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Il ponte sulla Drina a Višegrad come il ponte sulla Neretva a Mostar. Chi li ha visti in tempo di pace, non li dimentica. Simboli di convivenza e dialogo in Bosnia, terra peraltro di mescolanze etniche e religiose, di enclaves, contrapposizioni periodiche e scontri sanguinosi. Il ponte, tutti i ponti, rappresentano la volontà di parlarsi, comunicare, integrarsi. Al di là delle intolleranze cicliche, dei fanatismi miopi e pregiudiziali, il secolare ponte di pietra, distrutto e sempre ricostruito, parla della capacità per gli uomini (e le donne) di convivere su una stessa terra, su uno stesso pianeta. E uguale messaggio trasmette la vita del giannizzero, rapito bambino dagli ottomani, tornato sulla Drina come Visir, e ora costruttore del ponte destinato a restare. La vita individuale passa tra scontri insensati, lotte senza rimedio, azioni definitive … ma un fiume che scorre, una terra nei secoli uguale a se stessa, un ponte che torna sempre ancora a essere luogo di incontro, condivisione e dialogo, ci dicono che non può essere questo il nostro destino di genti che si trovano a condividere lo stesso spazio di creato, nel breve tempo che ci è concesso. La storia di Ivo Andric, premio Nobel nel ’61, si interrompe alla vigilia della prima guerra mondiale, deflagrata con l’attentato di Sarajevo e vista come la fine di secoli che, pur tra periodici conflitti etnici, avevano saputo costruire e preservare rispetto e identità di popolo, sia al tempo dei musulmani sia sotto l’impero asburgico. Fine dell’epoca d’oro ed esplosione della polveriera balcanica. Forse non è proprio così, da un punto di vista strettamente storico. Certo il Novecento non ha aiutato a risolvere gli odi interetnici. E oggi tanti conflitti giustificati con motivazioni di parte più o meno strumentali, dovrebbero saper guardare allo spirito tollerante, dialogante e di lungo respiro, dell’acqua che passa sotto i ponti.