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Un anno e mezzo fa ci siamo posti il problema della legge elettorale, mettendo a confronto due democrazie con sistemi opposti: Gran Bretagna per il maggioritario, Israele per il proporzionale. Si veda Quale legge elettorale per l’Italia? Su questa testata. È giunto il momento di fare il punto della situazione, valutando gli sviluppi occorsi. Gran Bretagna. Come è noto, Boris Johnson ottenne una maggioranza netta, pur con il 44% dei voti, promettendo l’attuazione di Brexit, con o senza accordo. Oggi dobbiamo riconoscere al premier inglese determinazione e coerenza nel perseguimento di un obiettivo, ormai raggiunto nonostante i rischi di no deal, ed al sistema maggioritario il merito di averglielo reso possibile. Intendiamoci, non riteniamo affatto che sia stata un buona scelta per la Gran Bretagna: giocare un ruolo di grande potenza nel 2020 appare velleitario per un paese che non è comparabile per abitanti, estensione o PIL, con USA o Cina, ma nemmeno con UE, Russia o India. Cionondimeno lasciamo questo dibattito agli storici della prossima generazione, qui il giudizio non è politico, ma sull’efficacia di un sistema elettorale che individua una maggioranza, le dà la possibilità di governare, realizzando programmi e, dopo alcuni anni, rimette agli elettori il potere di valutare i risultati, cambiando rotta con una nuova maggioranza. Israele. Quando ne parlammo il paese si apprestava alla terza elezione in dodici mesi, quella del marzo 2020, da cui uscì una maggioranza instabile che cadde nel dicembre per la mancata approvazione del bilancio, con conseguente scioglimento del parlamento. Le quarte elezioni in due anni, svoltesi nel marzo del 2021, hanno consegnato una situazione estremamente frammentata: sono tredici le liste rappresentate alla Knesset a spartirsi i 120 seggi. Dopo lunghe consultazioni, ha ottenuto la fiducia una coalizione di otto partiti che prevede una staffetta tra Bennet e Lapid alla carica di Primo ministro. Il principale fattore di coesione è l’aver mandato all’opposizione l’ex premier Netanyahu, dopo dodici anni di governo. Non vogliamo entrare nel merito della politica israeliana, perché non ne avremmo le competenze, anche in questo caso, il giudizio è su un sistema elettorale che mostra dei limiti molto evidenti alla stabilità di governo ed alla sua possibile azione, ma anche alla capacità dell’elettore di giudicarne l’operato tra infinite diatribe e reciproche accuse. A questo punto gli esempi addotti chiarificano una volta di più che, con il maggioritario, il paese si muove, magari in una direzione che non piace a qualcuno, ma con responsabilità politiche chiare ed un elettorato consapevole, con il proporzionale non si va da nessuna parte e la situazione permane in stato confusionale. Quanto all’Italia? Sotto il grande cappello del governo tecnico, tutto tace, ma si affilano nell’ombra le spade. Stando ai sondaggi SWG il centrodestra sarebbe più o meno stabile al 48%, il che gli consentirebbe di vincere, magari di poco, anche con la proporzionale, poiché un certo numero di voti non si traducono in seggi, per le soglie di sbarramento esplicite (definite ex lege) e implicite (date dalla dimensione dei collegi). Poiché Forza Italia sarebbe al 7%, Lega e Fratelli d’Italia poco sopra il 20%, un sistema maggioritario potrebbe assegnare un risultato netto alla coalizione o, al limite, portare alla vittoria anche solo i due partiti di destra, senza Forza Italia. Ammesso e non concesso, che il sondaggio sia specchio fedele dell’elettorato e soprattutto che la fotografia non cambi fino alle elezioni, si delinea una situazione in cui gli umori del paese non coincidono con la composizione del parlamento. Detto in altri termini, i partiti che pensano di perdere le elezioni, potrebbero essere tentati di proporre una modifica in senso fortemente proporzionale, come tatticismo per ostacolare il governo degli avversari nella prossima legislatura, con il rischio di avere maggioranze fragili, governi instabili, politiche fatte col bilancino ed una sostanziale incomprensione da parte dell’elettorato.

Ribadiamo quanto già suggerito in precedenza: l’auspicio è che il parlamento, e speriamo che il governo tecnico dia un contributo essenziale, trovi un accordo per regole elettorali stabili nel tempo, decenni almeno, per poterne valutare gli effetti ed eviti i continui ripensamenti dati dai miopi tatticismi dell’una o dell’altra fazione.