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Sull’improvviso, di Alfredo Rienzi (Arcipelago Itaca 2021, prefazione di Maurizio Cucchi), è un libro che rappresenta al meglio la visione e la prassi poetica di un autore a tratti enigmatico e fra i più ostici da decifrare nell’attuale panorama letterario. Il suo linguaggio ha infatti qualcosa di medianico: fucina di versi che muovono da concetti scientifici per poi liberarsi da ogni zavorra argomentativa, e in tal modo «La poesia si fa […] strumento ulteriore, tenta il superamento dell’occhio-ragione, rischiando di tangere l’immaginifico e il fantastico, per attingere all’intuizione» (così lo stesso Rienzi nella sua Nota introduttiva). La prima delle due sezioni che compongono il libro, intitolata La comprensione del lampo, potremmo definirla il lungo monologo frammentato di un “io” sciamanico che pian piano si sdoppia in un “tu” con cui dialogare. Il testo iniziale, ispirato alla morte di un ragazzino ucciso da un fulmine mentre si arrampicava su un albero sotto il cielo sereno d’Agosto, funge da tragica epigrafe e da imprinting dell’intera raccolta. Leggiamo, alcune pagine dopo: «È così che si spezza la stagione / al fragore del ramo // lo scricchiolio d’alburno / l’aveva preannunciato // sembrano vite precedenti / fruscii di foglie e palpebre […]», e ancora: «Le ultime tre volte / che ho avvistato la morte / indossava insospettate forme: / di bocciolo di rosa, / di trasparenze d’acqua […]». Come si vede, anche limitandoci a piccoli assaggi, gli elementi naturali la fanno da padrone, non privi fra l’altro di un’efficace valenza metaforica. La sezione successiva, Di sesta e di settima grandezza, è contrassegnata da un balzo visionario in avanti, bilanciato però e armonizzato da squarci narrativi intrisi talvolta d’amara sapienza: «Volarono i nibbi sulla Luna: / non casuale fu la scelta del campo / di battaglia: i riti della luce / e della sua mancanza non richiesero / inutile spargimento di sangue: / ché quello sarà esclusivo affar nostro»; la vita umana, è scritto in un’altra poesia, come una matrioška «[…] ha molte vite dentro / tu le chiami stagioni». Anche per questo, l’inaccessibile algebra degli eventi, la loro concatenazione labirintica, l’immenso ventaglio dei possibili punti di vista, tutti legittimi ma nessuno esente da abbagli, smentite e controsmentite, lasciano il campo a filiformi certezze, accerchiate dalla sostanza belluina di quanto ci abita o ci circonda («un mondo di ventri, / di fame, eterna»): il teatro dell’esistenza – in ogni suo grado – e le sue quinte nascoste. Occorrerebbe l’occhio infallibile di un demiurgo per conoscere ciò che dimora oltre il visibile, un occhio superiore a quello, pur perfetto, di «un nibbio in volo». Ed ecco l’asceta-demiurgo di Minima confessione gnostica, la cui cella è simile all’Aleph di Borges, poiché vi si colgono i dettagli microscopici così come i titanici risvolti remoti della metamorfosi universale, «[…] i vulcani al centro / della terra». O forse no: basterebbe attendere una rondine inquadrata dall’obiettivo della macchina fotografica del poeta, il quale ci spiega, nella composizione a mio avviso più sorprendente e ispirata della raccolta, che non si tratta di un fatto casuale ma del realizzarsi di un desiderio che il volatile gli ha appena confessato: «[…] apparire / in una foto un poco somigliante / ad un suo sogno vecchio e ricorrente // dove mischiava immaginato e vero» (La fotografia di una rondine).