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Per tanti anni è circolata l’idea che «il Mondo» fosse un periodico poco attento all’universo femminile e misurato nell’accogliere articoli e interventi di scrittrici e giornaliste – italiane e straniere – che andassero oltre quadri di genere e di costume. I più smaliziati e politicamente avversi al giornale hanno agitato perfino l’idea che gli scarni spazi dedicati alle collaboratrici fossero destinati prevalentemente alle mogli, amiche e conoscenti di figure autorevoli sia in campo letterario che politico che gravitavano attorno al giornale. Solo recentemente, nell’ambito del pensiero femminista Radicale e ai margini del discorso politico al femminile negli anni del dopoguerra, è stato – per accenni – riconosciuto a Pannunzio, ad Arrigo Benedetti e alle loro colleghe un ruolo importante nella storia dell’emancipazione sociale e politica delle donne.[1] Ad alimentare l’idea di una modesta apertura del settimanale alle istanze femminili hanno concorso anche alcune rappresentanti di questo ambiente. Nel suo libro intitolato Nove dimissioni e mezzo, Adele Cambria ricordava di avere scritto fino dal 1956 per il settimanale di Pannunzio colonnine di costume, «si chiamavano così»:

E qualche volta Pannunzio me le faceva firmare con uno pseudonimo maschile. Diceva che firmavano troppe donne su «Il Mondo». Io ne ricordo soltanto tre: la prima Nina Ruffini, piccola coni capelli bianchi ondulati e gli occhi celesti, e i suoi tailleur da suffragetta, uno stile mitigato – e sembra difficile – dall’austera genealogia piemontese; la seconda la maestra sarda  Maria Giacobbe che, dalla Danimarca inviava il suo Diario di una maestra (la leggevo, ma non la vidi mai); e la terza, la più presente nella mia vita – non oso chiamare il suo numero, temo di sapere… – ed è Giulia Massari un pilastro della redazione, con la sua ironica diffidenza, il suo understatement (anche questa parola l’ho imparata in via della Colonna Antonina 52, dov’era la solenne sede del settimanale). Talmente snob Giulia, che di rado si firmava nome e cognome. Era L’invitato. Il mio pseudonimo maschile lo scelse il direttore. Ero dunque a volte Leone Paganini, un leone per la forza che esprimevo: lo disse il direttore inaugurando il mio nom de plume. Forse alludeva al coraggio – ma era piuttosto incoscienza – che mi aveva spinto da Reggio Calabria a Roma; in quanto al cognome, Paganini… a quel punto Mario Pannunzio sviolinava nell’aria con le sue mani bianche, curatissime ed era tutto.[2]

Quando scrisse queste memorie, Adele Cambria era già passata attraverso tutta una serie di esperienze che l’avevano avvicinata al partito Radicale di Marco Pannella per approdare, come giornalista, da «Il Mondo» e dal «Giorno» a «Lotta continua», al mensile femminista «Compagna» fino ad assumere la direzione del periodico «Effe» dedicato alle donne.  Omette di avere firmato, come Leone Paganini, 4 articoli, fra il dicembre 1962 e il gennaio 1963 dedicati al Concilio Vaticano più un successivo del 15 ottobre 1963 per l’apertura della seconda sessione del medesimo. Articoli apparentemente descrittivi ma con un taglio laico e molto distaccato. Possibile, quindi, che Pannunzio avesse voluto tutelare un proprio collaboratore, per di più donna, da eventuali ripercussioni di carattere politico. In realtà il direttore de «Il Mondo» ebbe sempre un atteggiamento protettivo e prudente nei confronti delle sue collaboratrici più aggressive dal punto di vista giornalistico e che si volevano misurare con temi particolarmente delicati come quello religioso. Lo fu con la Cambria ma anche con Maria Luigia Guaita, anche lei determinata a mantenere alta la polemica nei confronti del vescovo di Prato che aveva definito “concubini” due giovani sposati solo civilmente. Nell’infuriare della polemica a livello nazionale, in previsione anche delle elezioni politiche del 1958, Pannunzio preferì affidare l’incarico alla più esperta Giulia Massari che, dalle pagine della sua rubrica Mano nera, difese i due giovani sposi e criticò duramente il comportamento del vescovo.[3] Nella prima pagina dello stesso numero campeggiava la foto del vescovo di Prato, mons. Fiordelli, con sotto un articolo di Achille Battaglia intitolato significativamente il Vescovo e gli sposi.[4] Anche le biografie più recenti su Pannunzio hanno mantenuto un tono distaccato nei confronti delle collaboratrici al giornale. Massimo Teodori, ad esempio, accenna solo a Giulia Massari, definendola «brillante giornalista di costume», amica sincera di Mario, spesso presente agli incontri nei locali alla moda romani frequentati  da gruppi esclusivi di intellettuali.[5] A parte il fatto che il giornalismo di costume, ebbe ne «Il Mondo» un ruolo importante sia nella sua declinazione femminile che in quella maschile in quanto specchio della società contemporanea in tutte le sue espressioni, Giulia Massari fu ben altro sul piano professionale.[6] Fu una giornalista completa, la memoria storica del periodico,[7] la combattiva sostenitrice di tutte le battaglie per l’emancipazione femminile e la difesa dei diritti civili.[8] Il suo percorso professionale all’interno del settimanale fu abbastanza lento e graduale fino a metà degli anni’50 per divenire più intenso e combattivo con il passare del tempo, soprattutto dopo l’adesione al Partito radicale. Certamente si era interessata e continuò a interessarsi di cronaca mondana con uno sguardo divertito e una scrittura lievemente ironica. Si attenne anche al genere della corrispondenza tanto cara a Pannunzio con la descrizione dei suoi viaggi all’estero.[9] Fu critico letterario e giornalista di cronaca nera, ma fu anche e soprattutto la donna che difese il diritto alla libertà di culto e a una giustizia equa. Scrisse sulla pornografia, sulle speculazioni in Sicilia, sulle bische clandestine, sul gioco d’azzardo, sul matrimonio, sui bambini abbandonati, sul banditismo in Sardegna, sulle diversità fra uomo e donna, e su tanti altri problemi dell’Italia di allora. Anticipò anche quello dell’eutanasia. Pannunzio non ebbe mai nei confronti della Massari un atteggiamento censorio anche se alcuni dei suoi articoli gli procurarono seri problemi. Se prendiamo come riferimento l’indice del «Il Mondo» nell’edizione completa edita da Giovanni Spadolini, risulta che, nell’arco dell’esistenza del settimanale, furono 133 le giornaliste e scrittrici che pubblicarono sul settimanale. Un numero esiguo in confronto alle firme maschili ma comunque significativo rispetto ai tempi e alla tipologia della pubblicazione. Occorre inoltre notare che solo 16 di loro pubblicarono più di 20 articoli mentre 49 ne scrissero uno solo. Ma anche fra queste firme “occasionali” comparivano nomi eccellenti come Natalia Ginzburg, Angelica Balanoff, Camilla Cederna, Virginia Woolf, la scrittrice texana Katherine Anne Porter, Evelyn Waugh, Rosellina Balbi, Alda ed Elena De Caprariis, Gina Lagorio, Edith Warton vincitrice del premio Putitzer del 1921, Maria Teodori, militante nel vecchio Partito radicale di Pannunzio e del nuovo di Pannella. Questi nomi indicano come anche il nutrito gruppo delle autrici di passaggio fosse composto da personalità importanti della cultura e del giornalismo di allora. Nella classifica delle giornaliste di maggiore incidenza su «Il Mondo» Giulia Massari detiene il primato con 413 articoli con la sua firma (fra cui 110 facenti parte della rubrica Mano nera da lei curata dal dicembre del 1956) e 839 siglati L’invitato, la rubrica di costume inventata assieme a Flaiano e Pannunzio. La segue Leonetta Pieraccini Cecchi con 84, Elena Croce Craveri con 62, Anna Garofalo con 56, Nina Ruffini con 51, Silvia Risolo con 50, Adele Cambria con 41 a sua firma e 5 con lo pseudonimo “Leone Paganini, Angela Bianchini con 40, Laura Di Falco e Lia Wainstein con 26, Maria Luigia Guaita e Grazia Livi Saffi con 25, Anna Maria Bove con 22, Maria Giacobbe e Vittoria Olivetti con 21. Seguono poi altre firme importanti della letteratura del ‘900 come Dacia Maraini (9), Elsa Morante (9), Fernanda Pivano (8). Già da questa prima analisi quantitativa si può quindi constatare che il giornale di Pannunzio accolse le giornaliste e le scrittrici più importanti del suo tempo non ostili alla linea politica del giornale e dette ad altre l’opportunità di iniziare la propria carriera all’interno di un ambiente culturale prestigioso. Non è facile individuare quali fossero le caratteristiche e i denominatori comuni a questo variegato gruppo femminile. Convissero sul «Mondo» due generazioni di giornaliste: quella “storica”, legata alle origini del settimanale rappresentata da Giulia Massari, e Nina Ruffini e quella più giovane della quale facevano parte anche Maria Giacobbe (dal 1956), Elena Croce Craveri, Silvia Risolo, Adele Cambria e tante altre. Alcune del primo gruppo provenivano da esperienze su riviste e giornali in cui aveva lavorato anche Pannunzio. Leonetta Pieraccini Cecchi, pittrice allieva di Giovanni Fattori, scrittrice e moglie di Emilio, aveva collaborato a «Omnibus» (1937) di Longanesi e a «Oggi» (dal 1940 con la firma T.T.T.).[10]Altre, come Elena Croce Craveri, erano approdate a «Il Mondo» dopo un importante apprendistato giornalistico. Germanista, scrittrice, ambientalista, la figlia di Benedetto Croce aveva condiviso con il marito Raimondo, fra il 1948 e il 1955, la direzione del mensile letterario «Lo Spettatore Italiano». Indubbiamente un buon numero di queste giornaliste proveniva da famiglie importanti. La stessa Nina Ruffini apparteneva ad una delle più rappresentative reti parentali dell’Italia liberale.[11] Segretaria storica del settimanale e tra i fondatori del Partito radicale, Nina è ricordata dal maggiore fotografo de «Il Mondo», Paolo di Paolo, come la «Nipote di Giacosa, antifascista impettita, torenisità in purezza. Capelli bianchi, pelle trasparente, tic, tic, alla macchina da scrivere».[12] Ma questa eterea signora era stata, fra il 1950 e il 1953, presidente del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, carica che aveva lasciato in quell’anno per candidarsi alle elezioni per conto del Partito Liberale.[13] Nina Ruffini, Giulia Massari e Anna Garofalo furono solo le prime fra le autrici del «Il Mondo» a fare parte del Partito radicale dopo la scissione da quello Liberale riconoscendosi anche nelle battaglie per le libertà e i diritti alle donne sostenute dalla nuova formazione politica. Dal primo gruppo provenivano anche scrittrici e giornaliste che avevamo militato, durante la guerra, nelle file di Giustizia e Libertà. Fra queste Barbara Allason (1877-1968), scrittrice e germanista che, già nel Primo conflitto mondiale, aveva lavorato come corrispondente di guerra per «La Gazzetta del popolo» e il supplemento de «La Stampa» intitolato La donna. Accanto a lei si ricorda Laura Anna Lucia Carpinteri che si firmava Laura Di Falco e che, assieme al marito Felice, collaborò al partito d’Azione accanto a Ugo La Malfa. Dalle file della Resistenza e del partito d’Azione proveniva anche la fiorentina Maria Luigia Guaita. Collaboratrice di radio Cora, dopo la liberazione di Firenze, alla quale aveva partecipato organizzando il servizio staffette, era stata coordinatrice con Dino Gentili, Carlo Lodovico Ragghianti, e Luigi Boniforti, della casa editrice “Edizioni U”. La nuova realtà editoriale si proponeva di trasmettere gli ideali di Giustizia e Libertà e raccontare le storie di coloro che avevano fatto parte della Resistenza, spiegare la maturazione teorica e le battaglie di chi aveva passato nell’esilio gli anni della dittatura.  Nella collana Giustizia e Libertà oltre alla prima traduzione italiana di Socialismo Liberale di Carlo Rosselli (1945) figuravano scritti di Lussu, Koestler, e Barbara Allason. Mentre Barbara Allason restò nell’ambito di un giornalismo combattivo, la Di Falco e la Guaita parteciparono all’avventura de «il Mondo» nella duplice veste di giornaliste e narratrici. I racconti della Guaita sulle sue esperienze durante la Resistenza confluirono, poi, come spesso accadeva ai narratori del settimanale, in un libro di racconti sulla Guerra di Liberazione in Toscana pubblicato nel 1957 con il titolo La guerra finisce, la guerra continua, con prefazione di Ferruccio Parri.  Il gruppo non proprio esiguo delle irriducibili che Pannunzio non riusciva o non voleva contenere consapevole che alcune avevano la giusta capacità di reazione era capitanato da Anna Garofalo la cui collaborazione con «Il Mondo» era iniziata nel giugno del 1949 per concludersi nel luglio 1961, quattro anni prima della sua morte. Protagonista della trasmissione radiofonica, dal settembre 1944, intitolata Parole di una donna che per la spregiudicatezza dei temi trattati suscitò forti reazioni da parte dei giornali cattolici, Anna trovò, nell’immediato dopoguerra, uno spazio di comunicazione importante proprio sul settimanale di Pannunzio con le sue inchieste sull’emancipazione della donna e sui problemi sociali del tempo.  Inchieste spesso scottanti che scatenavano reazioni violente perfino a livello governativo, inducendo interrogazioni alla Camera e al Senato. Basti pensare al suo atto di accusa nei confronti delle colonie ex Gioventù Italiana del Littorio innescata agli inizi degli anni ’50.  La Garofalo, è l’unica giornalista proveniente dall’ambiente del settimanale di Pannunzio (ad esclusione di un accenno a Barbara Allason nella schiera dei fondatori del nuovo partito) a essere ricordata da Manlio del Bosco, nel suo libro I radicali e «Il Mondo», proprio per la sua denuncia in merito alla destinazione dei beni dell’ex Gil alla pontifica opera di Assistenza durante il VI convegno degli Amici de «Il Mondo» (6,7 aprile 1957), apertosi con un messaggio di Gaetano Salvemini.[14] Anna Garofalo scrisse su «Il Mondo» articoli di denuncia sulla situazione degli illegittimi, sullo stato della scuola laica, sulla condizione ospedaliera, sulla riforma dei manicomi, sul sistema carcerario e sulle battaglie in favore delle donne, sulle case chiuse e la legge Merlin, sul controllo delle nascite, sulla condizione degli anziani e sulla libertà di stampa.  Temi particolarmente scottanti negli anni ’50 dominati dalla Democrazia Cristiana e da un diffuso perbenismo. Anche nel caso della Garofalo, molti dei suoi articoli confluirono poi nei libri da lei pubblicati. Si ricordano Cittadini sì e no con presentazione di Gaetano Salvemini (Nuova Italia Editrice)[15] e l’Italiana in Italia (Laterza 1956). Pannunzio utilizzò alcune giornaliste e scrittrici italiane che vivevano all’estero per motivi familiari come corrispondenti dai paesi in cui si erano trasferite. Riaffiorava, anche in questa circostanza, l’interesse del Direttore per le corrispondenze dall’estero e per una cultura di dimensione europea.

Dopo avere conosciuto, il futuro marito, lo scrittore danese Uffe Harder, Maria Giacobbe aveva vissuto a Copenaghen dal 1958 pur continuando a scrivere per «Il Mondo» con cui collaborava dal 1956 con articoli dedicati all’insegnamento nelle scuole elementari a alla realtà sarda. Con Avventure a Copenaghen,[16] uscito il 30 dicembre 1958, la Giacobbe iniziò sua attività di corrispondente dalla Danimarca che durò fino al 1964. Silvia Risolo, figlia di Amalia Popper, triestina di nascita (1920), poi cittadina inglese (insegnante di letteratura classica a Londra) curava la rubrica Posta dall’Inghilterra. Silvia Risolo, assieme a Maria Giacobbe e Angela Bianchini, rappresentava il gruppo abbastanza di numeroso di giornaliste di origine ebraica. Angela Bianchini, fuggita in America a causa delle persecuzioni razziali dove si era laureata con Leo Spitzer in semantica francese presso la John Hopkins University, svolse un’importante attività su «Il Mondo» come critico letterario di opere straniere soprattutto americane e latino-americane. C’erano poi le scrittrici e giornaliste straniere in Italia. Fra queste si ricorda Lia Wainstein, russa “bianca”, approdata a Roma dalla Finlandia. Lia ebbe un ruolo importante nel fare conoscere la cultura e la letteratura russa ai lettori de «Il Mondo» al di fuori dei condizionamenti della politica.[17] Esperta di letteratura russa e slava, Lia pubblicò anche una serie di racconti sotto il titolo Viaggio in Drimonia (Feltrinelli, 1965) e curò, come traduttrice, alcune opere di Lev Tolstoj, e dello scrittore russo di famiglia ebraica Aleksandr Herzen (Einaudi-Gallimard, 1996). Dopo la chiusura del settimanale, quasi dimenticate come parte attiva ed essenziale nella storia de «Il Mondo» dove molte di loro impararono e affinarono il mestiere di giornaliste e scrittrici, queste collaboratrici al giornale proseguirono la propria attività secondo percorsi e inclinazioni diversi ma sempre con buon successo. Alcune passarono all’«Espresso» di Arrigo Benedetti grande amico di Pannunzio,[18] molte collaborarono ad altri giornali preferibilmente vicini all’impronta politica segnata dal settimanale.  In molte di loro l’esperienza de «Il Mondo» rimase basilare nella loro formazione professionale assieme alla nostalgia per quell’ambiente unico dominato dalla forte personalità del suo direttore. Pannunzio, scriveva Giulia Massari, senza fare distinzioni fra uomini e donne, «sorvegliava ogni articolo, consigliava i giovani che arrivavano col loro primo articolo, li scoraggiava con la sua apparente freddezza, improvvisamente li esaltava con la lode cauta e misurata. E sempre, come per il primo numero, la massima aspirazione rimaneva ottenere la sua fiducia, la sua approvazione: un fatto certo raro in un giornale, forse unico».[19]


[1] M.T. Silvestrini, C. Simiand, S. Urso, Donne e politica: la presenza femminile nei partiti politici dell’Italia repubblicana, Torino, 1945-1990, Milano, F. Angeli, 2005, p. 622.

[2] A. Cambria, Nove dimissioni e mezzo: le guerre quotidiane di una giornalista ribelle, Roma, Donzelli, 2010, pp. 3-4. Sulla sua attività giornalistica, ved. N. Murgia, Cambria Adele, in Donne del giornalismo italiano. Da Eleonora Fonseca Pimentel a Ilaria Alpi. Dizionario storico bio-bibliografico, secoli XVIII-XX (da ora in poi, DGI) a cura di Laura Pisano, Milano, Franco Angeli, 2004, p. 110.

[3] G. Massari, I concubini di stato, in «Il Mondo», Mano nera, IX, 46, 12 novembre 1957, p. 15.

[4] Il primo marzo 1958 un tribunale civile condannò per diffamazione il vescovo di Prato, Pietro Fiordelli, per aver definito «pubblici concubini» e perciò «pubblici peccatori» Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, perché sposati solo civilmente. Bellandi era comunista militante, la moglie proveniva da una famiglia cattolica.  Dopo i Patti Lateranensi, era la prima volta che veniva emessa una condanna giudiziaria a carico di un vescovo (che poi fu assolto in secondo grado). La stampa progressista prese le parti dei coniugi offesi mentre quella cattolica, prima in testa «Civiltà cattolica» difese il prelato e il diritto, da parte della Chiesa, di fare valere i propri principi. Fra i tanti articoli e pubblicazioni apparsi in quell’anno di ricorda, in particolare, l’operetta di G. Noventa, Il vescovo di Prato: dialogo fra Mario Soldati ed Emilio Sarpi, Milano, il Saggiatore, 1959. Per una sintesi più ampia fra le numerose opere che prendono in considerazione questo episodio, ved. R. Colozza, Partigiani in borghese. Unità Popolare nell’Italia del dopoguerra, Milano, Franco Angeli, 2005, pp. 184-185.

[5] M. Teodori, Pannunzio. Dal «Mondo» al partito Radicale: vita di un intellettuale del ‘900, Milano, Mondadori, 2010, p. 146.

[6] Nata a Trani nel 1924, Giulia Massari si era laureata in Letteratura Italiana a Firenze con Ungaretti. Dopo avere collaborato al «Il Mondo», scrisse per «La Stampa», «il Giorno», «L’Illustrazione italiana e «Il Giornale». Dal 1977 collaborò anche a «Tuttolibri». È scomparsa nel 2015. Ved. B. Boeddu, Giulia Massari in DGI, p. 249.

[7] Ved. G. Massari, Quei primi giorni di lavoro, in I diciotto anni de «Il Mondo», Roma, Edizioni della Voce, 1966, pp. 123-125.

[8] Comunicato dei Radicali alla sua morte: «Con Giulia Massari i radicali perdono una compagna, un’amica di sempre, che da sempre sosteneva le iniziative e le battaglie per i diritti civili ed umani che nel corso di questi sessant’anni si sono portate avanti. Formatasi alla irripetibile scuola giornalistica del ‘Mondo’ di Mario Pannunzio, Giulia Massari è stata radicale di quel Partito Radicale che aveva come simbolo la donna con il berretto frigio, ma lo è stata per anni, ininterrottamente, anche nella successiva fase, di rilancio del Partito Radicale, testimone e insieme discreta partecipe di quella grande stagione di progresso e civiltà che ha visto i radicali promotori e animatori». [Ved. http://notizie.radicali.it/node/8133].

[9] Fra le corrispondenti più attive si ricorda Vittoria Olivetti Berla con le sue testimonianze dall’India, dalla Tunisia e dall’America. La Olivetti scrisse per il settimanale anche alcuni articoli sulla demografia e sul controllo delle nascite. Nel 1963 pubblicò un libro su questo argomento. Nel 1953 aveva contribuito alla nascita dell’Associazione italiana di educazione demografia (AIED).

[10] I. D’Amico, Pieraccini Cecchi, Leonetta, ad. voc. In D.B.I., vol. 83, 2015. Ved. inoltre L. Nuovo, La pagina d’arte de «Il Mondo» di Mario Pannunzio, 1949-1966, ed. Laguna, 2010.

[11] Ved. Le grandi dinastie fra amore e politica, in «La Repubblica», 22 giugno 1996: «Un fratello di Francesco Ruffini, celebre studioso di diritto ecclesiastico (1863-1934) e famoso antifascista (fu fra gli undici universitari che non firmarono fedeltà al regime), Alfredo, aveva sposato Bianca Giacosa, nipote del commediografo. Una loro figlia, Mirillo Ruffini, sposa in seconde nozze Leone Cattani. La sorella di Mirillo, Nina Ruffini, sarà per molti anni una mitica segretaria di redazione del Mondo».

[12] M. Masneri, Un mondo senza paparazzi. Paolo di Paolo si ritirò perché non li amava. Incontro con il fotografo prediletto da Pasolini e Magnani, in «Il Foglio quotidiano», XXIII (2018), n. 284, pag. IX, sabato 1 e domenica 2 dicembre.

[13] Il suo posto fu preso da Letizia Fonda Savio, figlia di Italo Svevo, antifascista e presidente dell’Associazione delle famiglie dei caduti e dispersi in guerra e tra i fondatori, nel 1955, del partito radicale. Notizie sull’attività di Nina Ruffini   si trovano anche in E. Rossi-G. Salvemini, Dall’esilio alla repubblica, lettere 1944-1957, Bollati Boringhieri, 2004.

[14] M. del Bosco, I Radicali e «Il Mondo», Torino, ERI, 1979, p. 91. La Garofalo aveva già denunciato la cessione dei beni ex-Gil in un articolo su «Il Mondo» (VIII, 46, 13 novembre 1956) intitolato I beni dilapidati.

[15] Scriveva Salvemini: «I suoi scritti, raccolti in questo libro, possono servire di modello a chi, disgustato dalle estrazioni dei partiti che si chiamano «laici», cerchi informazioni esatte e proposte ragionevoli su quei problemi immediati della vita italiana che i capi di questi partiti ignorano, mentre risolvono altri problemi per via di licitazioni private». Ved. A. Garofalo, Cittadini sì e no, Firenze, La Nuova Italia, 1956; ead., L’italiana in Italia, Bari, Laterza, 1956.

[16] M. Giacobbe, Avventure a Copenaghen, in «Il Mondo», X, 52, 30 dicembre 1958, p. 7.

[17] Anche un’altra autrice appartenente a una influente famiglia della comunità ebraica milanese, Enrichetta Sciapira, si era occupata, negli anni ’50-’52, delle questioni sociali nella Russia di Stalin, con particolare riferimento alla condizione operaia offrendo un quadro realistico e distaccato. Il sottotitolo al suo primo e lungo articolo, I servi della fabbrica («Il Mondo», II, 51, 23 dicembre 1950, pp. 3-4) si apriva con un sottotitolo rivelatore: «Gli operai della Russia sovietica non debbono temere la disoccupazione che minaccia l’operaio in regime d’impiego libero: debbono invece temere il carcere e il lavoro forzato nei campi di concentramento, dove può condurli la più piccola infrazione alla disciplina della fabbriche e degli uffici».

[18] C. Sodini, Amici per sempre. Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti tra Lucca e Roma, Lucca, M. Pacini Fazzi ed., 2011.

[19] G. Massari, Quei primi giorni di lavoro cit., p. 125.