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Coniato dalla rivista The Economist nel 1961, in merito a delle riforme economiche ritenute necessarie in Spagna, il termine globalizzazione si è diffuso solo a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, ed è inteso come sinonimo di liberalizzazione, per indicare la progressiva riduzione degli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali su scala planetaria.   Il fenomeno però ha radici ben più antiche che gli storici fanno risalire alla domesticazione del cammello, 1.000 anni prima della nascita di Cristo, o, in tempi più prossimi a noi, alla scoperta del continente americano ed alle successive esplorazioni geografiche che aprirono la strada per la nascita di floride rotte per gli scambi commerciali tra il Vecchio ed il Nuovo Mondo. Il processo ha subito una accelerazione fra il 1840 e il 1914, quando lo sviluppo tecnologico (telegrafo, ferrovie, navi a vapore) ha reso più rapido ed agevole comunicare (e commerciare) con il resto del mondo, generando un massiccio incremento dei flussi di capitali e migratori e con un raddoppio degli scambi commerciali.  Non si trattò, peraltro, di una crescita priva di problemi: tra il 1873 ed il 1895 si ebbe una “Grande Depressione”, antesignana di quella, forse più nota, della fine degli anni ‘20 del secolo successivo.  A questa crisi fece seguito una fase nota come “Belle Époque”, caratterizzata da una decisa accelerazione nelle innovazioni e nelle scoperte: dalla elettricità al processo di pastorizzazione (fondamentale per la conservazione del cibo e, indirettamente, per il suo commercio), dall’ automobile alla radio ed al cinema.  Il mondo diventa più piccolo ed aperto agli scambi tra Paesi e le “Esposizioni Universali” si moltiplicano a partire dalla metà del XIX secolo.  Arrivati nel 1900, il periodo tra le due guerre mondiali rappresenta una brusca frenata per la globalizzazione: la crisi economica sfociata in un’ altra Grande Depressione, quelle del 1929, crea una forte spinta a favore di politiche a protezione delle economie nazionali (attraverso l’ applicazione di dazi, quote e sussidi) aggravandone ed ampliandone gli effetti.  Il pendolo oscilla nuovamente a favore di una liberalizzazione del commercio mondiale a partire dagli anni 60, attraverso istituzioni quali il GATT (Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio) e, nella sua successiva trasformazione, il WTO (Organizzazione mondiale del commercio, creata nel 1995). A rafforzare questo trend contribuisce la politica di apertura economica iniziata dalla Cina, con Deng Xiaping, nel 1978 e, successivamente, il dissolvimento (e la sua conseguente apertura agli scambi con il resto del mondo) dell’ “impero” Sovietico (alla fine degli anni 80).  Anche l’innovazione tecnologica legata alla diffusione di internet e di personal computer a sempre prezzi più bassi, contribuisce fattivamente a questo processo.  Le vicende degli ultimi 15 anni, a partire dalla bolla finanziaria esplosa nel 2000-2001 per proseguire con la crisi finanziaria iniziata nel 2008, hanno rafforzato le schiere di coloro che vedono nella globalizzazione solo un modo per sfruttare manodopera a basso costo a discapito dei livelli occupazionali nei Paesi più industrializzati.  Questi ultimi sottolineano come, paradossalmente, la storia ci abbia insegnato che le fasi di sviluppo economico “globalizzato” non hanno fatto altro che incrementare la concentrazione della ricchezza in una frazione sempre più ristretta di popolazione e di Paesi aumentando le disuguaglianze e diffondendo rapidamente le situazioni di crisi locale a livello mondiale.  Uno degli effetti della globalizzazione è inoltre quello della accresciuta importanza delle multinazionali, delle autentiche “imprese-stato”, capaci, con le loro decisioni di investimento, di influenzare l’economia mondiale incrementando così anche l ‘ostilità (“no global”) nei loro confronti. Sull’altro versante, i fautori del libero commercio mettono in evidenza la riduzione, a livello globale, della povertà e la maggiore accessibilità (capacità di acquisto) a beni e servizi grazie all’ aumento della loro disponibilità a costi di produzione sempre più bassi.  Non è certamente questa la sede per approfondire queste due scuole di pensiero ma rimane il fatto che l’attuale contesto storico sembra segnalare l’(ennesima) inversione di direzione del pendolo della globalizzazione, a favore di una maggiore protezione dei propri confini nazionali, in senso sia geografico che economico. Il fenomeno è iniziato ormai da diversi anni ed ha trovato chiare testimonianze nella crescita dei movimenti populisti/nazionalisti e nelle guerre commerciali tra le principali potenze economiche mondiali. L’attuale conflitto potrebbe contribuire ad accelerare il trend in corso.  Le opinioni su cosa ci aspetta non sono certo rassicuranti. Secondo l’economista Adam Posen, Presidente del Peterson Institute di Washington, il mondo tornerà a dividersi in blocchi isolati e meno interconnessi e questo condurrà ad una crescita economica rallentata rispetto al passato ed a minori innovazioni (il vero motore dello sviluppo). Il presidente della Federal Reserve di Atlanta, Raphael Bostic, ritiene che la guerra russo-ucraina rappresenti uno snodo fondamentale che riorienterà la produzione verso le aree del mondo più stabili e non, come in passato, a favore di quelle con i minori costi (sottovalutandone i potenziali effetti collaterali…).  Howard Marks, fondatore della Oaktree Capital (un importante gestore del risparmio statunitense), sottolinea come la disponibilità di prodotti a prezzi sempre più bassi (grazie allo spostamento degli stabilimenti produttivi nei Paesi a basso costo) ha contribuito fortemente alla crescita economica ma, a lungo andare, ha indebolito i lavoratori rendendoci molto vulnerabili agli shock esterni. In futuro, quindi, si dovrà mettere al primo posto la sicurezza (e la produzione nazionale) e non la maggior convenienza consentita dal decentramento produttivo nei Paesi più poveri. Ancora più radicale è, in ultimo, la visione dell’amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink (noto per le sue battaglie a favore di un azionariato responsabile ed attento all’ambiente), secondo il quale l’invasione russa ha messo la parola fine alla globalizzazione ponendo così le basi per un ritorno ad un mondo ad una polarizzato in aree di influenza. Rimane comunque ancora un legittimo dubbio su quali saranno i reali effetti economici (e sociali) di questa nuova ondata regional-populista.  Come accennato, da una parte si può osservare come la crescita degli scambi commerciali abbia favorito una crescita del benessere ed una riduzione della povertà, provocando però squilibri (a beneficiarne in modo più che proporzionale sono stati in pochi) e creando così i presupposti per le successive crisi.  Dall’ altro appare chiaro come il protezionismo, lungi dal risolvere le crisi economiche dalle quali è stato generato, spesso le abbia semplicemente peggiorate.  Il pendolo della storia cambia direzione ma certamente non si arresta. Le crisi possono rinsaldare le relazioni più fragili o le possono definitivamente lacerare e la reazione dei Paesi europei ci fa ben sperare che si possa ricadere nel primo caso. Se così fosse, la globalizzazione potrebbe anche essere finita ma avremo piantato i semi per costruire un futuro più stabile e sostenibile.