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Mentre si attendono i tempi tecnici per la formazione del nuovo Governo e impazza il totoministri, le elezioni politiche del 25 settembre 22 hanno lasciato a tutti, protagonisti, osservatori e cittadini il compito interessante ed ineludibile di analizzare gli esiti di un voto che, comunque lo si guardi, ha segnato una svolta importante nel percorso democratico della Repubblica. Qualche formazione politica ha raggiunto risultati sorprendenti, mai ottenuti prima, altre hanno risentito di turbolenze interne, altre sembrano essere giunte al termine della loro esperienza. E così pure rilevanti cambiamenti si impongono nel panorama dei protagonisti individuali della scena politica. Dopo anni di aggiustamenti e mediazioni, dentro e fuori i palazzi della politica, con frequente rinuncia dei partiti alle scelte di competenza e delega delle decisioni a figure ‘tecniche’, alcuni punti sembrano essersi chiariti quantomeno negli umori dell’elettorato. La prima osservazione è appunto che questo atteggiamento, in qualche modo ‘pilatesco’, non ha premiato i partiti che l’anno assunto. Stare al Governo per essere nelle stanze del potere e lasciare l’esercizio del potere stesso nelle mani di Draghi, non ha pagato, né il PD, né la Lega, né i centristi, né i Pentastellati. Solo sfilandosi, e rivendicando la paternità del reddito di cittadinanza e un’autonomia di giudizio rispetto alla questione Ucraìna, Conte è riuscito (abilmente) a contenere la decrescita del partito rispetto al 2018. La crescita di FdI, e della figura della Meloni in particolare, è per converso frutto di una coerenza all’opposizione che ha premiato agli occhi di un elettorato evidentemente stanco dei gravi problemi degli ultimi anno (covid, guerra, gas) e dell’incapacità di un’ammucchiata di governo percepita come autoreferenziale e non in grado di dare risposte convincenti. I leader dei partiti interessati dovrebbero, a lume di logica e di onestà politica, sapere trarne le conseguenze. Per Letta, che non ha saputo aggregare un’alleanza elettorale competitiva, il voto di domenica sa tanto di una sconfitta personale e infatti ha annunciato le sue dimissioni (anche se in altri Paesi le dimissioni si danno, non si annunciano con sei mesi di anticipo). Per Salvini, che pure può dire di essere stato anni fa l’artefice della rinascita leghista e oggi di far parte comunque della coalizione vincente, il controllo del partito si annuncia problematico. Per Berlusconi, nonostante l’8%, sembra confermarsi la via del declino politico, in particolare per l’assenza di una qualsiasi proposta o idea innovativa. Al Cavaliere, insieme ai suoi acerrimi nemici del PD, si può ascrivere un ventennio di conservatorismo/immobilismo nella politica italiana. Per la sua figura personale il bilancio si chiude (salvo una onorifica presidenza del Senato, sempre possibile) con la tutela del patrimonio di famiglia e lo svilimento della sua immagine pubblica. Passando al Centro, il talento di Renzi, nel ruolo di regista alle spalle di Calenda, ha prodotto un risultato onorevole, che, a seconda dell’evoluzione parlamentare, potrà avere il suo peso negli equilibri futuri dell’Esecutivo. E poi c’è la Meloni, Giorgia (come recita il titolo della sua autobiografia politica), volto nuovo della politica italiana, donna, giovane, grintosa, sorridente, coerente, capace a parlare ai comizi come nei talk show televisivi, come nelle stanze paludate del potere. Così è stata percepita dall’elettorato. Così ha preso il 26%. Ora a lei l’onore e l’onere (in questo momento fardello non facile da portare) di governare. Mentre qualcuno, nella politica ma soprattutto nei media, come al solito rosica e crede di essere ancora in campagna elettorale, i prossimi mesi saranno importanti per avere idee, risposte, scelte innovative, che mettano il Paese il più possibile al riparo da disastri economici, militari, ambientali.