824 utenti hanno letto questo articolo

[Kalòs kai agathòs, in greco “Il bello e il buono”, è una rubrica di Simone Tempia che, ogni settimana, propone sul Magazine del centro Pannunzio uno stimolo culturale proveniente dalla rete, gratuito e immediatamente fruibile, selezionato secondo criteri stringenti di qualità artistica e culturale.]

Personalmente trovo l’ironia post-moderna basata sul topos narrativo della provincia, una delle piaghe che ha devastato buona parte della produzione culturale di questa nazione. Il motivo è presto detto: immersi come siamo in un provincialismo mentale da cui è difficile uscire, aggrappati con le unghie a un corredo sentimentale da strapaese che, giorno per giorno, insozza le prime (le seconde, le terze e via così fino ai necrologi che rimangono, bontà loro, ultimo baluardo di scrittura civile) pagine dei quotidiani, con cronisti e autori in cerca sempre dell’occhio della madre, dello sguardo del fanciullino e della tragedia del tinello, l’ironia compiaciuta e supponente sui biliardini, gli anziani ai cantieri, le orchestrine di liscio, le balere e i ponche caldi sul lungomare di Viareggio risulta, al mio sguardo, nient’altro che la piètas fuori luogo del proverbiale medico che fa la piaga purulenta.

Pertanto, nell’imbattermi in una rassegna di racconti letterari che si intitolava I Bellissimi (menzionando l’ormai iconica rassegna cinematografica che arricchisce il palinsesto di Rete4 nelle notti d’estate) promossa e proposta dal sito internet di critica letteraria “In fuga dalla bocciofila”, la mia prima reazione è stata d’impronta friedikiana memoria con un’autodefenestrazione operata all’urlo di “Esci da questo corpo”.

Eppure.

Eppure, tolta la patina vagamente stantìa dell’ironia di cui sopra (che ha il sapore di un pacchetto di patatine monoporzione tenute per troppo tempo al sole), il risultato è stato sorprendentemente gustoso.

Merito – anche e soprattutto – per la dichiarazione d’intenti dei curatori della rassegna: coinvolgere in un singolo spazio letterario i nomi più interessanti del nuovo panorama letterario italiano. I primi due racconti a firma di Caterina Iofrida e di Roberto Camurri (in libreria con Il Nome Della Madre per NN edizioni) in questo senso sono emblematici.
Due brevi opere di grana estremamente fine e preziosa: come la sabbia bianca delle migliori spiagge di questo paese, queste due storie si insinuano sottopelle, nei vestiti, nella memoria, tra le dita, senza dare fastidio e riproponendosi, di tanto in tanto, qua e là, gradevoli e opportuni come piacevoli ricordi balneari.

Mentre Iofrida ci racconta una  pungente storia di autodeterminazione femminile con un antiretorica così puntuale da manifestarsi in una sprangata sulla testa di un “viscidone” (niente di mortale)(forse), dall’altra Camurri ci riporta all’esotismo della vita di cascina facendo quello che, mutatis mutandis, ha sempre fatto anche Cormac McCarthy: raccontare le regole segrete, spietate e naturalissime che regolano il mondo per quello che è, privato delle sue sovrastrutture.

Due bei pezzi di letteratura contemporanea a cui se ne aggiungeranno altri. E che, personalmente, sono curioso di leggere.

Bocciofila o meno.

I due racconti li potete trovare a questi link:

Brewster McCloud | Maglie a righe di Caterina Iofrida

Robocop | Avevamo una capra, Betty di Roberto Camurri
https://www.infugadallabocciofila.it/robocop-avevamo-una-capra-betty/