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Disorientata, strabica, auto centrica. Appare così la sinistra italiana nel XXI secolo. Dispiegata in mille rivoli, si trova frammentata e divisa per colpa di infinite scissioni che sembrano renderla incapace di reagire. Articolo Uno, Mdp, Liberi e Uguali, Sinistra Italiana sono solo alcune delle tante liste prodotte in questi ultimi anni dai fuoriusciti del Partito Democratico. Ogni esponente intende rivendicare una purezza originaria in nome della quale giudicare la legittimità politica dei propri alleati. Oltre a questo stillicidio interno allo schieramento, a mancare è l’attenzione verso i problemi che hanno le famiglie, i lavoratori, gli imprenditori. Se la sinistra oggi è così in crisi è perché non sa più che cosa essere, chi rappresentare, quali politiche adottare, a quale ceto sociale rivolgersi. Come comportarsi nei confronti di un tema spinoso come l’immigrazione? E nei confronti dei giganti del web? Se non riparte da domande come queste la sinistra è finita. Un barlume di onestà intellettuale è apparso l’altro giorno sulle pagine de La Stampa. Intervistata dalla brava Francesca Schianchi, l’ex presidente del Pd Rosy Bindi ha dichiarato: «Sa perché mi sono ritirata a un certo punto? Pensa sia stato per Renzi? No, semplicemente non trovavo le soluzioni alle sfide inedite di questo tempo. Ma queste soluzioni in Pd deve cercarle. E invece vedo un ponte levatoio tirato su rispetto alle sfide del nostro tempo». È proprio questo il punto: la sinistra si è rinchiusa nella sua torre d’avorio da cui non pare voler uscire. È percepita come simbolo del sistema, di cui inesorabilmente è diventata parte: non per nulla il Pd viene definito il partito della Ztl. Sempre più incentrato nella difesa dello status quo, è infatti votato dai ceti benestanti, da chi abita nei centri storici o ha uno stipendio assicurato a fine mese. Insomma, da chi è garantito. Artigiani, commercianti, partite Iva si rivolgono così a destra, così come operai e impiegati che, da storico bacino elettorale di sinistra, ora scelgono Salvini e Meloni. L’ultimo sondaggio realizzato per Il Sole 24 Ore registra come Fratelli d’Italia sia diventato il primo partito nel Meridione, superando il 24 percento dei consensi. Un record assoluto che fa ancora più impressione se si pensa che fino a pochi mesi quelle regioni votavano in massa per il Movimento Cinque Stelle. E la sinistra che cosa fa? Perde tempo rilanciando temi quali il femminismo, lo ius soli, il voto ai sedicenni. Questi argomenti non sono altro che il tentativo di dotarsi di una nuova base elettorale di cui è ora mancante: la verità infatti è che ha voltato le spalle al suo mondo di riferimento che inevitabilmente ha fatto altrettanto. Lo scontro interno per la scelta del capogruppo alla Camera dei deputati tra Madia e Serracchiani appare ai cittadini, sempre più sfiniti dalla crisi sanitaria ed economica, come l’ennesima insensata faida di un ceto dirigente rinchiuso nei palazzi, noncurante dei bisogni e delle preoccupazioni della società e delle sue fasce più deboli. Anche in America, a dire il vero, la nuova amministrazione Biden, nonostante tanta retorica, non pare voler perseguire una linea chiara di sostegno alla classe media. Se infatti, da una parte, è intenzionata ad aumentare le tasse per i ricchi con redditi maggiori a 500.000 dollari annui, dall’altra vuole innalzare l’aliquota sugli utili alle aziende dal 21 al 28 percento. Quest’ultima mossa non svantaggerebbe le multinazionali, che andrebbero a pagare le tasse – come già fanno – in qualche paradiso fiscale, ma le piccole e medie imprese, quelle con pochi dipendenti, un fatturato basso e spesso di proprietà di afroamericani, storico elettorato dei DEM che alle ultime elezioni ha invece votato per Trump. La sinistra scelga da che parte vuole stare, se dirigere i fenomeni della globalizzazione o se lasciarli agire indisturbatamente. Il tempo della retorica è finito: le sfide dei nostri tempi richiedono risposte coraggiose, radicali, sulle nuove povertà, sulle disuguaglianze, su modelli di sviluppo sostenibili, sul ruolo della scuola. Non basterà cambiare nome o leader per affrontare questi temi. Paradossalmente, non sono gli elettori a scegliersi gli eletti, ma il contrario: se i rappresentanti non scelgono la realtà sociale a cui rivolgersi, la sfida sarà persa in partenza. Prima la sinistra aveva come riferimento le masse contadine, rurali, in nome delle quali realizzare la “rivoluzione socialista”, poi quelle lavoratrici. Con l’avvento dei totalitarismi in Europa, Gramsci ritenne che per conquistare il potere l’unico mezzo necessario fosse quello di instaurare un’egemonia culturale, facendo leva sulla coscienza e sull’appartenenza identitaria di quei ceti. Questa egemonia sarebbe diventata etica con Berlinguer: la questione morale per il popolo di sinistra assumeva i connotati di una superiorità ontologica che non riguardava più le singole classi sociali di riferimento. La prematura morte del segretario comunista, Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica avrebbero ancora cambiato il suo elettorato di riferimento. La nascita prima del Pds e poi del Pd, come coacervo di tradizioni politiche e culturali diverse, con i suoi equivoci, le sue contraddizioni e debolezze interne, ha dato vita a una nuova classe dirigente fatta da uomini mediocri, culturalmente e politicamente. L’incapacità di affrontare la crisi economica del decennio scorso, la continua permanenza al governo, gli scandali locali di corruzione hanno ulteriormente incrinato la poca fiducia degli elettori in quello che Veltroni aveva auspicato essere un partito riformista con vocazione maggioritaria. Le scissioni e i livori interni, infine, hanno portato costantemente alle dimissioni dei vari segretari democraticamente eletti, ultimo dei quali è stato Zingaretti, che, andandosene, ha preso atto dell’impossibilità di governare quel partito. Se non cambieranno uomini e idee – come ricorda Giustiniano “nomina sunt consequentia rereum” – anche la nuova leadership di Letta rischia di diventare l’ennesima Caporetto della sinistra italiana.