusione dal lockdown di alcune attività, ha conferito ad alcuni grandi centri urbani italiani, quali Torino, il volto di città semipietrificate. Soprattutto durante il primo lockdown, nei momenti di massimo numero di contagi, l’immagine che ci restituiva l’ambiente cittadino era molto simile ad un deserto. E  ritornava spesso alla mente il deserto nella sua accezione di luogo metaforico, per eccellenza, della solitudine. Il deserto, infatti, come hanno ben espresso poeti straordinari quali Ungaretti, presenta una duplice dimensione, fisica e spirituale, capace spesso di suggerire il sentimento del nulla. In un’accezione più ampia, in questi tempi di Covid, metaforicamente si potrebbe anche affermare che il virus sia riuscito a pietrificare molti animi umani. Mi pare, quasi, che il Coronavirus, capace, a ondate, di diffondersi, ritirarsi parzialmente e poi di ritornare tra noi, sia simile a un invisibile “Convitato di pietra”, a quel fantasma nascosto in una statua marmorea sepolcrale, cui diede voce, per la prima volta nella storia letteraria, lo scrittore spagnolo Tirso de Molina, creando una figura, che ha poi ispirato molte opere teatrali in musica, tra cui la più famosa è sicuramente il Don Giovanni di Mozart.  Il “convitato di pietra” sarebbe poi diventata un’espressione destinata a indicare una presenza incombente, inquietante, muta, imprevedibile e conosciuta da tutti, ma innominata. Rispetto al convitato di pietra di storica memoria, questo virus, nella nostra epoca, è, invece, sovranominato e sovracitato, in una società dove, già prima del suo comparire, con la progressiva perdita dei valori fondanti, tutto (sentimenti e pensieri) venivano spesso urlato, più che espresso in modo garbato e equilibrato. Auguriamoci che, terminata un giorno questa pandemia, possa anche scomparire questa sensazione così dirompente della pietrificazione che il virus ha portato con sé. Nella mitologia classica Medusa rappresenta la figura che incarna la pietrificazione del significato. Di fronte all’ignoto che, all’inizio della pandemia, è stato rappresentato dalla comparsa di questo virus sconosciuto, è anche entrato in crisi il modello di salute che, nella società contemporanea, ci ha sempre accompagnato, inteso non soltanto come assenza di malattia, ma anche come benessere psicologico e interazione in un ambiente sociale attento alle qualità ed esigenze dell’individuo. Con la comparsa della pandemia, con il lockdown prima e poi le necessarie misure di distanziamento, con la progressiva riduzione della socialità, per diversi individui è risultato compromesso anche lo stato di benessere psicofisico che li accompagnava. Non sempre risulta, infatti, facile mettere in campo quelli che gli psicologi chiamano i “meccanismi di resilienza” perché, di fronte al dolore inspiegabile e alle immagini dei morti per Covid che sono passate innanzi, anche attraverso i media, nel primo lockdown, spesso l’individuo si paralizza, non percepisce più se stesso ed il suo involucro (il suo corpo) come  una casa sicura.  Quando il “Convitato di pietra” se ne sarà finalmente andato, credo che sarà necessario uno sforzo individuale e collettivo non tanto per ritornare come prima ( in fondo non eravamo poi così perfetti!),  quanto per gettare le basi di un mondo migliore in cui, una volta tolte le mascherine, si possa anche riscoprire la bellezza di un sorriso sincero di apertura e solidarietà verso gli altri.