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Tedeschi: attore, uomo, internato, di Adriana Rizzo

Oggi

È uscito di scena a 100 anni compiuti Gianrico Tedeschi, nato a Milano nel 1920. È mancato nella sua casa di Crabbia di Pettenasco, sul lago d’Orta, un luogo di pace interiore e di serenità per un uomo che aveva fatto della recitazione essenza di vita. Il 20 aprile scorso, data del suo centenario, aveva ricevuto un messaggio di auguri dal Presidente Sergio Mattarella. A Crabbia di Pettenasco viveva con la moglie Marianella Laszlo, anche lei attrice, e alle due figlie: Sveva, che ha seguito le sue orme, ed Enrica, docente universitaria di sociologia, autrice di un testo/biografia sul padre, dal titolo: Semplice, buttato via, moderno. Il ‘teatro per la vita’ di Gianrico Tedeschi. Tedeschi era partito, dopo il diploma, per la guerra come ufficiale, partecipando alla campagna di Grecia. Dopo l’8 settembre, non avendo voluto aderire alla Repubblica di Salò, ebbe inizio per lui la tragedia del lager nazista, dove cominciò a recitare con i compagni di prigionia, tra cui Giovanni Guareschi e Enzo Paci. In tutta la sua lunga carriera attribuirà la propria vocazione per la recitazione proprio all’internamento subìto, che diventerà soggetto di uno dei suoi ultimi spettacoli, Smemorando, dopo aver sostenuto, per tutta la vita: «Sono diventato attore perché sono stato in campo di concentramento». Era stato catturato a Volos, in Grecia, dove era rimasto per due anni. E poi il ricordo lacerante dei tre lager: Beniaminovo, Sandbostel, Wietsendorf. E la fame, i maltrattamenti, la paura. Era un IMI, (Internati Militari Italiani), non prigionieri di guerra ma “traditori”. Voglio citare quanto scritto in: Protagonisti del Novecento, di Ennio Ellena.

È l’anno 1944, lager di Sandbostel, Germania. Si recita uno dei capolavori di Pirandello, l’Enrico IV. Rivive la tragica vicenda del giovane che cade durante una cavalcata in costume mentre veste i panni dell’imperatore Enrico IV di Germania, impazzisce e per dodici anni vive in una fittizia atmosfera comportandosi come il personaggio che interpretava al momento dell’incidente. Poi rinsavisce e per vendicarsi dell’antico rivale in amore che ne provocò la caduta lo uccide e deve quindi continuare a vivere nella finzione, ormai prigioniero di quella follia e di quel personaggio che si era cucito addosso. Protagonista del lavoro pirandelliano è il tenente Gianrico Tedeschi, classe 1920, milanese, già studente della facoltà di magistero dell’Università Cattolica milanese. Chiamato alle armi, inviato in Grecia, l’Enrico IV di Sandbostel è poi diventato uno dei 600 mila militari italiani deportati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre: generali, ufficiali, sottufficiali, soldati abbandonati in Italia e all’estero dal re, dal principe, da Badoglio, da generali e ammiragli in fuga verso l’ospitale Brindisi. Dopo la Liberazione, entra nell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” a Roma e nel 1947 debutta a teatro, scelto e diretto da Giorgio Strehler. Inizia così una carriera di successo, che lo vede lavorare con registi come Luchino Visconti a Luca Roncon. Si avvicina anche alla rivista e alla commedia musicale, da citare My fair lady nel 1964 con Garinei e Giovannini. Con Strehler è stato Pantalone in Arlecchino servitore di due padroni nel ’74 e Peachum nell’Opera da tre soldi, con Visconti ha lavorato ne La locandiera e Tre sorelle. Fa anche spettacolo leggero, nel 1961 affianca Bice Valori e Lina Volonghi nel varietà di Antonello Falqui Eva ed io e nel 1977 partecipa a Bambole, non c’è una lira.  Oltre ad aver condiviso la scena con Anna Magnani, Marcello Mastroianni, Domenico Modugno e tanti, tanti altri nomi dello spettacolo italiano e del varietà, Tedeschi ha anche prestato la propria voce, sia per la registrazione di un’audiocassetta, sia dal vivo, per la lettura di La Favola di Natale, racconto musicato che lo scrittore Giovannino Guareschi scrisse mentre erano insieme prigionieri nel lager di Sandbostel. Come sostiene Marco Ferrazzoli, capo ufficio stampa CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche dal 2005):

«Questi purtroppo dimenticati martiri della libertà e dell’indipendenza italiana assunsero proprio motto la frase guareschiana ‘Non muoio neanche se mi ammazzano’. Con le sue opere nate o concepite nel lager, dal Diario clandestino alla Favola di Natale, Guareschi – IMI 6865 – fu la ‘voce’ degli Internati, ricorda Marco Ferrazzoli, capo ufficio stampa CNR, consigliere nazionale Anrp e biografo dello scrittore di Don Camillo. “La Favola di Natale, in particolare, unisce al valore poetico quello storico-politico e aiutò molto i compagni di prigionia nella loro resistenza». (L’integrale della lettura scenica della ‘Favola di Natale’ è disponibile al link https://youtu.be/i1-iYd4uhSI). Tedeschi e Guareschi si erano conosciuti durante il periodo di prigionia. Non solo la tragica esperienza del lager, ma anche la fede in Dio li accomunava. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel 2015, durante la rappresentazione Dipartita finale di Franco Branciaroli, alla domanda del giornalista su come avesse potuto avere la forza, tanti anni prima, di sopravvivere al lager, Tedeschi rispondeva: «La fede. Io sono credente e cattolico. Di fronte alle apocalissi della civiltà ho provato dolore, impotenza, compassione. Mai disperazione. Non quella vera, quella nera, che portò qualche nostro compagno a buttarsi sul filo spinato di recinzione per farsi uccidere dalle guardie». Aggiungendo che «la voglia di vivere è sempre più forte. E la bellezza è l’ultima barriera contro il nulla». È infatti il bello, che sarebbe forse più corretto scrivere con l’iniziale maiuscola, a salvare l’umanità, anche nei momenti più difficili: «Non abbiamo vissuto come i bruti», affermerà Guareschi in riferimento alla prigionia. «Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire». IL TIMONE – MENSILE DI APOLOGETICA – mercoledì 29 luglio 2020. E così, al motto divenuto poi celebre «Non muoio neanche se mi ammazzano», Tedeschi e Guareschi – anche qui, ognuno a modo proprio – hanno trovato nell’espressione artistica una valvola di sfogo, un appiglio al futuro, ma soprattutto un ancoraggio alle cose che contano davvero: in un momento in cui l’umanità stava dando prova del lato peggiore di sé e in cui la loro esistenza era appesa a un filo hanno avuto modo di guardare al senso della vita con verità e, laddove qualcuno si lasciava andare alla disperazione e alla rabbia contro un Dio che non interveniva, loro hanno saputo mantenere alta la speranza in Colui che tutto sa.

29 Luglio 2020/da user-pannunzio
Tags: Arte, spettacolo
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