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Ci sono libri che regalano un pomeriggio di svago. Libri che arricchiscono la cultura. Libri che fanno perdere tempo. E libri che aprono orizzonti di conoscenza nuovi, sul mondo e sull’animo umano. Di quest’ultima categoria fanno parte i ‘Racconti della Kolyma’ di Varlam Shalamov, scrittore deportato nei gulag siberiani negli anni del terrore staliniano. Opera apparsa in Occidente nel’78 e in Russia solo nel ’92 dopo l’implosione dell’URSS, è un lavoro di livello letterario e stilistico altissimo, che per diversi motivi, non ultimi quelli di carattere politico, non ha avuto i riconoscimenti e la notorietà che avrebbe meritato. La Kolyma è il territorio più settentrionale e orientale del continente siberiano, dove negli Trenta e Quaranta milioni di persone, incolpevoli vittime di delazioni assurde e infondate, sono state fatte sparire ai confini del mondo, internate nei lager del lavoro schiavista e lasciate morire di fame, di freddo, di stenti. È stato uno dei più terribili progetti di annientamento degli avversari politici mai concepiti e realizzati nella storia. Ormai conosciuto certo, e dopo la destalinizzazione anche riconosciuto nella stessa ex Unione Sovietica, ma mai realmente partecipato. E invece noi occidentali, che doverosamente tributiamo ricordo e onori ad altri orrendi misfatti della storia e dell’uomo, allo stesso modo dovremmo conoscere e ricordare le immense sofferenze di chi, colpevole di nulla, laggiù è stato mandato a scomparire e a morire, il disprezzo individuale e sociale per la dignità e la vita altrui che ha provocato e tollerato tutto questo, e anche l’ingloriosa conclusione sotto un marchio di terribile infamia di quell’esperienza che era nata nel ’17 portando tante speranza di riscatto tra gli oppressi di ogni paese. Shalamov ci racconta la sua storia e quella di tante altre persone finite, ciascuna nel profondo della sua solitudine, a condurre la propria lotta per la sopravvivenza in quell’inferno di ghiaccio, dove la vita non valeva nulla e la violenza morale della sopraffazione era tanto inaccettabile come quella fisica. Lo fa con voce da grandissimo scrittore, con i toni pacati e sinceri di chi ha visto e vissuto l’abisso del male, e non ha bisogno di alterare, correggere, gridare, per dare forza alla sua narrazione e arrivare alla mente e al cuore di sappia ascoltare.