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(Recensione del libro “Le donne nella shoah”, di Bruna Bertolo, Susalibri editore, 2022)

Il mio “Viaggio della memoria” risale a qualche anno fa, e precisamente al 2018, anno in cui decisi di visitare la Polonia, Paese nel quale non ero mai stato prima di allora. Il ricordo del viaggio in questa nazione bellissima e sfortunata terra natale di Chopin e di uno degli artefici della fine del regime comunista in Europa, Karol Wojtyla, è legato, ancora oggi, soprattutto alla storia, più ancora che all’arte, alla musica ed alla sontuosità di palazzi e piazze delle grandi città storiche polacche. Infatti, ogni volta che si visita una città di questa nazione, si incontra la narrazione della persecuzione ebraica e della tragedia legata a detta persecuzione, soprattutto perché è proprio nei pressi di Cracovia che si trova il luogo simbolo europeo e mondiale del tentativo di eliminazione totale del popolo ebraico: il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz- Birkenau. Il libro di Bruna Bertolo è una ulteriore e importante riflessione su quali possano essere le conseguenze della discriminazione e dei totalitarismi, da un angolo visuale poco esplorato e poco conosciuto: quello delle donne deportate e, nella maggior parte dei casi, non sopravvissute alla prigionia nei campi di sterminio. L’autrice, nella prefazione, spiega il perché di questa scelta, che potrebbe apparire inappropriata, davanti ad una tragedia dell’umanità intera, e non legata al genere, come quella della persecuzione ebraica, sottolineando come per molto tempo la narrazione dell’Olocausto sia avvenuta sulla base delle testimonianze, scritte e orali, dei sopravvissuti di sesso maschile e come nell’immediato dopoguerra la voce delle donne ebraiche deportate ebbe un’eco secondaria, come fosse di poco rilievo rispetto a quella degli uomini. A quanto sopra, l’autrice aggiunge che le testimonianze femminili sulla persecuzione ebraica non solo hanno la medesima forza narrativa di quelle maschili, ma forse si rivelano ancora più forti e dirompenti, perché le donne subirono umiliazioni e violenze ancora maggiori di quelle degli uomini, sino a subire la privazione della loro essenza, quella della femminilità, come molto spesso avvenuto nella storia meno recente e più recente. Basti pensare alle violenze subite da Norma Cossetto, durante la tragedia delle Foibe o agli stupri di massa in Bosnia, negli anni novanta del secolo scorso, solo per citare alcuni esempi che, purtroppo, potrebbero essere innumerevoli. Le considerazioni sopra riportate trovano ampia conferma nelle testimonianze di queste donne, che il libro raccoglie e racconta con estremo rigore storico, ma anche con grande sensibilità, tanto da poter dire che questo lavoro di Bruna Bertolo è non solo importante e prezioso sotto il profilo della conoscenza della grande tragedia della persecuzione ebraica, ma anche un libro commovente e profondamente umano. Il primo capitolo del libro, come tutti quelli successivi corredato da una ricca e significativa documentazione fotografica, racconta l’antefatto della persecuzione ebraica, vale a dire l’entrata in vigore, in Germania nel 1935, in Italia tre anni dopo, delle leggi razziali, il primo atto normativo formale di segregazione e persecuzione degli ebrei, con conseguente esclusione di quest’ultimi dalla scuola, dall’università e da ogni tipo di attività economica. Gli effetti delle leggi razziali furono immediati ed ebbero come primo, immediato effetto, di ridurre   in povertà molte famiglie di modesta estrazione sociale, come emerge dalle testimonianze dirette raccolte nel libro; una su tutte, quella di Elena Recanati: “…Un’altra cosa che ci aveva sconvolto, scombussolato prima che sconvolto, era che tutti quanti, mio fratello e le mie sorelle avevano perso i loro impieghi (….)”. Racconta, ancora, la ragazza: “(…) Ero stata cacciata dalla scuola, però mio padre mi ha detto, “Bisogna che tu abbia pazienza, io non ho più i mezzi per farti studiare”. Vite di giovani spezzate dall’ingiustizia delle leggi razziali, dunque, vite di intere famiglie che proseguirono nei ghetti, non solo in Italia, ma in tutta Europa, vale a dire di aree delle città riservate agli ebrei, a Roma come a Varsavia o a Cracovia, e come in altre città del vecchio continente, all’interno dei quali vennero eseguiti, dai nazisti occupanti, rastrellamenti e attività di  caccia indiscriminata agli ebrei, soprattutto dopo la caduta di Mussolini ed il successivo armistizio, nel 1943. Il libro di Bruna Bertolo dà conto di tutto questo, con il racconto puntuale e documentato dalle voci delle donne che videro tutto questo orrore non solo a Roma, il 16 ottobre 1943, quando vennero deportati nei campi di sterminio migliaia di ebrei della capitale, ma anche nella zona del lago Maggiore, e della provincia di Cuneo e precisamente a Baveno, Intra, Stresa, Arona, Novara, Borgo San Dalmazzo e Meina, ove avvenne l’episodio più grave, presso l’hotel Meina, dove sedici ebrei vennero uccisi brutalmente e loro corpi gettati nel lago, per evitare che venissero ritrovati dopo la loro sparizione. Chi non trovò la morte in Italia o non riuscì a fuggire, trovò la morte nei campi di sterminio nazisti; nessun ebreo catturato il 16 ottobre 1943 fece ritorno in Italia, fatta eccezione per una donna, Settimia Spizzichino, unica sopravvissuta di Auschwitz, che perse tutta la famiglia a causa della persecuzione nazista. E’ proprio questa donna, tra l’altro, a raccontare come il campo di concentramento di Bergen – Belsen, nella quale fu internata dopo l’avvicinamento delle forze alleate ad Auschwitz, nel 1945, fosse ben peggiore di quello polacco: “Mentre ad Auschwitz i “morti sparivano”, raccolti, inghiottiti dai crematori e bruciati, a Bergen rimanevano lì, vere colline di cadaveri”, raccontò una volta rientrata in Italia, nel suo libro di testimonianza ”Gli anni rubati”. La memorialistica femminile dell’immediato dopoguerra, alla quale è dedicato gran parte del libro, fu piuttosto scarsa, non perché le donne non potessero raccontare gli orrori visti e subiti, ma perché meno richieste dagli editori, rispetto a quelle maschili, tanto da essere pubblicate in forma di pubblicazioni o opuscoli da piccoli editori locali, come se si fosse trattato di testimonianze di poco valore o scarsamente rilevanti. Tra queste testimonianze, tutte importanti, spiccano quelle di Luciana Nissim Momigliano, deportata ad Auschwitz con Primo Levi, quelle della dottoressa Bianca Morpurgo, che vide morire l’amica di sempre, Vanda Maestro e che come medico assistette, tra atroci sofferenze psicologiche le altre internate di Auschwitz, quella di Alba Valech Capozzi e, infine, quella di Laura Levi, vissuta nella solitudine totale e tormentata dalla “colpa” di essere stata l’unica sopravvissuta della sua famiglia. Inoltre, trovo davvero toccanti e commoventi le testimonianze della genovese Liana Millu, prima prigioniera a Fossoli e successivamente in Polonia e, per quella che è il mio modo di sentire, della cantante Frida Misul. Infatti, Frida, in quel luogo di orrore, di morte, di tragedia, sopravvisse grazie alla forza della musica, dell’arte, contrapponendo all’odio, al buio e alla violenza, in un regno disumano e dominato dall’istinto di sopravvivenza, la luce e la bellezza dei sentimenti, commuovendo le compagne di prigionia con le sue canzoni che ricordavano la mamma, e addirittura una kapò, che le chiese di cantare una canzone e che dopo averla sentita si commosse. La stessa kapò che dopo quella chiamata, la avvicinò una notte, di sorpresa, chiamandola non per numero, ma per nome e consegnandole una fetta di pane e carne, che Frida condivise con le compagne di baracca. Da ultimo, nel libro si ricordano le testimonianze femminili più recenti, di sopravvissute ancora viventi, quali Edith Bruck, di recente intervistata dal quotidiano “La Stampa”, in occasione della Giornata della Memoria e di Liliana Segre, nominata Senatrice a vita dal neoeletto Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Che cosa rimane, dopo la lettura di questo libro, che definirei “necessario” per la memoria di tutti noi, e soprattutto per i giovani? Rimangono immagini terribili di donne separate improvvisamente dai loro figli, di donne incinta bruciate nei formi di Auschwitz, di parti clandestini nelle baracche dei campi di sterminio con immediata uccisione dei neonati, di donne oggetto di violenze fisiche e psicologiche indicibili. Rimangono le parole di queste donne, le quali ricordano tutte, in modo particolare, il trauma dell’allontanamento dalla scuola, la perdita improvvisa della propria famiglia, l’umiliazione e la vergogna della nudità nei campi di sterminio davanti ai soldati tedeschi e la disperazione per la perdita della propria femminilità; particolari, quest’ultimi, enfatizzati con imbarazzo da tutte le donne testimoni della Shoah. Diversamente da quanto avviene per gli uomini, per le donne, il corpo e la sessualità hanno un valore diverso e psicologicamente rilevante. Inoltre, rimane il monito di che cosa significhi la discriminazione per quello che si è, le parole di Liliana Segre, che ricorda come tutto ciò cominciò a causa dell’indifferenza e che “Se pensi che una cosa non ti riguardi e ti volti dall’altra parte, è lì che inizia l’orrore”. Rimane, infine, la domanda inquietante e importante di una bambina, Maria, in una lettera indirizzata ad Edith Bruck: “Mi sono chiesta tante volte chi sarà dopo di voi a tramandare la più grande strage di massa, il fanatismo nazista, l’odio verso gli innocenti, i bambini, le donne e gli uomini. Chi sarà a ricordare quello che voi non avete potuto dimenticare? So che viviamo nell’ignoranza e che i giovani non vogliono sapere (…) io ho cercato di raccontare ai miei compagni la storia dei campi, la storia di popoli interi trasformati in cenere, la vostra storia che potrebbe diventare il nostro futuro” Il libro di Bruna Bertolo farà vivere per sempre, il ricordo di tutte le donne, sopravvissute alla Shoah e/o “sommerse” dall’odio e dalla violenza nazista e nazionalista, accendendo una speranza che tutto ciò, come auspica la piccola  Maria, non sarà mai dimenticato, se tutti noi, come Anna Frank, crederemo nel sole “Anche quando piove” e metteremo in pratica la risposta all’odio che Frida Misul e tutte le altre donne sopravvissute all’Olocausto ci hanno insegnato: il ricordo, la civiltà, la forza del sentimento, dell’amore e della bellezza.