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Teatri di guerra, di Rosalino Sacchi

I dibattiti

C’è stato un tempo di bonaccia – un tempo recentissimo – nel quale le preoccupazioni dell’Occidente europeo erano i diritti degli animali e il terzo cesso per i transgender.  Poi è avvenuto qualcosa che “ha cambiato il mondo” (secondo qualcuno). In realtà, non ha “cambiato il mondo”; ha piuttosto “reso manifesto che il mondo è cambiato”. Reso manifesto anche a chi gli occhi chiudeva per non vedere. Parlo evidentemente dell’invasione dell’Ucraina. C’era bonaccia, eppure increspature dello specchio d’acqua non mancavano, e si vedevano benissimo nel Mediterraneo. Scrivevo infatti, nell’allestimento di un libretto (che per adesso è rimasto alla fase di allestimento): “Il Medio Oriente, e il nord-Africa in minor misura, sono  cronicamente un teatro di guerra  C’è una partita pesante nella quale i giocatori (seduti al tavolo con la pistola sulle ginocchia e il colpo in canna) sono Turchia, Iran, Siria, Russia, Israele, Egitto, Qatar  e anche Usa  che però ogni tanto si alza per andare a far pipì. Ma il player più importante è quello che non c’è: l’Europa.  Per noi  europei ciò che succede in quell’area è vitale. Se le cose girano male, potremmo trovarci in casa milioni di migranti e/o il rinato terrorismo dell’Isis. Però, l’UE fa come quei soci del circolo che stanno in piedi vicino al tavolo e guardano giocare quelli bravi.. E d’altronde, disarmata fino ai denti, non si vede che cosa altro potrebbe fare. Non ha mai voluto armarsi perché ha scelto di spendere i suoi soldi in welfare. Poi l’evento disastroso: fine della guerra fredda  e graduale venir meno dell’ “ombrello” americano. Gli Americani, in effetti, hanno altro da pensare. Russi e Cinesi, messi da parte i loro bisticci in Mongolia, hanno costruito una specie di blocco (ex) comunista, una sorta di gigante, che dire minaccioso è dire poco. Come insegna un proverbio africano, quando due elefanti si scontrano, la prima vittima è l’erba: in questo caso, la vecchia Europa. La quale, comunque, non è impreparata. Ha rinforzato le scorte di palloncini bianchi, teddy-bear e lumini sia led sia a olio: pronti ad affrontare ogni evenienza. E per carità, procul estote, elephantes!”. Vengo alla crisi dell’Ucraina che rispetto a quelle del Nord Africa presenta una differenza: il “player che non c’è” dispone di un’arma, quella delle sanzioni economiche, che però a doppio taglio. Troppo presto per prevedere come andrà a finire. In Europa (e solo in Europa) la condanna dell’aggressione è unanime, ma tende a trascurare la distinzione essenziale tra il giudizio “morale” e quello “storico-politico”. Non possono esserci dubbi sul giudizio “morale”: come qualificare l’aggressione ad un paese innocuo che ha solo la colpa di essere più debole? Quanto all’altro aspetto, ci sono tre punti che è impossibile ignorare. Il primo: la Russia ha in mano la spada di Brenno (gas e armi). Il secondo: se Putin non l’avesse usata, avrebbe dovuto risponderne ai Russi, visto anche che i loro soldi li ha spesi per costruire un’enorme potenza militare. Quanto al terzo punto, è una domanda: chi gli ha messo in mano quella spada? La risposta la offriva il Telegraph del 13-2-2022 (dieci giorni prima dell’attacco) quando intitolava “Tothless west has left world on the brink of war” ovvero “L’Occidente sdentato ha lasciato il mondo sull’orlo della guerra”. Ha lasciato il vuoto, ma la natura rifiuta il vuoto: ben lo sapevano gli antichi che insegnavano anche si vis pacem para bellum. La vecchia Europa ha fatto finto di non saperlo soprattutto perché di addossarsi  i costi del “para bellum” non aveva nessuna voglia (il resto lo hanno fatto i miti pacifisti). Quando tutto si gioca su rapporti di forza, ha guardato alla globalizzazione come alla “fine della storia” prevista da Fukuyama:  in un mondo tutto convertito al capitalismo (questo è vero) ed alla liberal-democrazia (e questo non è vero),  raggiunto ormai il massimo di entropia sociale, non può più succedere niente. Non si è accorta che NATO, ONU, EU “appartengono al mondo di ieri”, per usare le parole di un attento analista come Vincenzo Olita. L’ONU “condanna”, ma, per citare un altro attento osservatore, Andrè Glucksmann, “L’ONU è come Dulcinea del Toboso. Mentre l’incredulo scorge solo una vaccara, Don Chisciotte si esercita a vedere solo ciò a cui crede senza  credere ciò che vede. [Per il “manifestante per la pace] è l’unica istanza terrestre che opera la trasmutazione dei tanks in carriole e dei kalashnikov in biberon” (Occidente contro Occidente, 2004). Tra una manifestazione e l’altra, bisognerebbe ascoltare con maggiore attenzione le voci che vengono da oltre Atlantico. Quanti anni sono che dai presidenti degli Usa arriva il mantra “se vogliono sicurezza, se la paghino”? Dalle guerre jugoslave è passato un quarto di secolo, ma la storia si ripete. All’epoca, per risolvere un problema strettamente europeo l’inerme Europa aveva dovuto rivolgersi alla NATO (che in effetti non c’entrava niente) e in ultima analisi agli USA. Oggi, come ha già scritto qualche autorevole commentatore, può essere la volta che l’UE si convinca della necessità di dotarsi di una “force de frappe”. Almeno uno l’ha capito lassù (Macron). Ma c’è da temere che la cosa sia strutturalmente impossibile Per chiudere, due parole sul “manifestante per la Pace”. C’è qualcuno (tra altri, il sottoscritto) che, per esprimere solidarietà all’Ucraina, gira con i colori dell’Ucraina all’occhiello. C’è qualcuno che gira con bandiere arcobaleno e striscioni per la pace, e certo non è la stessa cosa. Quando giro coi colori dell’Ucraina, difendo l’Ucraina e con essa i valori della civiltà occidentale. Quanto alla pace, è un valore astratto, anzi, se non è associato a giustizia non è neanche un valore. Per l’astratto, firmerebbe anche Vladimir Putin. Se due sono in guerra, e chiedo “pace”, li metto sullo stesso piano. Preferisco aderire alla colletta per regalare missili al più debole il quale, per fortuna, sembra avere più denti dell’Unione Europea. Fin che dura.

4 Marzo 2022/da user-pannunzio
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