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Montanelli e Moro, di Gianpiero Aureli

Ieri

Mentre qualcuno a Milano vuole distruggere la sua statua, io confesso di essere un inguaribile montanelliano. In un certo senso mi sento orfano da quel 22 luglio del 2001 quando Indro si spense nella clinica milanese La Madonnina. Lessi sul Corriere (era infatti tornato a scrivere sul “suo” Corriere) l’ultima “Stanza” il 4 di luglio, con la quale dava appuntamento a tutti noi  lettori per il mese di settembre. Purtroppo non ci arrivò. Vorrei ricordarlo insieme ad Aldo Moro, attraverso i suoi giudizi sul politico barese, considerando l’importanza di Moro nella vita politica italiana del secondo dopoguerra e la sua tragica fine che ha profondamente segnato la nostra storia recente.

Si tratta infatti di due personaggi che sono stati protagonisti del secondo novecento italiano, uno nel campo del giornalismo , l’altro nella politica : giornalista principe del maggior quotidiano italiano Montanelli e uno dei cavalli di razza della DC (l’altro era Fanfani) post degasperiana, Moro.

Due protagonisti che non potevano essere più diversi : Montanelli amava le posizioni chiare, nette, difendeva le proprie idee ed i propri principi senza arretrare , anche a costo di dispiacere ai lettori.

Moro al contrario fu sempre l’uomo della mediazione e del compromesso, disposto, spesso, a cedere sulle proprie posizioni ideologiche in cambio della conservazione del potere.

Indro fu sempre critico con Moro come Presidente del Consiglio negli anni ‘63 – ‘68 nei quali, a fronte di un’economia ancora in forte crescita, non si fecero le riforme necessarie a modernizzare il Paese, che giunse al post ‘68 con strutture vecchie in tutti i settori che esacerbarono anche le successive lotte sociali. Proprio in quegli anni sessanta che invece videro la società italiana cambiare notevolmente quanto a costumi e richiesta di modernità: richieste non comprese dalla classe democristiana dell’epoca. 

Moro era il dominus della mediazione tra le forze politiche di centro sinistra, ma non proponeva nulla , non era assolutamente un uomo del fare , al contrario di Fanfani.

Il giornalista fu molto critico con Moro come Ministro del Esteri , in quanto responsabile della trattativa segreta con i gruppi terroristi palestinesi ( il lodo Moro); accordo moralmente abietto e politicamente censurabile, con il quale i nostri servizi segreti non avrebbero denunciato i terroristi palestinesi e non avrebbero sequestrato i loro arsenali , in cambio dell’assicurazione che non avrebbero colpito in Italia. Un accordo vergognoso in qualche modo teso a far compiere gli attentati negli altri Paesi. Inoltre taluni oggi imputano a quel nefasto accordo anche la strage di Bologna del 1980 e, forse, il rifiuto del governo Conte di rendere pubblici i documenti del lodo Moro , potrebbe avvalorare tale ipotesi. Ma, soprattutto, Montanelli si schierò contro Moro  per la sua proposta di compromesso storico. Vedeva infatti nell’accordo tra DC e PCI  (le due chiese) un fattore mortale per la democrazia liberale in Italia, e vedeva in Moro il fautore di tale accordo.  Il giudizio di Montanelli su Moro fu sempre netto e sostanzialmente negativo , sia con Moro vivo che dopo la sua tragica morte. Lo considerava un politico democristiano , abilissimo nella lotta correntizia che caratterizzava la DC, ma assolutamente privo delle doti di statista.

Sempre sulla figura di Moro pubblico una risposta di Indro ad un lettore del Corriere che gli rimproverava di aver tenuto una posizione ostile alla trattativa durante il sequestro Moro.

La lettera è del novembre ‘98 , cioè venti anni dopo la morte di Moro e Montanelli non cambia di una virgola la sua posizione, a differenza di molti giornalisti, scrittori, politici che nel tempo diventarono favorevoli alla trattativa con i criminali delle Brigate Rosse. Montanelli no, non ha mai accettato di giustificare la trattative, soprattutto, non ha partecipato alla santificazione di Moro, tanta cara a DC,PCI e cattocomunisti vari. Ecco perché , per me, Montanelli resta il più grande giornalista italiano ( in coabitazione con Oriana Fallaci). Perché esprimeva i suoi pensieri senza temere di inimicarsi i lettori, senza temere di andare contro il “politicamente corretto”, contro il pensiero dominante della maggioranza. E quando sbagliava, lo riconosceva. Prima che un giornalista ……un uomo! Risposta  di Montanelli al lettore Carlo  Pantani di Firenze in data 4 novembre 1998- Corriere della sera.

…..secondo Lei dunque, come secondo moltissime persone, lo Stato, dopo il sequestro dell’onorevole Moro e il massacro delle sue guardie del corpo, avrebbe dovuto sedersi a un tavolo di fronte ai sequestratori assassini e trattare con loro il prezzo del riscatto, cioè il premio da assegnare alla loro impresa, a cominciare dall’impunità, implicita e inevitabile , degli autori. Ma si rende conto ,caro Pantani, dell’enormità di un simile gesto e delle conseguenze che ne sarebbero derivate? Prima conseguenza: i brigatisti ne avrebbero dedotto che, se il colpo era diretto contro una personalità dello Stato e andava a segno, era un’operazione redditizia e quindi da ripetersi su altre pubbliche personalità. Lei mi dirà che, anche se qualche volta non si riusciva a salvarle non avremmo perso granché. Ma era lo Stato a perdervi quel po’ di autorità che ancora gli restava perché sarebbe stato il riconoscimento che le sue leggi potevano essere tranquillamente violate, anzi la violazione ne era premiata. E il comune cittadino – seconda conseguenza- che cosa avrebbe pensato? Avrebbe pensato che ,per lo Stato, le vita da difendere a tutti i costi, anche a costo di violare le leggi dello Stato, sono soltanto  quelle degli “eccellenti”. Per le vite degli altri, come per esempio gli uomini della scorta di Moro, inutile porsene il problema.

Lei ,caro Pantani, non è il solo a pensarla così. Anzi sono convinto che ancora oggi, se si indicesse un referendum, la sua tesi “umanitaria” e “buonista” prevarrebbe. Ed è questo che mi sgomenta.

La cosa che di tutta la vicenda Moro più mi mise, come italiano, a disagio furono le lettere, fra supplici e ricattatorie, ch’egli scrisse dalla prigione. Lei mi dirà che tutti gli uomini, compresi gli uomini di Stato, hanno diritto alla paura. Verissimo. Ma gli uomini di Stato non hanno quella di esibirla e di cederle, chiedendo allo Stato di accettare la propria umiliazione.

Lo so: oltre che vecchio, sono un uomo “antiquato”. Ma non mi rassegno all’idea che certi attributi madre natura me li abbia dati solo a scopi riproduttivi. Secondo me, devono, o dovrebbero, servire anche a funzioni meno animalesche.

31 Agosto 2020/da user-pannunzio
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