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Stefano Rodotà,, di Pier Franco Quaglieni

Ieri

Stefano Rodotà è stato l’enfant prodige della cultura giuridica italiana che ad appena 22 anni aveva iniziato a collaborare al “Mondo” di Pannunzio. Fu un uomo di rara intelligenza e di indiscutibile cultura. Il suo impegno civile fu sempre molto appassionato.  Ebbi modo di conoscerlo dopo una sua conferenza ai “Venerdì letterari” torinesi. Irma Antonetto me lo presentò, ricordando che Rodotà era stato un collaboratore del “Mondo” di Pannunzio. Mi bastò poco per capire che il suo modo di essere laico non era il mio e che soprattutto il suo radicalismo era diventato un radicalismo di sinistra con una vistosa tendenza a non avere nessun nemico a sinistra. Un po’ come accadde al torinese Franco Antonicelli che passò da liberale a sostenitore indulgente di “Lotta Continua”, in un crescendo di spostamenti a sinistra che stupirono gli stessi comunisti che lo elessero senatore nel 1968 e nel 1972. Una scelta molto più rispettabile, quella di Rodotà, ma certo molto lontana da Pannunzio di cui egli, al contrario di Eugenio Scalfari, non si considerò mai – con grande onestà intellettuale – continuatore. Anzi, ebbe ben chiara la sua cesura definitiva con il mondo liberale a cui forse non appartenne mai, neppure quando scriveva sul “Mondo”. In quella cena organizzata da Irma Antonetto avemmo modo di constatare che ambedue amavamo la buona cucina, un lato che non avrei mai pensato di trovare in Rodotà che appariva, nella sua figura snella, quasi un asceta. Quello gastronomico finì di essere il discorso predominante della serata, salvata dalla presenza di altri ospiti. Nel 1979, quando Marco Pannella convinse Leonardo Sciascia a candidarsi nel partito radicale, Rodotà scelte di candidarsi come indipendente nelle liste del Pci. Una volta Lucio Libertini, che amava la sincerità e non disdegnava la battuta cattiva, mi disse che la «Sinistra indipendente» era indipendente da tutto fuorché dal Pci che eleggeva i suoi candidati con preferenze sicure e collegi blindati. In effetti qualche indipendenza Rodotà seppe mantenerla perché non si può dire che si sia sempre allineato con il Pci. Nello stesso Pds non si sentì mai a casa sua. Eletto presidente del partito con Achille Occhetto segretario, si dimise dalla presidenza di un partito in cui la conflittualità tra il vecchio e il nuovo apparve subito ingovernabile. Al Salone del libro del 2009 mi capitò di ascoltarlo quando presentò il suo libro Perché laico edito da Laterza e tenne una lezione magistrale sulla laicità che meriterebbe di essere riletta. Il suo però non fu un discorso laico, ma laicista o, se vogliamo, da «laico furioso» per dirla riprendendo la celebre definizione di Gianfranco Bosetti. Rodotà non condivideva la distinzione fatta da Bobbio tra laicità e laicismo, due modi di pensare che possono giungere persino all’incompatibilità. Il laico è aperto al dialogo anche con chi non vuole il dialogo, il laicista è settario, chiuso nelle sue certezze ideologiche inossidabili, come Piergiorgio Odifreddi o Giulio Gioriello o Carlo Augusto Viano. Essere laici non significa essere miscredenti, insegnava Alessandro Passerin d’Entrèves, ma la scuola liberale che parte da Francesco Ruffini e giunge a Passerin, era cosa quasi estranea a Rodotà.

Quando pubblicai con Girolamo Cotroneo nel 2010 i discorsi di Cavour sui rapporti tra Stato e Chiesa da Rubbettino, volli rimarcare la necessità di una distinzione netta rispetto ad una interpretazione distorta del pensiero di Cavour, visto come un anticlericale settario anziché come uno statista capace di mediare tra le ragioni di una libera Chiesa in un libero Stato. Il mondo di Rodotà era un insieme di certezze laiche in cui la religione non aveva diritto di cittadinanza. Non volle accettare che essere laici significa anche diffidenza verso le ideologie presuntuose del secolo scorso. Il liberale Valerio Zanone sul tema aveva pienamente centrato il discorso antiideologico incluso nel concetto di laicità. Il mondo liberale infatti si fonda sulla libertà religiosa, sulla libertà di essere credenti, non credenti ma anche sul rifiuto di dogmi ideologici. Un’idea che aveva perfettamente colto anche Marco Pannella. La laicità liberale è soprattutto ed essenzialmente rispetto per le idee di tutti, senza irrigidimenti giacobini. Se Alessandro Galante Garrone si definì un «mite giacobino», Rodotà con le sue prese di posizione rigide si rivelò un giacobino a volte poco mite. Va reso onore al merito per aver tenuto salde per decenni le sue convinzioni, anche se tra lui e il mondo liberale c’era un abisso che si è ampliato nel corso degli anni. E’ quasi incredibile che una figlia di Benedetto Croce, Elena, lo avesse introdotto al “Mondo “ di Pannunzio. Elena era tanto diversa dalle sorelle Alda, Lidia e Silvia. Alda di cui fui amico per molti anni, detestava Rodotà. Elena Croce fu l’autrice di un libretto dedicato allo Snobismo liberale che finì per diventare snobismo radical-chic con un costante pregiudizio favorevole verso i comunisti. Quasi come quello della proprietaria del “Corriere della Sera” Maria Giulia Crespi che cacciò Montanelli e come quello di Camilla Cederna che brindò – stando alla testimonianza di alcuni amici – quando Indro venne ferito dai terroristi, scrisse cose non vere sul commissario Luigi Calabresi e diffamò un galantuomo come il presidente della Repubblica Giovanni Leone. Pannunzio denunciò nel 1966 la fuga degli intellettuali verso il PCI e vide lontano. Rodotà fu, forse, l’esempio più illustre di questa fuga verso i comunisti, anche se seppe mantenere una certa indipendenza di giudizio che non lo resero mai un militante acritico.

Egli fu naturaliter molto amico di Gustavo Zagrebelski al cui fianco ha combattuto tante battaglie.

Anche l’ultima battaglia contro la riforma costituzionale Renzi-Boschi fu da lui sostenuta con argomentazioni veementi a fianco del professore torinese, punto di riferimento di un certo modo di pensare la politica che è quanto di meno liberale ci possa essere. Una volta laureato brillantemente a Roma, fu scoperto per la sua intelligenza da Adriano Olivetti che avrebbe desiderato averlo con sé ad Ivrea, ma il giovane Rodotà rifiutò l’invito. Olivetti gli fece comunque accreditare 300mila lire di allora sul suo conto corrente, per aiutarlo nei suoi studi. Adriano chiamava attorno a sé tutti i giovani brillanti che poteva, ma, a volte, fu troppo indulgente sui limiti di certi suoi collaboratori, in primis, Paolo Volponi destinato anche lui a diventare parlamentare prima del Pci e poi di Rifondazione Comunista. Il cognato di Adriano, Arrigo con il quale ho intrattenuto una lunga amicizia, anche se l’ho sempre considerato soprattutto un maestro, mi disse nei primi anni Settanta che non sarebbe stato opportuno invitare Rodotà al Centro “Pannunzio”. L’aveva conosciuto nelle stanze del “Mondo” e ne aveva tratto una pessima impressione. Arrigo era l’editore del “Mondo” e fu segretario generale del partito radicale quando Rodotà era un iscritto a quel partito. Rodotà, rifiutando l’invito di Adriano Olivetti, compì un atto di onestà intellettuale di cui bisogna rendergli merito perché le sue idee, forse fin da allora, erano diverse se non conflittuali con quelle dell’imprenditore eporediese, affascinato anche dalla religiosità cristiana. Fu il primo Garante della Privacy, ma, durante il suo mandato, malgrado i suoi sforzi generosi, la privacy in Italia venne sistematicamente calpestata, se non distrutta. Franco Pizzetti, suo successore come Garante, dovette confrontarsi con i problemi irrisolti lasciati da Rodotà e si accorse della loro gravità. Certo la minaccia alla privacy rappresentata da giornalisti senza scrupoli professionali costituì un grave ostacolo al lavoro di Rodotà che cercò in ogni modo di impegnarsi per realizzare i suoi obiettivi. Negli ultimi anni il professore aveva scoperto il web e divenne così simpatico alla rete che Beppe Grillo lo propose come presidente della Repubblica alla fine del primo mandato di Giorgio Napolitano, salvo poi insolentirlo in modo volgare per la sua indomita indipendenza. Con la sua morte l’Italia ha perso una mente molto lucida e vigile. Con le sue polemiche egli seppe tenere alta l’attenzione sui temi dei diritti civili, anche se in lui è prevalsa su tutto la vis polemica.

Fu uno strenuo e coerente difensore della Costituzione repubblicana, di cui non colse – lui fine giurista – la opportunità di una sia pur parziale revisione in base ai cambiamenti avvenuti nei processi decisionali della politica a livello italiano e mondiale.

8 Novembre 2020/da user-pannunzio
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