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Venerdì, 12 Dicembre 1969: in 57 minuti cinque attentati, tre a Roma e due a Milano. Quello più devastante alle 16,37 presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, in Piazza Fontana: 17 morti e 88 feriti. Anche nel mio paesello brianzolo, ogni sera intorno alle 20 – presso l’unico bar-osteria – iniziavano i riti sempre uguali della grande provincia italiana: le partite a biliardo, le partite a scopa e a scala quaranta, le eterne discussioni di calcio, di automobilismo, di ciclismo e, allora, ancora di boxe, le telefonate alle fidanzatine dalla cabina del telefono pubblico. Ma quella sera di quel 12 Dicembre, le bocce restarono sotto chiave nella loro scatola di vetro-metallo, i mazzi di carte restarono nel mobiletto a scomparti a lato del bancone e nessuno telefonò alla fidanzatina. La bomba: perché? Chi era stato? Uno dei più “colti” disse che sicuramente erano stati gli anarchici, naturalmente sbagliando. Decidemmo di andare a vedere. Salimmo in cinque sulla 600 truccata di Angelo. Arrivammo agevolmente a Milano e parcheggiammo facilmente in corso Europa: non era la Milano intasata e vietata di oggi. Dopo un brevissimo percorso a piedi giungemmo in Piazza Fontana, ovviamente inaccessibile dal lato banca. Allora ci fermammo davanti al palazzo dell’Arcivescovado, a poche metri dalla fontana del Piermarini, riuscendo ad intravedere l’ingresso della banca e basta. Impressionante: un assembramento indicibile di cittadini, mai visto in una piazza così relativamente grande, tutti in assoluto silenzio. Il ricordo di quella sera: oltre alla calca in un silenzio surreale, il freddo più freddo del solito, la luce a giorno delle fotoelettriche sulla facciata della banca. Poi, improvvisamente, tra la moltitudine silente e frastornata, si alzano delle urla in dialetto lombardo, urla di imprecazione: era comparso sulla piazza uno strano individuo con la barba i capelli lunghi – una specie di santone – che imbracciava una grande croce di legno e, appeso al collo, un foglio di cartone con delle scritte che invitavano alla preghiera e all’amore tra gli uomini. Urla, spintoni, qualche pugno e qualche schiaffo fanno retrocedere quell’uomo verso Piazza Duomo: quella sera a Milano, in quella piazza, non c’era posto per la preghiera e per l’amore! Dopo circa un’ora decidemmo di lasciare la piazza; il ritorno in Brianza fu silenzioso, con il solo sottofondo del rumore della 600 truccata di Angelo. Qualcuno ha detto che con la bomba di Piazza Fontana era finita la “storia bella” della nostra Italia; quella della speranza, della fiducia, della voglia di ripartire dalle macerie della guerra per creare un Paese diverso dopo i 20 anni di dittatura, quella del boom economico. Non so se sia proprio vero, sicuramente quella sera finirono la leggerezza e la spensieratezza dei miei vent’anni; anche per me, dopo il GIORNO DELLE BOMBE, iniziava un’altra “storia”!