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L’esperienza è conoscenza, ma il nostro vissuto non ci permette di definire cosa sia la gioia, la rabbia e la paura. L’emozione è una particolare condizione psichica. Per alcune emozioni è possibile individuare un nucleo significativo di componenti che ricorrono insieme con grande frequenza e questo insieme fa sì che noi riconosciamo se ci troviamo di fronte all’emozione (non in senso assoluto). Inoltre ci sono vari modi di esser triste, allegri o arrabbiati, in relazione alla situazione stimolo, all’ambiente sociale, alle condizioni psicofisiche del soggetto percipiente, e queste variazioni comportano, ad esempio, modificazioni (non piccole) nelle posture del corpo, nelle espressioni del viso, nei sistemi valutativi. Per dire di che emozione si tratta dobbiamo sempre ricorrere contemporaneamente ad una varietà di elementi come: il comportamento messo in atto, le sensazioni corporee, l’espressione del volto, il sentimento provato, le valutazioni cognitive dello stimolo, e così via. L’emozione è un processo che ha un inizio, una durata e una fase di attenuazione, è accompagnata da modificazioni fisiologiche, espressioni facciali e comportamenti abbastanza caratterizzati per le diverse emozioni. Sentimento ed umore si riferiscono a stati affettivi di bassa intensità, durevoli e pervasivi, senza una causa immediatamente percepibile e con la capacità di influenzare eventi inizialmente neutri. I processi di pensiero non vengono interrotti, ma possono essere modificati dalla tonalità prevalentemente piacevole o spiacevole di questi stati a cui si può attribuire la funzione di contesti positivi o negativi. Secondo Isen la differenza tra emozione e stato d’animo consisterebbe nella minore specificità di quest’ultimo che non sarebbe equiparabile né ad uno stato emotivo lieve, né ad un’emozione complessa; l’umore sarebbe piuttosto una particolare variazione nell’intensità dei sentimenti. Per altri studiosi, invece, almeno alcuni stati d’animo corrispondono alle cosiddette emozioni fondamentali (felicità, paura, rabbia, tristezza, disgusto) e così alla rabbia corrisponde l’umore irritato, alla paura uno stato di apprensione, alla felicità l’euforia; la differenza risiede nel fatto che l’umore è meno intenso e più durevole dell’emozione e non promuove tendenze all’azione preparatorie e funzionali ad un preciso intervento nel modo esterno.

          Averill individua nove proprietà che caratterizzano gli schemi emozionali ma sottolinea anche che nessuna di queste proprietà è una condizione necessaria o sufficiente per un’emozione. Le proprietà sono le seguenti:

  • gli schemi emozionali rappresentano il polo soggettivo dell’esperienza;
  • gli schemi emozionali producono confronti asimmetrici, che vanno dall’oggetto al soggetto;
  • gli schemi emozionali rappresentano l’oggetto per quella parte che entra in relazione col soggetto, lasciando inalterate altre conoscenze;
  • gli schemi emozionali organizzano tutte le informazioni originate dall’organismo e dall’ambiente;
  • gli schemi emozionali regolano lo stile e l’intensità del comportamento;
  • gli schemi emozionali rappresentano le persone come passive o reattive, e l’oggetto come causa efficiente della risposta;
  • l’aperta ammissione di un’emozione impegna una persona sul piano delle azioni future; non tutte le emozioni hanno questa proprietà nello stesso grado;
  • gli schemi emozionali presumono la conoscenza di norme morali ed estetiche;
  • gli schemi emozionali aiutano l’individuo a costruire il concetto di sé.

           L’emozione è un evento multi sistemico che interessa il piano dell’elaborazione cognitiva e dei resoconti verbali dell’esperienza soggettiva, il piano dei comportamenti motori e quello delle risposte fisiologiche.

         Nel Sistema Nervoso Centrale (SNC), che comprende l’encefalo e il midollo spinale, sono collocate l’amigdala e l’ipotalamo che hanno un ruolo essenziale nell’attivazione del processo emotivo.

         Il Sistema Nervoso Periferico comprende nervi afferenti ed efferenti e mette in collegamento il SNC con tutto l’organismo; di questo fa parte il Sistema Nervoso Volontario e il Sistema Nervoso Autonomo, che è responsabile delle risposte autonome e vegetative che ricorrono in concomitanza con lo stato emotivo.

         Il Sistema Nervoso Autonomo si divide in due parti, il Sistema Simpatico e quello Parasimpatico.

        Simpatico e Parasimpatico hanno azioni antagoniste, in quanto il primo stimola certe funzioni legate alla produzione di energia, mentre il secondo ha la funzione di risparmiare e conservare le riserve energetiche. Alcuni autori hanno ipotizzato che ai due sistemi di risposta corrispondano le due diverse classi di emozioni positive e negative, nel senso che le prime susciterebbero l’attivazione del simpatico e le seconde del parasimpatico. In realtà i quadri di risposta non sono nettamente distinti per i due tipi di emozioni. Frijda tende ad interpretare l’alternanza simpatico/parasimpatico non in relazione alla valenza delle emozioni, ma piuttosto come una dimensione di attività/passività, cioè come una espressione di preparazione più o meno intensa all’azione.

         Il Sistema Endocrino entra nel quadro dell’attivazione emotiva con funzione di integrazione e mediazione delle interazioni tra SNC e SNA. Di fatto il SNC riceve tutte le informazioni che influenzano le funzioni endocrine come le informazioni sensoriali provenienti dall’ambiente, quelle interne all’organismo, quelle derivano da schemi comportamentali e dai ritmi biologici. Il controllo del SNC si esercita attraverso connessioni fra Ipotalamo-Ipofisi-Corticosurrene e altre ghiandole come la tiroide e le gonadi. Gli ormoni hanno effetti diretti sul metabolismo. L’adrenalina e la noradrenalina agiscono su tutto gli organi innervati dal sistema simpatico e producono effetti come la stimolazione cardiaca, la dilatazione delle valvole coronariche, la vasodilatazione dei muscoli volontari, la vasocostrizione del tratto intestinale, la mobilitazione di grassi e del glucosio. Ci sono degli stimoli come il calore, il dolore e il freddo che aumentano la produzione di questi ormoni per azione riflessa, mentre le reazioni sollecitate da stimoli sociali richiedono la mediazione del SNC.

          Adrenalina e Noradrenalina hanno a volte effetti opposti. In condizioni di riposo e inattività il livello di adrenalina si mantiene basso, mentre si raddoppia durante le normali attività e può aumentare fino a 5 volte in situazioni di moderato stress.

             Le strutture anatomiche che sono più strettamente implicate nella comprensione e nella produzione dei comportamenti emotivi sono situate in una zona dell’encefalo che è stato indicato con il termine di “sistema limbico”; questo interagisce a sua volta con il sistema ipotalamico. L’ipotalamo è la zona del cervello che coordina il Sistema Nervoso Autonomo e regola diverse funzioni. Che sono fortemente implicate nel vissuto e nella manifestazione delle emozioni.

       Nella parte caudale l’ipotalamo si connette con la sostanza retticolare che partecipa ai meccanismi di attenzione e vigilanza. Il sistema limbico è implicato nell’integrazione e nelle regolazioni degli stati emozionali e motivazionali. L’ippocampo (essendo parte del sistema limbico) costituisce l’elemento di connessione tra la memoria e i circuiti che sono alla base della competenza emotiva. Un ruolo specifico nell’elaborazione delle emozioni viene ricoperto dall’amigdala; danni ad essa o la sua disconnessine da altre aree cerebrali producono dei gravi disturbi alla valutazione di stimoli piacevoli o minacciosi, nonché gravi anomalie nei comportamenti emotivo-istintuali e in quelli legati alla motivazione.

          L’amigdala riceverebbe un’ampia gamma di input relativi a stimoli presenti, ricordati o semplicemente immaginati e mentre non è in grado di decodificare la qualità emozionale degli stimoli, sarebbe invece preposta ad alimentare ed attivare l’intero sistema emotivo. Le funzioni nervoso superiori non sono rappresentate in modo simmetrico nei due emisferi, infatti lesioni dell’emisfero sinistro provocano disturbi del linguaggio ed è responsabile di atti motori finalizzati e complessi della destrezza manuale; l’emisfero destro è dominante nell’esecuzione di attività connesse con lo spazio, con la capacità musicale, e così via.

       Riguardo alla competenza emotiva in linea generale è l’emisfero destro ad essere specializzato nell’interpretazione e nella manifestazione di stati emotivi.

      Cominciamo col distinguere, nella competenza emozionale, la capacità di manifestare le emozioni adeguate alle circostanze dalla capacità di riconoscere gli stati emotivi negli altri. Lesioni all’emisfero destro danneggiano la capacità di sentire, o quanto meno di manifestare delle emozioni adeguate alla situazione. Sembra che l’emisfero destro sia più coinvolto nell’esprimere informazioni emotive espresse tramite la prosodica, mentre l’emisfero sinistro sia specializzato ad esprimere informazioni di carattere linguistico- semantico.

        L’emisfero di destra ha un ruolo predominante nella capacità di manifestare gli stati emotivi. Pazienti neurologici che hanno un danno all’emisfero destro fanno molta più confusione nell’identificare l’espressione emotiva del volto. Secondo Etcoff i cerebrolesi destri conservano la capacità di classificare correttamente le emozioni quando hanno a che fare con i concetti o con le loro definizioni linguistiche, ma non quando devono classificare le manifestazioni di emozioni espresse attraverso la prosodica o la mimica facciale.

        Sembra proprio che anche nel riconoscimento e nella comprensione dei segnali dell’emotività l’emisfero di destra sia dominante, sia quando si tratta di espressioni facciali delle emozioni, sia quando si tratta di aspetti prosodici del linguaggio parlato. Vi sono però alcune ricerche, centrate su particolari emozioni, che hanno rilevato una superiorità dell’emisfero sinistro nell’identificare emozioni a tonalità positiva, quali la gioia o la sorpresa, mentre l’emisfero destro restava dominante per l’elaborazione di emozioni a tonalità negativa, quali la tristezza e la paura.

       Per Ross le emozioni più primitive, quelle che hanno una valenza crudamente negativa perché servono a proteggerci e ad aggredire, sono rappresentate prevalentemente nell’emisfero destro. Diversamente, le emozioni vissute in una fase filogeneticamente più avanzata, che hanno una funzione di istaurare dei rapporti interpersonali e hanno tonalità più positive, sono rappresentate prevalentemente nell’emisfero sinistro.

       Uno dei metodi utili a determinare se l’emisfero destro sia superiore nel percepire tutte le espressioni emozionali o soltanto quelle delle emozioni negative, consiste nel far valutare a pazienti con lesioni ristrette ad un singolo emisfero la somiglianza fra le espressioni facciali di emozioni positive e negative, e di usare le loro risposte per un’analisi multidimensionale. In base alle regole sociali di manifestazione delle emozioni sembra che le emozioni a tonalità positiva siano più adatte ad essere comunicate ed espresse pubblicamente mentre molte di quelle negative in mote occasioni sono oggetto di repressione e vengono vissute piuttosto come private. Infatti le emozioni positive sarebbe legate sia alla sfera della comunicazione verbale intenzionale sia a quella emotiva, e potrebbero quindi essere elaborate da entrambi gli emisferi; mentre le emozioni negative, che hanno minori occasioni di servire quali mezzi di comunicazione interpersonale, sarebbero elaborate solamente dall’emisfero destro.

          Si possono distinguere le emozioni in base a criteri diversi:

• scopo sorvegliato: se la funzione originaria delle emozioni è sorvegliare lo stato di raggiungimento/compromissione degli scopi;

• valenza: raggiungimento/compromissione, quindi proviamo emozioni positive quando un nostro scopo è raggiunto, e negative quando lo scopo è compromesso;

• tempo prima/dopo/durante: per esempio, la gioia si prova in genere per un evento già avvenuto;

• grado di certezza certo/probabile/possibile: il fatto che lo scopo sia già realizzato oppure atteso o in corso di perseguimento implica che il suo raggiungimento/compromissione sia certo probabile e possibile;

• potere di controllo: fra gli elementi cognitivi uno saliente è l’autovalutazione del soggetto sul proprio potere di controllo;

• struttura argomentale individuale/sociale: alcune emozioni sono intrinsecamente sociali perché si provano verso qualcuno;

• intensità: attivazione fisiologica dell’emozione provata, determinata dall’importanza dello scopo sorvegliato;

• elementi cognitivi aggiuntivi: elementi come aspettative, valutazioni e così via, sono a volte presenti nelle emozioni.

        Il reperto delle emozioni umane è vasto e molti sono i modi in cui esse vengono raggruppate. La distinzione più nota è quella tra emozioni primarie (innate, universali, diffuse in ogni cultura come rabbia, paura, e così via) e emozioni dell’autoconsapevolezza (che richiedono lo sviluppo del sé e compaiono solo verso i due anni, come vergogna, orgoglio, senso di colpa, e così via). Si possono anche classificare a seconda dello scopo che hanno: la distinzione in questo caso è tra scopi strumentali (mezzi per uno scopo ulteriore, che formano una catena di scopi) e scopi terminali (fini a loro stessi, non legati a sovrascopi). Gli scopi primari (di solito scopi terminali) sono innati e universali: li abbiamo tutti, anche se i loro valori possono essere diversi da persona a persona e da cultura a cultura. Questi scopi sono sorvegliati dalle emozioni.

           Le emozioni, oltre che essere strettamente personali e trovarsi nell’anima di una persona, sono anche il filo che ci congiunge agli altri. Quindi, vi è un rapporto tra emozioni, comunicazione e interazione sociale. Si ha comunicazione, o processo comunicativo, quando un mittente A ha lo scopo di far acquisire ad un destinatario B una credenza sul mondo/sulla propria identità/sui propri stati mentali, e per questo scopo produce un segnale (stimolo fisico) percepibile da B che è collegato a questa credenza (significato) secondo le regole di un sistema di comunicazione che A crede condiviso sia da lui che da B. Lo scopo del comunicare non è sempre esplicito: abbiamo scopi di comunicare interni, ma anche esterni, cioè sociali (come la divisa del vigile, il semaforo, ecc.) e biologici (come arrossire per la vergogna, ecc.). Molti segnali non verbali sono segnali comunicativi anche se li produciamo senza accorgercene.

           Possiamo distinguere vari casi di comunicazione e di espressione. La comunicazione può essere su eventi del mondo e su stati mentali, fra cui le emozioni. Nell’espressione non comunicativa di emozione non vi è lo scopo di farla sapere ad altri, invece nell’espressione comunicativa vi è questo scopo. L’espressione comunicativa è un sotto-caso della comunicazione di emozioni: in entrambe il mittente ha lo scopo di comunicare a un destinatario un’emozione che sta provando, solo che nella comunicazione c’è meta-coscienza del proprio scopo di comunicare, e nell’espressione no. Proprio per questo lo scopo del comunicare del mittente può essere anche uno scopo inconscio, tacito o biologico. L’espressione di emozione concerne solo credenze su stati mentali del mittente, non sul mondo.

          Perché comunichiamo emozioni? Vi sono vari scopi per cui si può decidere di comunicare un’emozione: per provocare/evitare l’acquisizione e il verificarsi, in sé e nell’altro, di credenze, valutazioni, emozioni, azioni. Vi sono anche moventi egocentrici che mirano solo a scopi dell’agente (colui che prova l’emozione) e moventi sociali, cioè finalizzati alla relazione con l’altro. Vi sono buone ragioni per comunicare le nostre emozioni agli altri. Ma in molti casi, pur provando un’emozione non la comunichiamo. Ekman (1982) propose la nozione di “Regole di esibizione” (display rules), regole culturalmente determinate che prescrivono in quali situazioni un’emozione primaria può o non può essere espressa. Queste regole non sono determinate solo da convenzioni sociali o norme di cortesia, ma i fattori che determinano la nostra decisione (consapevole o no) di manifestare o meno un’emozione sono numerosi. Ogni volta che perseguiamo uno scopo (come far sapere un’emozione ad un altro) occorre tenere presenti le possibili conseguenze della realizzazione di tale scopo (cioè altri scopi che essa può compromettere) e le condizioni necessarie per conseguire tale scopo.

         Joseph LeDoux concepisce le emozioni come funzioni biologiche del sistema nervoso e per lui il termine “emozione” è soltanto un’etichetta di comodo per parlare di certi aspetti del cervello e della sua mente. Come per Panksepp, anche per LeDoux le varie emozioni sono mediate da sistemi neurali distinti, evolutisi per motivi diversi e i sistemi cerebrali che generano dei comportamenti emotivi si sono conservati attraverso molte tappe della storia evolutiva.

        Non esistendo un sistema unico per l’emozione, LeDoux decide di concentrarsi sul sistema della paura. Quest’ultima insieme a odio, rabbia, gioia ecc., presenta un percorso rintracciabile e delineato che non si basa unicamente sul percepito bensì anche su studi neurologici e quindi scientifici. La paura ha origine negli istinti animali di sopravvivenza. La paura più di tutte è l’emozione che permette al leone di scappare, all’essere umano di comprendere cosa non va. Da tale discorso sono tuttavia esclusi tutti i casi in cui la paura diviene uno stato degenerativo e quindi patologico, confermato da un mal funzionamento dell’amigdala. In seguito a numerosi studi di laboratorio, LeDoux riconosce che l’amigdala gioca un ruolo primario nell’ attivazione della paura.

       In seguito LeDoux sostiene un ruolo centrale dell’amigdala in tutte le emozioni, non solo nella paura, ma in ogni emozione che vede coinvolti istinti fisici e reazioni sensoriali forti.

          Quindi, le emozioni non possono venire generate in modo volontario, ma, una volta che sono state provate, diventano il movente di comportamenti futuri. Benché LeDoux affermi che l’organizzazione neurale di particolari sistemi di comportamento emotivo è abbastanza simile da una specie all’altra, solo quando questi sistemi agiscono in un animale dotato di consapevolezza, si producono sentimenti emotivi coscienti, infatti, le reazioni emotive sono generate perlopiù inconsciamente.

          Pertanto LeDoux distingue tra emozione e affetto, sostenendo che l’emozione sia puramente una reazione fisiologica priva di affetto.

         Secondo LeDoux, il sistema specializzato dell’emozione riceve dei segnali fisiologici e produce delle risposte comportamentali, autonome e ormonali. Le memorie tampone corticali trattengono le informazioni sugli stimoli presenti e la memoria di lavoro, che sorveglia la memoria tampone, richiama le informazioni della memoria a lungo termine e interpreta il contenuto delle memorie tampone in base ai ricordi a lungo termine. I sostrati della memoria di lavoro si trovano nelle parti dorsolaterali della corteccia prefrontale. Pertanto, sulla base dell’analisi delle caratteristiche fisiche di uno stimolo, il cervello comincia a costruire un significato e per questo si ha un’eccitazione corticale.

          Panksepp tuttavia critica la teoria di LeDoux in più punti. Innanzitutto sul ruolo dell’amigdala. Mentre per LeDoux non si ha emozione senza amigdala, Panksepp cita i casi di pazienti che presentavano un’amigdala completamente danneggiata, come nella sindrome Urbach-Wiethe, che comporta una calcificazione e distruzione di questa. Questi pazienti possono ancora fare esperienza di preoccupazioni, paure e molte altre emozioni. Inoltre, i sistemi di gioco, sofferenza, cura e ricerca non coinvolgono in modo evidente l’amigdala.

        Studi di visualizzazione cerebrale della paura negli esseri umani, per di più, hanno dato dei risultati interessanti sull’amigdala: mentre questa si accende quando i ricercatori trattano delle paure lontane, quando il pericolo è imminente si accendono, invece, le parti inferiori del sistema della paura, in particolare il PAG del mesencefalo. Come si è detto, questa regione cerebrale, per Panksepp, rappresenta l’epicentro dei sentimenti e dei comportamenti paurosi. Stimolazioni elettriche negli animali mostrano delle risposte avversive più forti ai livelli più bassi della stimolazione cerebrale e nelle aree omologhe, gli esseri umani fanno esperienza degli stati più paurosi della mente.

       Inoltre, c’è una grande quantità di dati che indica che, durante forti stati emotivi, il cervello umano esibisce un’attivazione ridotta delle regioni frontali dorsolaterali, ossia in quelle parti della neocorteccia che sottendono la memoria di lavoro; di contro, queste aree frontali dorsolaterali sono più attive quando le persone sono coinvolte in compiti cognitivi non emotivi. Pertanto, Panksepp sostiene che presumibilmente questa è l’area cerebrale principale in cui gli esseri umani ragionano sulle proprie esperienze emotive in modo cognitivo e riflessivo, e questo verrebbe confermato anche dal fatto che questa parte mediale del cervello è comunemente iperattiva nelle persone depresse.   

Bibliografia

  • V. D’Urso, R. Trentin, Introduzione alla psicologia delle emozioni, Roma-Bari 2006;
  • J. LeDoux, Il cervello emotivo, Milano 2011;
  • J. Panksepp, L. Biven, Archeologia della mente, Milano 2014;
  • I. Poggi, La mente del cuore, Roma 2008.