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L’Universo liquido, di Giovanni U. Cavallera

Oggi

   Il 24 luglio 2020, alla presenza delle più alte autorità turche, la basilica della Santa Sofia viene trasformata ancora una volta in luogo di culto islamico. A sancire il senso di conquista del momento, il direttore  agli affari religiosi Prof. Dr. Ali Erbaş, sale sul pulpito sfoderando una scimitarra. Come è noto a molti, l’edificio nacque  con ben altro scopo e spirito. Se le autorità turche hanno promesso che i mosaici e altre testimonianze del passato cristiano della basilica saranno oscurate solo durante le cerimonie religiose, così non accadrà per il pavimento. Poco male, direbbe qualcuno, con giudizio superficiale. In realtà sotto i tappeti si cela un messaggio fondamentale voluto dagli architetti e dai teologi di Giustiniano. Le colline del Proconneso hanno offerto volentieri il dorso / alla sovrana che dà la vita per coprire l’intero pavimento; /la luce del Bosforo, con una leggera increspatura, brilla sul marmo candido come l’argento che comincia a scurirsi.

   Πᾶν δὲ πέδον στόρεσασα Προκοννήσιου κολώνη / ἀσπασίως ὑπέθηκε βιαρκέϊ νῶτον ἀνάσσῃ· / ἠρέμα δὲ φρίσσουσα διέπρεπε Βοσπορὶς αἴγλη / ἀκροκελαινιόωντος ἐπ’ἀργεννοῖο μετάλλου. (Paolo Silenziario, Ekphrasis di santa Sofia,  vv.664-667). Il pavimento della Santa Sofia non ha nulla in comune con quelli di altri celebrati monumenti antichi, tardoantichi o medievali, pagani o cristiani che siano. Il lettore pensi al Pantheon, alle basiliche romane o ravennati, che stupiscono il visitatore per la ricchezza e ingegnosità della loro pavimentazione. Non è così per la Santa Sofia: il suo pavimento non riluce di marmi policromi a profusione o cattura lo sguardo attraverso i meandri di mosaici: si presenta come una vasta distesa di lastre di marmo proconnesio venato, luccicante nel suo rapporto con la luce diretta delle molte finestre e da quella riflessa dalle superfici musive e marmoree delle volte e delle pareti.

   L’effetto fenomenale di riflessi scintillanti e speculari sulla superficie levigata evoca la mimesi percettiva con il Mar di Marmara, a due passi dalla Basilica, quasi che il fedele cammini sulle acque marine appena mosse dalla corrente, mentre alza lo sguardo per raggiungere la vetta della cupola appesa al cielo, circonfusa dal bagliore e dai riflessi della luce sull’oro. Miracoli.

   Questa allegorica esperienza di camminare sull’acqua richiama una serie di fonti testuali che alludono alle teofanie, come il mare di vetro in Apocalisse (4: 6, 15: 2) o Pietro che cammina sul lago di Tiberiade (Matteo 14: 25-33), o la separazione delle acque dall’aria e dallo Spirito Santo che aleggia sulla superficie nella storia della Creazione (Genesi 1: 2). Il fedele è portato a rivivere in prima persona l’esperienza religiosa letta nelle Sante Scritture. Il mare del pavimento, i marmi specchiati delle pareti, l’oro delle volte. Per i fedeli Romani d’Oriente, la differenza tra rappresentazione e suggestione dell’immagine era piuttosto libera e meno soggetta agli schematismi di oggi. Nell’Oriente romano si riteneva che il marmo non fosse altro che acqua solidificata compressa al di sotto di sedimenti marini, come sostenuto da Teofrasto, secondo una tradizione giunta poi sino al Rinascimento. Come menzionato nella Genesi, le acque dovevano essere “domate”, quindi i pavimenti e le pareti di marmo sono allo stesso modo una rappresentazione del primitivo oceano che circonda il mondo abitabile (Οἰκουμένη).

   Per i Romani che vissero nel tempo della ricostruzione della Santa Sofia nel regno di Giustiniano, il mondo terreno era considerato in rapporto a quello ultraterreno, e partecipando di esso, era portato ad imitarlo per quanto possibile. La materialità del marmo era dunque considerata una prova sensibile esemplare dell’impronta divina sulla terra. Il marmo è θαῦμα, una meraviglia naturale che racchiude in sé l’impronta della Grazia. La materia che è diventata manifestazione della Grazia è “fermamente stabile” perché ha ricevuto il dono dalla partecipazione della sapienza che ha dato forma e vita a ciò che è informe e senza vita. Per questo motivo non a caso i Romani d’Oriente chiamavano le superfici animate delle chiese κεχαριτωμένη (kecharitomene): piene di Grazia. L’astrazione delle “immagini viventi” non si configura come una esperienza multisensoriale come la si può intendere oggi, perché non ha lo scopo di compendiare i sensi per cercare di imitare la realtà; è una esperienza metasensoriale, che parte dai sensi per oltrepassali verso il mondo intellegibile. Un passaggio dal mondo visivo a quello noetico. In tal modo l’architetto e il marmista portano lo spettatore ad una percezione più elevata di una mera esperienza sensibile. La visione ispirata unita alle voci della liturgia, ha in effetti un significato cosmogonico; il fedele è essenzialmente invitato a penetrare nell’esperienza mistica con tutto se stesso. La basilica della Santa Sofia rappresenta il cosmo nella sua interezza, come è scritto nel Salmo 23: Tοῦ κυρίου ἡ γῆ καὶ τὸ πλήρωμα αὐτῆς ἡ οἰκουμένη καὶ πάντες οἱ κατοικοῦντες ἐν αὐτῇ / αὐτὸς ἐπὶ θαλασσῶν ἐθεμελίωσεν αὐτὴν καὶ ἐπὶ ποταμῶν ἡτοίμασεν αὐτήν (Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. / È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito).

    Il Poeta russo Osip Mandel’štam, pur non avendo mai visitato la basilica, colse questa tradizione, magari leggendo l’Ekphrasis di Paolo Silenziario e nel 1913 alluse ad essa con la mistica immagine dell’universo liquido:

   (…) И всем векам – пример Юстиниана, / Когда похитить для чужих богов / Позволила эфесская Диана / Сто семь зеленых мраморных столбов. (…) Прекрасен край, купающийся в мире, /

/ И сорок окон – света торжество. / На парусах, под куполом, четыре / Архангела – прекраснее всего. (…) Айя София, О. Мандельштам. (…)

   E ai secoli diede esempio Giustiniano, / quando Artemide Efesia, per degli dèi stranieri, / accettò di lasciarsi carpire il verde marmo / di centosette delle sue colonne. (…) Bello il tempio in un liquido universo, / un trionfo di luce le quaranta finestre, / e sulle vele ai piedi della cupola / belli più d’ogni cosa — quattro arcangeli. (…).


    Mandel’štam non poteva esperire il significato profondo celato fra le lastre di marmo proconnesio della Santa Sofia non soltanto perché non poté mai visitare Costantinopoli, ma soprattutto perché nel 1913 la basilica era ancora utilizzata come moschea, e il pavimento era celato sotto i tappeti di preghiera. Rimase però sottotraccia la leggenda del mare su cui poggiava Santa Sofia e qualcuno sosteneva che essa fosse costruita al di sopra di una grande cisterna.

    Poco più di un secolo dopo i versi del poeta russo, un capo di Stato in cerca di facili consensi decide di oscurare tutto, quasi per smania di potere. Tappeti coprono di nuovo il miracolo del mare. Chi entrerà nella basilica perderà una dimensione decisiva dell’esperienza mistica per cui essa era stata concepita. Perché in un edificio sacro tutto è cosmo, ordinato e coerente. Nella Santa Sofia tutto è luce, svelamento, illuminazione. Coprendo i pavimenti, nascondendo le immagini, cosa resta? Solo la tracotanza di chi vuole imporsi su tutto e su tutti, e non guarda in faccia a nulla per raggiungere i propri scopi.

24 Luglio 2020/da user-pannunzio
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