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Perché sto con chi non si inginocchia, di Maurizio Ceccon

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 È un fatto di cronaca recente, verificatosi domenica scorsa, in occasione della partita Italia-Galles dei Campionati europei di calcio, disputatasi il 20 giugno 2021. In occasione di quella partita, era prevista un’iniziativa a sostegno del movimento Black Lives Matter, impegnato nella lotta contro il razzismo: si chiedeva ai giocatori di inginocchiarsi prima del fischio di inizio partita, compiendo un gesto simbolico a dimostrazione della vicinanza del mondo dello sport ai grandi problemi sociali. Sei giocatori della nostra Nazionale non si sono inginocchiati, e il loro comportamento ha suscitato discussioni, in cui non ha mancato di inserirsi Enrico Letta. Ospite di Lilli Gruber durante la puntata di Otto e Mezzo andata in onda il 21 giugno scorso, e ormai probabilmente convinto che un leader politico, per farsi seguire, debba comunque parlare e dire la sua su tutto, dal voto ai sedicenni al comportamento da tenere su un campo di calcio, non ha mancato di rilasciare questa dichiarazione: “Vorrei fare un appello ai nostri giocatori: che si inginocchino tutti, perché io credo che questa storia che… cinque si sono inginocchiati e gli altri no, francamente non l’ho trovata una scena… insomma non una gran bella scena.” Quando Evelina Christillin, ospite anche lei della trasmissione, gli ha fatto notare, richiamando le parole del presidente Gravina, che non si possono “obbligare undici persone a inginocchiarsi”, Letta imperterrito ribatteva: “Se si mettono d’accordo, nello spogliatoio prima, sugli schemi di gioco, forse, se si mettono d’accordo anche su quello, secondo me è una cosa positiva. Lo dico da tifoso della squadra, semplicemente perché quell’immagine di ieri, in cui tutti i Gallesi erano inginocchiati e gli Italiani metà sì e metà no non era una bella immagine.”

  Tanto per non smentirsi, l’Enrichetto Nazionale – o, se si preferisce, il Lettino Transalpino – ha perso un’altra magnifica occasione per tacere. Sì, perché vista e considerata proprio la causa per cui si protestava, io non mi vergogno a dire di stare dalla parte di chi non si è inginocchiato, e non perché io non consideri sacrosanto l’impegno del movimento Black Lives Matter contro il razzismo o perché io ritenga che il mondo dello sport non debba prendere posizione contro le ingiustizie sociali – lo dico anche a rassicurazione di tutti i campioncini del politically correct che già vedo pronti a inalberarsi e a gridare allo scandalo – ma per una questione di semantica dei gesti, su cui in questa sede vorrei proporre una riflessione.

  I gesti non sono neutri: hanno una storia, spesso millenaria, alla luce della quale assumono un significato da cui non si può prescindere. Per millenni, ad inginocchiarsi davanti al Re-dio sono stati i sudditi-schiavi, che inginocchiandosi mettevano in segno il loro totale assoggettamento al Sovrano assoluto, di fronte a cui ammettevano di non avere diritti da rivendicare. Per millenni, si è inginocchiato chi accettava lo status quo, e uno status quo iniquo, quello che la Rivoluzione francese ha spazzato via: come anche testimonia una copiosissima iconografia, inginocchiarsi è da sempre l’atto di sottomissione per eccellenza, quello che sancisce legittima e santifica la disuguaglianza sociale e politica tra gli uomini. E allora, come possiamo di punto in bianco trasformarlo in un gesto di sfida, di dissenso o di protesta, per giunta indirizzata proprio contro quella discriminazione che ha sempre legittimato? Prima di lanciare il suo sciocco appello, tanto insulso quanto perfettamente in linea con la dilagante ipocrisia del politically correct, il Lettino Transalpino avrebbe fatto meglio a pensare a tutto questo, visto anche il suo Dottorato in Diritto delle Comunità europee. Senza contare che l’esortazione ad inginocchiarsi proveniente da un politico suona a dir poco sinistramente stonata: è progressismo, quello dell’Enrichetto Nazionale, o velleità di Restaurazione?

  Se proprio bisogna protestare – l’ho detto e lo ripeto: sacrosantamente! – contro il razzismo, mi permetto, nel mio piccolo, di proporre un altro gesto, anch’esso storico. È quello che fecero sul podio olimpico due atleti neri, Tommie Smith e John Carlos, durante le Olimpiadi di Città del Messico. Arrivati rispettivamente primo e terzo nei 200 metri di atletica leggera, i due atleti ricevettero le loro medaglie e ascoltarono gli inni nazionali tendendo al cielo i pugni chiusi e le mani guantate di nero, simbolo della lotta e delle rivendicazioni politiche delle Black Panthers, e rifiutando di guardare a quella bandiera, che era anche quella dello Stato che in quel momento storico discriminava i neri. C’è una foto che li immortala in quel gesto, e che ho voluto mettere subito sotto il titolo del mio articolo, perché se ne capisse inequivocabilmente l’esatto significato. Non si sono inginocchiati sul podio, Tommie Smith e John Carlos: sono rimasti ritti in piedi, e se nei loro pugni chiusi che si stagliano contro il cielo è scritta tutta la volontà di battersi fino all’ultimo respiro per affermare i propri diritti, nel loro rimanere ritti in piedi sul podio c’è tutta la dirittura e la dignità morale di chi protesta e lotta contro l’ingiustizia e la discriminazione, che non si combattono da inginocchiati.

  Olimpiadi di Città del Messico: correva l’anno 1968. Al netto delle degenerazioni che in progresso di tempo si sono verificate, quelli erano anni in cui si sapeva bene che cosa volesse dire protestare, e in cui, di conseguenza, si sapevano individuare i gesti con cui esprimere efficacemente ed esemplarmente la protesta. In quegli stessi anni, chiunque avesse esortato a protestare inginocchiandosi sarebbe stato sacrosantamente sbertucciato e preso a pernacchie.

26 Giugno 2021/da user-pannunzio
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