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Francesco De Sanctis (Morra Irpinia 1817 – 1883), grande critico ed estetologo, patriota, deputato al Parlamento, già arrestato in Calabria e detenuto nel carcere borbonico, poi docente a Torino e Zurigo con vasto stuolo di uditori illustri tra cui Karl Marx, Ministro della Pubblica Istruzione nel 1861 con Cavour e il suo successore Rattazzi, poi vicepresidente della Camera dal 1876 al 1878 e di nuovo Ministro con Cairoli dal 1878 al 1881, circa centoquaranta anni fa aveva già capito tutto, delle dinamiche, di potere e di verità a conflitto, come tuttora dispiegantesi se pure in quadri assai mutati esteriormente ( basti guardare i nuovi ministri, presidenti e vicepresidenti di Governo ! ). Il motto “Torniamo al De Sanctis”, pienamente e sempre giustificato in virtù della levatura intellettuale e morale di uno dei Maestri di pensiero, è stato in verità adottato nel decorso cinquantennio altre volte, grazie alla controversia dibattuta tra l’eredità di Croce e Gramsci, anche con significazione ideologica e militante ( Salinari, Muscetta, Sapegno, e via ). Ma qui decisamente lo ripropongo su un piano diverso e ( se si vuole ) ancora più alto, perché ‘idealeterno’: quello della lezione desanctisiana, qual si esprime nel suo “Manifesto” o “Testamento politico” della piena maturità, maturato nella collaborazione al napoletano “Diritto”, nella esperienza del Viaggio elettorale e nella celebrata orazione ai cittadini elettori della Città di Trani, “l’Atene delle Puglie”, su invito del Sindaco Cesare Paolillo, del 29 gennaio 1883. L’aver vissuto di persona il profondo travaglio nazionale preunitario, unitario e postunitario, fa cogliere mirabilmente a De Sanctis problemi, implicazioni, prospettive della fenomenologia del Potere, ancora di non sopita e sorprendente attualità: alla stregua di una forma di “giudizio prospettico” nascente dalla dialettica di pensiero e azione, propria dei più alti spiriti storici ( Machiavelli e l’ “arciere prudente”; Croce e il suo “Futurum docebit”, a proposito del primo profilarsi della personalità di Lenin nella antologia dettata da Alfonso Leonetti; Rosario Romeo, per il passaggio dal Piemonte Sabaudo all’Italia liberale; Raffaello Franchini, per la originale “Teoria della previsione” ). Nel “Diritto”, De Sanctis combatte la corruzione politica: “Manca la fibra, perché manca la fede; manca la fede perché manca la cultura”. E approfondisce e puntualizza ancora meglio la propria denunzia: “Non c’è scusa e non c’è perdono quando i gruppi siano composti di uomini in gran parte ignoranti e torbidi, sudditi e capi, che non abbiano altra mira se non il loro personcino. Avremmo allora capitani di ventura, non capi parlamentari. E come suole avvenire, i capitani hanno inclinazione a scegliersi clienti e non amici, non compagni di buona tempra e ingegno, anzi un grgge docile, servitori, parassiti, commessi, mezzani, compari, confidenti, tutte cattive erbe che sogliono germogliare nella mala compagnia, effetto insieme e causa di decadenza e di corruzione” ( 9 novembre 1877). Si potrebbe dir meglio, ancor oggi ? Ma è nel “Discorso di Trani” ( agli elettori della XV Legislatura, dopo le delusioni del proprio collegio irpinate e le conferme conquistate in quello di Lacedonia nella XII, XIII e XIV Legislatura ), che il De Sanctis attinge i vertici dell’analisi plurisprospettica, lucida e appassionata insieme, delle condizioni dell’Italia civile del tempo. Sì che ogni periodo, o comma, di quel testo si può prestare (come di fatto è stato operato anche recentemente, nel bicentenario della nascita, da parte di chi scrive) a commento di punti di snodo, “turning points”, della vicenda etico-politica, sorta di weberiani idealtipi (“Parlamentoe e Governo” del 1919). Sulla denuncia dei “partiti personali” e del riformismo pretenzioso e incòndito da quattro soldi, ad esempio, Francesco De Sanctis incide: “Io non sono propriamente un uomo di partito, non ho animo partigiano. La mia inclinazione è non di guardare dentro nel partito, ma di guardare al disopra, là nel paese, del quali i partiti sono istrumento. Quando io vedo uomini, che non escono da quella cerchia stretta, che si chiama un partito, e inventano una giustizia, una verità, una libertà a uso del partito, e vogliono il bene per sé e non per tutti, io mi ribello e dico: – no; la giustizia è una, la verità è una. I partiti sono tanto più forti, quanto meno pensano a sé e più pensano al paese; ed hanno in questo il loro premio, che diventano così centro di attrazione e di simpatia, e ingrossano, e sono incoraggiati e sostenuti. Questo è quello che io chiamo il patriottismo di un partito, quel sentire viva e prsente la patria in mezzo al partito, quel tenersi in mezzo al partito, quel tenersi in continua comunicazione con tutto il paese.” – “I partiti sono istrumento”. “Inventarsi una giustizia, una verità, una libertà a uso del partito: no. La giustizia è una, la verità è una”. Gli ammonimenti desanctisiani colpiscono bene sia il falso riformismo, la rettorica del riformismo tanto più perniciosa quanto più pretenziosa, investendo i valori della giustizia, della verità e della libertà; sia l’eccesso di “relativismo” oggi imperante, tale però da non poter espungere l’apriori, il carattere trascendentale dei valori, comunque e dovunque storicizzati. Lo stesso Albert Einstein, in proposito, anche se sul piano epistemologico, diceva a un dipresso: “Le categorie sono necessarie al pensiero; altrimenti saremmo come a respirare nel vuoto”Ma De Sanctis antivede e condanna la piaga, più che il fenomeno, anche dell’assenteismo elettorale, sin dal Discorso di Trani del 1883, che fu registrato da Mario Mandalari, raccolto da Croce negli “Scritti storici inediti e rari”, poi inserito da Carlo Muscetta nella edizione einaudiana delle Opere desanctisiane. “La platea è il paese, che assiste all’opera dei partiti, e quando questi s’infocano, il paese innanzi a certe collere a freddo rimane indifferente, e volge le spalle, e nasce quel terribile fenomeno che si chiama l’apatia; il paese che abbandona i partiti, talora diserta persino le urne”. Leggetelo tutti nelle scuole, negli istituti, nei cosiddetti “talk show” delle statistiche e della infocate e vocianti, falsamente appassionate, discussioni ! Leggetelo attualizzandolo, facendolo vostro, il caro De Sanctis, senza se e senza ma, senza travagli né misfatti quotidiani; ricercando ancora, dopo l’unità, “l’unificazione” ( come raccomandava De Sanctis ). “E l’unificazione è quel lento lavorìo di assimilazione, che deve scemare possibilmente le distanze, che separano ancora regione da regione  e classe da classe. E a ciò non conduce questo aguzzare di continuo le passioni e le differenze di classi e di regioni, e seminare odio, invidia, uno stato di guerra negli animi, perché l’odio non crea niente, ma distrugge tutto, e perché questo non è unificare ma segregare l’Italia; è un delitto contro l’unità nazionale”. L’appello costante del Capo dello Stato Mattarella riprende bene questa lezione “desanctisiana”, aver riproposto e commentato la quale ne fortifica perciò la consapevolezza e le ragioni.

Giuseppe Brescia – Società di Storia Patria per la Puglia