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Nell’agosto del 2021 cade il centenario della nascita di Raimondo Luraghi, storico e docente universitario, partigiano combattente, considerato uno dei massimi studiosi della Guerra Civile americana. Dal 1990 al 2000 fu rappresentante dell’Italia nel Comitato mondiale per la Storia Militare dell’Unesco. Nel 1998 fu insignito dal Presidente della Repubblica della Medaglia d’Oro dei Benemeriti della cultura.

Luraghi, pur essendo nato a Milano, visse fin da ragazzo a Torino ed è singolare che per i suoi 90 anni fu festeggiato in molti ambiti rigorosamente non torinesi, se si eccettua la significativa iniziativa, su proposta del Centro “Pannunzio”, della Preside del Liceo “Cavour”, di cui fu allievo, di omaggiarlo invitandolo a consegnare i premi ai migliori allievi del Liceo: un gesto altamente significativo riconosciuto dai giovani presenti. Torino, invece, rimase assente da ogni forma di riconoscimento. Eppure Luraghi fu partigiano combattente, decorato di medaglia d’argento al Valor Militare in seguito ad una ferita riportata in combattimento. Nell’immediato dopoguerra collaborò all’edizione torinese de “L’Unità”. Poi la strada seguita da Luraghi lo portò verso altri interessi ed egli si rivelò uno studioso non schierato politicamente. Già nella Resistenza, pur militando nelle Brigate “Garibaldi”, fu amico leale di Enrico Martini Mauri, Ufficiale degli Alpini quindi  militare di carriera, Comandante partigiano  delle Divisioni Alpine Autonome, sprezzantemente definite dalla sinistra “badogliane”, su cui scrisse pagine di grande significato storico e fu autore di una bella prefazione a Partigiani penne nere, il libro di memorie resistenziali di Martini Mauri. Il libro uscì nel 1968 da Mondadori e non fu mai più ristampato fino al 2016 quando le Edizioni del Capricorno di Torino lo fecero uscire con la mia prefazione.  Sono molto importanti le sue memorie partigiane, oggi introvabili anche su internet , Eravamo partigiani. Ricordi del tempo di guerra (Milano, Rizzoli 2005), perché descrivono la sua partecipazione alla Resistenza come ufficiale del Regio Esercito. Inizialmente con i giellisti,  si allontanò da loro per la faziosità politica che li contraddistingueva e preferì i garibaldini che, dopo la svolta di Salerno da parte di Togliatti, avevano anteposto la lotta di liberazione alle questioni di Partito. Luraghi si rese conto tuttavia di una realtà molto diversa che serpeggiava tra i partigiani comunisti.

Egli sottolineò come la stragrande maggioranza dei combattenti per la libertà fosse costituita da ufficiali, sottufficiali, soldati che diedero forza e consistenza al movimento partigiano. Non fu mai favorevole al revisionismo. Si dichiarò disposto a stringere la mano a chi combatté dall’altra parte ma senza impensabili e storicamente errate equiparazioni tra partigiani e “ragazzi di Salò”.

Rifiutò l’egemonia comunista sulla Resistenza, rimanendo sempre coerente con gli ideali di libertà che lo spinsero, giovane ufficiale, a salire in montagna. In una intervista uscita sul “Corriere della Sera” egli dichiarò testualmente: <<Quando la politica si infiltra nella storiografia è come un’iniezione di cianuro: finisce di ucciderla>>. Basterebbe questa frase per cogliere il valore di uno dei maggiori storici italiani che si pone al livello di quelli che in passato furono Franco Venturi e Renzo De Felice. Il fatto di essersi staccato dal mondo comunista gli procurò un lungo isolamento ed una vistosa ostilità. Per quanto fosse sicuramente il maggior storico militare della generazione successiva a quella di Piero Pieri, venne in più occasioni discriminato anche a livello accademico. Rilevava le ovvietà antimilitari, più che antimilitariste di certi storici italiani e riteneva che la Grande Guerra avesse fatto gli Italiani completando il Risorgimento. In un’occasione mi citò, parlando della Resistenza e della guerra civile del 1943 – 1945, la locuzione latina audiatur et altera pars, sottolineando il dovere di scrivere anche dei fascisti con rigore storico, lui che era stato un valoroso partigiano.

Il suo capolavoro è la Storia della guerra civile americana, un’opera ciclopica e minuziosa che, per dirla con lo storico Adolfo Omodeo ci restituisce << il senso della storia>>, cioè la complessità storica che non può essere confusa con le semplificazioni ideologiche che tendono ad utilizzarla impedendo ai lettori di capire veramente gli accadimenti. Per Luraghi, che ebbe la cattedra universitaria a Genova ma non a Torino e che fu visiting professor nelle principali Università americane e canadesi, la guerra civile americana non può essere interpretata secondo una visione moralistica  e semplificata che divide sudisti e nordisti  tra schiavisti e liberatori, ma va studiata come una vera rivoluzione nazionale, in cui << l’utopia apocalittica>> – come diceva Luraghi citando Omodeo – ebbe un ruolo , ma non fu determinante. La figura di Lincoln viene infatti vista come il Cavour o il Bismarck degli Stati Uniti d’America, che nascono come Nazione proprio da quella guerra terribile per numero di morti e di rovine. Con grande intuizione, Luraghi vede in quella guerra civile l’inizio della guerra moderna con le sue immani carneficine per l’uso di armi legate al potenziale industriale americano che modificherà radicalmente il modo di condurre le guerre, come farà in seguito la Grande Guerra del 1914. Lo storico che, citando Bismarck, ritiene che le Nazioni siano forgiate << con il ferro e con il sangue>> e che cita spesso i grandi classici da Polibio a Machiavelli, denuncia così il dramma della guerra moderna di cui egli stesso, giovanissimo, fu protagonista e partecipe durante il secondo conflitto mondiale sul fronte occidentale.

Accettò di introdurre con una lectio magistralis al Circolo Ufficiali di Torino nel 2012 il ciclo, organizzato dal Centro “Pannunzio” con il gen. Franco Cravarezza, dedicato all’apporto delle Forze Armate alla Resistenza, tema fino ad allora rimasto quasi nell’ombra. In lui parlarono ad un tempo il volontario della libertà e lo storico, ma prevalse quest’ultimo, com’era nel suo spirito. Fu partecipe attivo di tante iniziative del Centro “Pannunzio”. Quest’uomo eccezionale mancò agli inizi del 2012 e ci addolora il fatto di non aver potuto ricordarlo al Cimitero Monumentale di Torino e soprattutto che a farlo siano stati personaggi che, lui in vita, gli erano stati molto distanti, ma ci consola che il suo magistero abbia influito su molti di noi grazie alla sua frequentazione. C’è da augurarsi che il centenario della sua nascita sia l’occasione per ricordarlo degnamente come studioso e come patriota.