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Carlo Antoni nacque nel 1896 a Senosecchia. Allora questo piccolo comune apparteneva all’Impero austro-ungarico mentre oggi, dopo i trattati di Parigi, si trova in Slovenia. Tuttavia, vi fu un breve periodo in cui esso fu ricompreso all’interno della Penisola. Infatti, in seguito alla prima guerra mondiale – a cui Antoni aveva partecipato come volontario dell’esercito italiano, disertando da quello austriaco, e assumendo il nome di battaglia di Carlo Angeli – Senosecchia, insieme con tutti i territori del Triveneto e della Dalmazia, era diventata italiana. La partecipazione di Antoni alla quarta guerra di indipendenza è da ricondurre al diffuso sentimento risorgimentale, che aveva animato molti italiani delle terre irridente, il più famoso dei quali fu Cesare Battisti. Oggi è per noi difficile capire l’alto significato che assumeva, in quei tempi lontani, il sentirsi appartenenti al popolo italiano. Eppure, a cavallo tra Ottocento e Novecento, il patriottismo era la diretta conseguenza del riconoscersi fratelli all’interno delle singole tradizioni storico-identitarie. Si era ben lontani dai tragici epigoni del nazionalismo, di cui purtroppo sentiamo ancora gli echi. Date queste premesse, non stupisce che, ben prima dell’affermazione del fascismo, la famiglia Antoni avesse italianizzato il proprio cognome facendo eliminare la “g” finale. Dal 1920 il nostro si chiamò quindi Carlo Antoni.  Ma non facciamoci ingannare dalla ricostruzione appena delineata: Carlo Antoni non fu un militare, o meglio, non fu solo un ufficiale. Fu, invece, principalmente un intellettuale, che scrisse la prima lettera di un lungo epistolario a Benedetto Croce appena sedicenne. Ma non solo, egli fu patriota, professore, giornalista, liberale, diplomatico, antifascista e uno dei fondatori del Partito Radicale dei Democratici e dei Liberali Italiani. Mi soffermerò qui solo sulla sua opposizione al regime: sebbene la sua attività nella nascente Repubblica Italiana fu di primaria importanza, il tempo e lo spazio a disposizione non sarebbero sufficienti per approfondirla adeguatamente.  Il suo non fu un antifascismo, a cui ormai i più sono abituati a pensare oggi, combattuto nelle bande partigiane sulle montagne. Anche per via dell’età – ormai Antoni sfiorava i cinquant’anni – la sua lotta contro la dittatura si espresse nelle pubblicazioni clandestine e nell’organizzazione logistica della guerra di liberazione. Nel suo appartamento romano in via del Gesù si tennero le prime riunioni del Comitato Centrale di Liberazione Nazionale e fu allestita la redazione de La Nuova Europa. Da un lato, egli si occupò, dunque, di dirigere la resistenza dalla Capitale, non potendo rientrare all’università di Padova, che si trovava sotto il giogo della RSI; dall’altro, curò la pubblicazione clandestina degli scritti dei fratelli Rosselli, di Giovanni Amendola e altri, che, nelle carte scambiate con gli altri oppositori, divennero, rispettivamente, i fratelli Karamazoff o Giovanni dalle Bande Nere, come ci ricorda Guido De Ruggiero. Tutto ciò si svolse con estrema cautela, tanto che Carlo Antoni né fu arrestato come molti suoi amici, tra cui possiamo ricordare Guido Calogero o Vittorio Enzo Alfieri, né fu segnalato negli archivi del Casellario Politico Centrale. Cautela che aveva come anelito la costituzione di un’Europa diversa da quella che egli aveva vissuto, un’Europa che potesse rinascere dalle ceneri dei totalitarismi e nella quale egli sperava che, un giorno, si sarebbe potuta favorire la nascita di “un’intesa tra italiani e slavi della Venezia Giulia nel nome della libertà”.

Ilaria Rizzinelli