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Palazzo Nuovo, aula del primo piano, inizia il corso di Greco. Mi avvio e prendo posto in prima fila, in posizione centrale. Entra il Professore, l’illustre grecista Antonio Maddalena. Mi colpiscono subito i suoi occhi chiari, di ghiaccio, che incutono un rispetto deferente,  e ne rimango affascinata, più ancora che per la grande sua ricchezza intellettuale. Lo sguardo limpido, penetrante, specchio di un animo altrettanto limpido. Inizia la lezione. Le parole si snodano con facile scioltezza su argomenti complessi, la tragedia e la funzione del tragico, tema di quel primo percorso. La cultura densa, profondissima e raffinata dell’autorevole cattedratico si accompagna all’abile capacità comunicativa, che suscita subito nell’uditorio il gradevole  piacere dell’ascolto. Da quel momento il mio amore per il greco e la grecità classica –che avevo appreso da mia madre – si fece ancora più acuto e compresi con chiarezza il senso che dovevo dare al mio cursus studiorum. Facoltà di Lettere, indirizzo filologico-classico, come si diceva allora.
 I miei studi sulla civiltà letteraria greca furono segnati dall’ impronta del grande classicista, che più di ogni altra cosa, come Socrate, intendeva “educare” gli allievi. Ricordo gli esami: egli apriva a caso il suo libro di Letteratura Greca, leggeva un periodo, e lo studente doveva essere in grado di riconoscere il punto e saper affrontare la discussione sull’argomento. Seguiva poi un passo di un autore tragico da tradurre, ed egli, severo giudice, ascoltava, poi interveniva e si avviava un piacevole dialogo che il giovane poteva seguire, ovviamente se aveva studiato e ben assimilato il tema.  Giunta alla fine del terzo anno,  ebbi infine il coraggio di chiedergli la tesi. Ricordo ancora l’attesa, davanti al suo studiolo, in fondo al corridoio, poco prima della biblioteca. Quando poté ricevermi, mi rivolsi a lui con timore reverenziale, ed egli, con gentile fermezza, mi offrì diversi spunti, da Omero ai tragici. Scelsi Omero, “Gli apologhi nell’Odissea”, ossia i libri nove, dieci, undici e dodici del poema, che trattano dell’amabile racconto con cui Odisseo tiene desti per tutta la notte i Feaci, narrando –“nella sala ombrosa” –  le proprie  meravigliose avventure. Ebbi il massimo dei voti. Ricordo di “Maddy”, come lo chiamavamo affettuosamente tra noi,  anche la sua intransigenza, non solo nel rigore dello studio filologico e letterario che mi ha insegnato, ma anche nel rispetto delle scelte di lavoro. Quando gli presentai il mio piano di studi, che comprendeva tutte le discipline caratterizzanti d’indirizzo: Letteratura Greca, Letteratura Latina, Grammatica Greca, Grammatica Latina, Filologia Greca, Filologia Latina, Storia della Lingua Greca, Storia della Lingua Latina, Sanscrito, Glottologia, Papirologia, assentì, ma non appena vide segnato il corso di Cinese che volevo replicare, egli lo depennò di sua mano. Ne fui rammaricata, perché mi era piaciuto studiare cinese per un anno, e mi ero impegnata, tanto che mi era stato affidato addirittura il compito di curare le dispense di lingua per i miei compagni di corso, cosa che feci con piacere. Purtroppo il mio cinese finì lì. Maestro di studi e Maestro di vita, le sue lezioni erano di altissima cultura, che sapeva porgere a noi studenti stemperate talvolta da elegante ironia, quando ad esempio accennava al suo decalogo di regole per la traduzione, come: “tradurre quello che c’è, non tradurre quello che non c’è”, oppure “usare la testa, quando la si ha”. Tuttavia il tono ironico ma fermo non consentiva a noi studenti alcuna ilarità. Ironicamente lieve e nel contempo assolutamente serio. Piacevolissimo nel dire e nel porgere le domande all’improvviso durante le lezioni mentre noi lo stavamo ad ascoltare: egli non sedeva quasi mai in cattedra, ma camminava avanti e indietro lungo la prima fila dei banchi, poi si fermava e rivolgeva a uno di noi, a caso,  una qualche domanda sul tema della lezione che stava svolgendo. Ma non inveiva se il “malcapitato” non sapeva rispondere – il suo sguardo di ghiaccio era di per sé un rimprovero per lo scarso studio –  anzi, lo guidava fino a che non riusciva a dar prova di aver compreso. Erano circostanze in cui noi tutti aspettavamo con ansia che il bidello, bussando, aprisse la porta, e pronunciasse la parola “finis”, cioè la fine dell’ora, una prassi consolidata. Ed egli subito si interrompeva e lasciava cadere il discorso, e anche troncava la parola, addirittura a metà.  Non si interruppe, invece, quando, durante una agitazione studentesca, (non si erano ancora spenti del tutto i movimenti del ’68), alcuni forsennati ruppero la parte bassa in vetro della porta dell’aula: imperterrito, egli continuò la lezione, tra i nostri sguardi attoniti e un po’ impauriti. Un docente rigorosissimo, che non mescolava mai il pubblico con il privato. Ad esempio raramente lasciava trapelare l’affetto verso i figli e mai a lezione.  Ricordo una volta quando, nello stretto corridoio che portava al suo studio, accennò in tono amorevole a Marcello, giudice istruttore a Torino negli anni ’70, che diventerà  poi  Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello  di Torino. Ho invitato diverse volte Marcello Maddalena a parlare ai miei studenti negli anni in cui ero docente al Liceo Cavour. Era come se in me perdurasse, attraverso il figlio, anch’egli rigoroso e gentile, e di profonda cultura, quel legame  impercettibile, reverenziale, intenso,  con il padre,  indimenticabile Maestro di vita e di studi. Un mattino, al bar per un caffè incontrammo “Maddy”, piacevole e schietto nelle battute: io giovane studentessa, un po’ impacciata di fronte al Maestro,  presi il caffè senza zucchero, come è mia abitudine, ed egli disse: “dolce il caffè, amare le donne”, giocando da buon filologo con il doppio senso di “amare”. Sorridemmo noi giovani per la cortese attenzione del Professore. Un’altra volta, a proposito del fumo, disse: “è facilissimo smettere di fumare, ci sono riuscito tante volte”.
Studioso insigne, autore di numerosissime pubblicazioni scientifiche, ordinario di Letteratura Greca presso l’Università di Torino, dove tenne anche il corso di Grammatica Greca e Latina, Antonio Maddalena era capace di analizzare le edizioni critiche in modo puntuale, discutendo con cura le scelte testuali degli autori. Le sue ricerche furono caratterizzate da percorsi di ambito classico, greco soprattutto, specificatamente filosofia, storiografia, tragedia, ma si dedicò anche al “Nuovo Testamento”, in particolare il quarto “Vangelo” e le “Lettere” paoline. Studiò gli storici, individuando in Erodoto l’intreccio di sofferenza e mistero nella vita umana, in Tucidide la legge del più forte e la legge del tempo, e il dramma del sentimento e del pensiero. Nelle pubblicazioni sulla tragedia, soprattutto di Eschilo e di Sofocle, emerge in particolar modo la sua propensione all’approfondimento della psicologia dei personaggi.
Delle opere di Sofocle ci ha lasciato  preziosa testimonianza di analisi; e non è un caso se anch’io mi sono dedicata con passione all’Antigone sofoclea. Ricordo che di Eschilo, autore frequente nei suoi corsi,  evidenziava “la nota del dolore” che ne caratterizza la poesia, sottolineando la fine analisi  con cui sono costruiti i personaggi, tra colpa e punizione divina. Durante un seminario sulla tragedia  –i seminari erano corsi rivolti ai laureandi – proprio di Eschilo ebbe a dire: “Quanto deve aver sofferto!”, come se il poeta tragico avesse voluto trasferire nei suoi protagonisti il proprio stesso patire. E con un serrato argomentare, la cui apparente casualità nascondeva un percorso perfettamente delineato, e attraverso l’espediente dialogico,  si soffermava ad analizzare insieme a noi ciò che è al centro del teatro eschileo, il problema dell’azione e della colpa, della responsabilità e del castigo, che trova potente sintesi nel verso dell’Agamennone : “attraverso il dolore vi è la conoscenza”, (pathei mathos), e ci aiutava  a capire il senso del “dolore” e della “responsabilità”.  Il desiderio di comprendere l’uomo e il suo rapporto con la sofferenza e con la divinità percorre tutta la produzione di Maddalena, e resta la  sua nota costante e caratterizzante, inconfondibile sintesi di arte e disciplina. L’insegnamento di una vita condotta secondo conoscenza e giustizia, perché – diceva – solo così l’uomo può conservarsi fedele alla sua vera natura, è il portato esemplare del Maestro,  che mi piace ricordare mentre, con fermezza di giudizio, e brillante argomentazione, inizia da par suo il corso annuale di greco nell’aula del primo piano di Palazzo Nuovo…

Gabriella De Blasio