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Appare ormai come osservazione sociologica piuttosto consolidata la registrazione di un progressivo deterioramento nella società contemporanea delle relazioni umane, della disponibilità verso gli altri, della solidarietà, e al contempo di un incremento delle tensioni interpersonali, della litigiosità, della solitudine, dell’abbandono. Le cause possono essere molteplici, tecnologiche, culturali, demografiche, normative. Rientra almeno parzialmente in questa più generale osservazione anche l’evoluzione della condizione femminile e della considerazione delle donne all’interno della società, per come sono andate evolvendosi negli ultimi decenni. In realtà è opinione diffusa che la normativa italiana progressista, unita agli input della formazione scolastica e dei messaggi mediatici promossi negli ultimi decenni, abbiano portato a significativi miglioramenti nella condizione delle donne in Italia, nonostante la piaga dei femminicidi (orribile neologismo) e degli abusi familiari e non, per fortuna sempre più oggetto di denuncia. Sia consentito esprimere qualche riserva su questa visione ‘edulcorata’ e consolatoria della problematica, e avanzare il dubbio che la vita delle donne (e anche degli uomini peraltro) non sia così migliore, nel privato e nel pubblico, rispetto a qualche decennio addietro, una o due generazioni fa. Chi ha avuto la possibilità di osservare i percorsi della società italiana in questi decenni di rapidi cambiamenti non so quanto convintamente possa sostenere un miglioramento della qualità della vita relazionale delle persone e, in particolare, una evoluzione positiva della considerazione e del rispetto delle donne all’interno della società. Su queste tematiche hanno avuto un effetto assolutamente deleterio la pluridecennale somministrazione di modelli televisivi distorti e diseducativi, nei quali il genere femminile è stato troppo spesso presentato all’interno di schemi, di format, che la relegavano ai ruoli di valletta, ballerina, soubrette, elemento decorativo, fattore di attrazione estetica e sessuale, strumento di pubblicità e di vendite. Tutti modelli intrinsecamente competitivi, violenti, maschilisti. La diffusione di questi modelli è andata sempre più dilagando nei palinsesti di tutte le reti, in particolare dopo l’avvento della tv commerciale e la dipendenza dall’audience. Senza voler auspicare una tv retta da un’etica di Stato, non si può neppure evitare di deprecare una tv sempre più trash, governata dall’audience e dai ritorni pubblicitari. La cultura dell’immagine, dell’aspetto fisico, dell’obbligo giovanilistico, hanno peggiorato la situazione. La quale tuttavia ha risentito negativamente anche di altri fattori, talvolta in modo perfino paradossale. Ad esempio, il lavoro e l’indipendenza economica delle donne, presentati come grandi conquiste femministe e da considerarsi realmente tali entro un ristretto campo di osservazione, hanno anche avuto, in molti casi e se si vuole paradossalmente, effetti negativi sui rapporti tra i sessi, sulle relazioni uomo-donna. Indipendenza economica vuol dire parità, libertà, uguaglianza. Uguaglianza vuol dire competizione. Competizione vuol dire mancanza di solidarietà, di sostegno reciproco, di coesione familiare, di identità sociale. Così pure ha agito in questa direzione negativa l’accresciuta libertà portata dai mezzi di trasporto privati e poi soprattutto dall’incredibile sviluppo delle telecomunicazioni, con i connessi fenomeni social e video, l’accessibilità a tutti e senza filtri, che hanno amplificato spazio e voce ai modelli più deteriori e violenti di intendere i rapporti di genere. Risultato, nessuno sconto e nessun riguardo per chi, in fondo, ha voluto la parità, di comportamenti, di opportunità, di trattamento. E’ troppo dire che qualcuno se l’è andata a cercare? Certo è che i rapporti umani, in particolare quelli tra i sessi, ne hanno risentito. Spiace dirlo, ma la consapevolezza delle nuove generazioni di adolescenti, anche da parte di molte ragazze, riguardo alle modalità di relazione con l’altro sesso oscilla tra l’analfabetismo affettivo e relazionale (crisi individuale che in non pochi casi coinvolge anche la stessa identità sessuale), e l’immedesimazione in schemi di comportamento competitivi, di scontro, di rivalsa verso l’altro sesso, di uguaglianza negli aspetti più deteriori. Mai in assimilazione di atteggiamenti di vicinanza affettiva, di rispetto, di solidarietà, di responsabilità reciproca. Tutto questo ha portato a indubbie difficoltà relazionali per molti uomini, all’incremento abnorme delle situazioni di solitudine per entrambi i sessi (non solo per ragioni anagrafiche e non solo nelle grandi città), ma anche a un sostanziale peggioramento della condizione della donna nel rispetto sociale e nella considerazione personale quotidiana. Sostanzialmente un arretramento della qualità della vita in raffronto alle società occidentali della seconda metà del XX secolo. Si sono scambiati libertà individuale contro coesione sociale,  arbitrio personale contro solidarietà e responsabilità. Si sono confusi gli estremismi del politically correct con il progresso della società. C’è materia di riflessione per sociologi e non. Qualcuno forse dovrebbe accennare uno straccio di autocritica, e capire che la società così come i percorsi di vita individuali non sono fatti solo dalle disposizioni di legge e dai conformismi ideologici, ma anche dalla mentalità corrente, dalla cultura praticata, dagli atteggiamenti relazionali accettati, attuati e condivisi all’interno della comunità.