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Si spense all’età di 85 anni il 3 luglio 2012 il senatore a vita Sergio Pininfarina, stilista ed artefice del successo internazionale dell’azienda di design fondata da suo padre. Ingegnere meccanico, Pininfarina tenne le redini dell’azienda dal 1960 al 2006, trasformandola da realtà artigianale ad industriale, in stretta collaborazione con le principali case automobilistiche europee.  Agli inizi degli Anni Settanta, con la realizzazione di una galleria del vento in scala naturale, Sergio legò il suo nome a quello di Enzo Ferrari in quanto tutte le “Rosse” di Maranello nascono da o con la collaborazione dell’industria torinese. Anche modelli più “popolari” come la Flaminia, la Flavia coupé, la 164 e tante altre auto sono stati creati dall’azienda da lui guidata che giunse a disegnare persino una famosa bicicletta e una bottiglia di una storica acqua minerale piemontese. Con lui ho intrattenuto un rapporto durato oltre 40 anni ed ho voluto citare i suoi successi imprenditoriali per poter mettere in luce con maggiore evidenza la personalità di questo ingegnere di grande umanità e di forte sensibilità intellettuale che contraddiceva, in modo evidente, quanto scrisse Musil nell’Uomo senza qualità in cui sostenne – come noto – che gli ingegneri non hanno un’anima.

La sua era un’anima fatta di cultura, di creatività, ma anche di sentimenti profondi, non ostentati, come capita nel vecchio Piemonte, ma per questo ancora più radicati ed importanti. Era un uomo con cui conversare diventava piacevole perché i temi dell’umanesimo liberale appartenevano non solo al suo dna, ma alla sua cultura.

Amava Alassio e Garlenda dove passava le sue estati, attratto anche dall’amatissimo gioco del golf. Amava “La meridiana”, un hotel di straordinario charme, ma non disdegnava andare a cena al Bar dello Sport a Cisano sul Neva, un posto semplice dalla cucina tradizionale ligure. Era bello passare qualche ora con lui: si poteva davvero discorrere di tutto e si aveva l’impressione di parlare con un uomo di statura internazionale, pienamente paragonabile all’avvocato Agnelli, nel quale appariva il gusto per la vita semplice, appartata, con un’attenzione smisurata per la famiglia ed un legame eccezionale con la moglie per oltre sessant’anni. Era un vero amico del Centro “Pannunzio” a cui, di fronte ad uno sfratto, mise a disposizione gratuitamente una sede per parecchi anni. Altri, in quell’occasione, fecero a gara per rilasciare ai giornali dichiarazioni solidali con il Centro, ma non mossero un dito. Pininfarina non fece dichiarazioni, ma fu l’unico che offrì generosamente una soluzione alla fine di luglio del 1980, dopo due mesi di chiacchiere inutili e di generosità esclusivamente verbali.

Amava profondamente il Piemonte e la lunga amicizia con Mario Soldati, che ho condiviso con lui, nasceva da questi legami con la sua terra, senza scadere mai in grettezze localistiche che, anzi, detestava. Questi aspetti meno noti di Sergio erano la cifra della sua personalità più vera che difficilmente emergeva dalla sua ritrosia tutta piemontese. D’altra parte, i grandi piemontesi, da Baretti a Soldati, da Cavour a Gobetti, erano cosmopoliti e sapevano guardare oltre le Alpi, come ha saputo fare Sergio.

Quando il Parlamento europeo nel 1979 divenne elettivo, fu naturale che a capeggiare la lista liberale per la circoscrizione del Piemonte, Lombardia e Liguria fosse Pininfarina, uomo che, insieme a Jas Gawronski e ad Enzo Bettiza, era davvero un modello di italiano-europeo capace di rappresentare, senza egoismi nazionalistici, ma con grande dignità nazionale, il proprio Paese in Europa. Nella II legislatura Pininfarina capeggiò la lista liberal-repubblicana, potremmo dire liberaldemocratica, che avrebbe dovuto anticipare una sorta di unificazione tra le forze laico-liberali di matrice risorgimentale, che poi non ci fu. Se l’operazione non ebbe il successo elettorale che avrebbe meritato, certo non fu colpa di Sergio che si gettò nella battaglia con generosità e passione. Io sono testimone – come in particolare lo è la prediletta figlia Lorenza che fu al suo fianco nell’impegno civile in Europa – che Sergio non ebbe bisogno di apparati faraonici per raccogliere un vastissimo consenso in tutta l’ampia circoscrizione elettorale perché il suo nome era, di per sé, una garanzia di capacità e di probità assolute. Era un liberale nel senso più autentico e, direi, risorgimentale della parola.

La Costituzione all’articolo 59 prevede la nomina a senatori a vita di cittadini «che abbiano illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Non molti Presidenti della Repubblica hanno obbedito in modo autentico al dettato costituzionale, certo la nomina di Sergio a senatore a vita è una di quelle che davvero hanno onorato la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, il quale scelse anche la scienziata di fama internazionale Rita Levi Montalcini. Sono un fatto che disonora la politica e ne rivela il degrado gli insulti del tutto gratuiti e volgari di un senatore per il voto espresso in Senato da Pininfarina durante una votazione sul Governo Prodi. Anche questo è un segno dei tempi, come la presenza di Sergio Pininfarina nella storia d’Italia e d’Europa rivela la grandezza di alcuni uomini che tengono alto l’onore del proprio Paese. L’idea d’Europa che aveva Sergio era quella di Einaudi, un’Europa quindi lontanissima da quella in cui prevalgono interessi ed egoismi che umiliano il federalismo europeo a cui, già in piena II guerra mondiale, guardava il manifesto di Ventotene. Da parecchi anni non stava bene, specie dopo la morte improvvisa e drammatica del figlio Andrea che per lui fu un colpo terribile. Solo la dolcezza e la vicinanza della moglie e in particolare della figlia Lorenza riuscirono ad alleviare gli ultimi anni di dolore che segnarono il tramonto di un uomo eccezionale che ha onorato l’idea liberale, unendo capacità di intraprendere e volontà di porsi al servizio del bene pubblico, secondo quei valori e princìpi che troviamo in Luigi Einaudi. In lui infatti fu totalmente assente quel liberismo volgare che vede nel solo profitto il fine dell’impresa e che non va confuso con l’idea liberale che vede nello Stato un valore importante ed irrinunciabile per la vita sociale.