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Contesto storico

Nel 1805 Napoleone ha ammassato, nei pressi di Boulogne un esercito di 130.000 veterani con lo scopo di invadere l’Inghilterra, qualora riesca a raggiungere una superiorità navale tale da traghettare le truppe oltremanica. Nella storia europea è il terzo tentativo, da parte di una potenza, di egemonizzare il continente e saldare le conquiste, eliminando l’isola ostile. I due precedenti erano stati di Filippo II nel 1588 (sconfitta della Invincibile Armada) e di Luigi XIV sconfitto a Blenheim nel 1704. Ne seguiranno altri due da parte del Kaiser fermato sulla Marna nel 1914 e di Hitler sconfitto nella Battaglia d’Inghilterra (di cui abbiamo parlato su questa testata).

Scenario strategico

Nel momento in cui avviene la battaglia, il 21 ottobre 1805, il tentativo d’invasione è sfumato per il costituirsi della Terza Coalizione ed il riaccendersi delle ostilità sul continente: di lì a poco, il 2 dicembre, la grande vittoria di Austerlitz confermerà la supremazia terrestre francese, ma la sconfitta di Trafalgar metterà al riparo l’Inghilterra anche da rischi successivi, riproponendo quella strana situazione che è stata definita la guerra tra l’elefante e la balena. Nei mesi precedenti, Napoleone ha inviato l’ammiraglio Villeneuve con la sua flotta nelle Antille, sperando di attirarvi gli inglesi, ma il piano non è riuscito, così che al ritorno, i legni francesi necessitando riparazioni, si rifugiano presso il porto di Cadice. Attentamente sorvegliati da un nemico in migliori condizioni. Nel momento in cui la flotta franco-spagnola lascia Cadice, per dirigersi verso Gibilterra ed il Mediterraneo, confortata da una manovra di allontanamento avversaria, Horatio Nelson, il comandante già vincitore di Abukir, decide di ingaggiare ed attaccarla. Sulla carta gli avversari sono superiori: 33 vascelli, 7 fregate, 21.580 uomini, 2.920 cannoni, contro 27 vascelli, 6 fregate, 16.820 uomini e 2.164 cannoni. Tuttavia, dietro la nuda contabilità delle forze, ci sono due realtà molto diverse: a vantaggio degli inglesi una flotta compatta e sotto un comando unico, contro due flotte francese e spagnola, un tempo rivali, con diversi comandanti senza una precisa gerarchia; una maggiore perizia marinaresca portata avanti da equipaggi addestrati e non raccogliticci; una maggiore capacità nell’uso delle artiglierie, massimamente sfruttata da una tattica di battaglia del tutto innovativa. Sulla quale ci soffermiamo.

Tattica navale

A rischio di scadere nella banalità, pensando al lettore meno esperto, diamo alcune indicazioni di massima sugli scontri navali (fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando le corazzate saranno soppiantate dall’arma aerea). Chiunque abbia visitato un museo navale, o giocato ad un videogioco con battaglie navali (ad esempio Patrician III L’impero dei mari), o anche soltanto visto I Pirati dei Caraibi, deve aver notato che le bocche da fuoco sono poste sulle fiancate dei vascelli, non a poppa o a prua. Ne consegue che, se due navi da guerra si trovano nella posizione del riquadro 1, sarà quella blu a poter colpire quella gialla, senza che l’altra possa rispondere al fuoco (le aree in chiaro rappresentano le rispettive gittate dei cannoni). Poiché le navi vanno solo in avanti, senza poter arretrare o traslare lateralmente, una posizione simile si ottiene nel momento in cui (riquadro 2) quella blu «taglia la T», ossia si porta davanti alla rotta dell’altra. Posizione che si ottiene in base alle condizioni di mare, di vento, di velocità e di manovrabilità delle rispettive imbarcazioni (ragione per cui da Salamina 480 a.c. a Pearl Harbour 1941 hanno spesso vinto navi piccole e veloci, contro quelle più massicce e potenti; la più piccola e veloce di tutte è l’aereo cacciabombardiere). L’altra cercherà di evitare questa situazione virando a sua volta per presentare il fianco all’avversario. La condizione di vantaggio data dal tagliare la T, consente di sparare una o più bordate per primi, avendo così un vantaggio iniziale, un first strike, importante ma non necessariamente risolutivo della battaglia. Ora, ampliando il discorso a due intere flotte, qual è la condizione migliore, da parte di quella gialla, per attaccare quella blu? Quella del riquadro 3 o quella del riquadro 4 (i disegni sono indicativi)? Alla luce di quanto sopra, indubbiamente la prima, riquadro 3, in cui gran parte delle navi si trovano nella condizione di tirare bordate contro le altre; le navi blu virerebbero, presentando a loro volta il fianco e la battaglia di scomporrebbe in una serie di scontri individuali di vascelli posti in due file parallele.

Nelson sceglie invece di attaccare secondo il riquadro 4, una scelta apparentemente suicida. Lo fa consapevolmente, accettando l’handicap di subire passivamente il primo fuoco, con lo scopo di spezzare la linea avversaria, attaccando i vascelli «a cominciare dal secondo di prora (antistante) al proprio ammiraglio (posto al centro) fino all’ultimo della retroguardia. … Confido nella vittoria prima che l’avanguardia nemica possa soccorrere la propria retroguardia». Come esplicita il suo Memorandum destinato ai capitani. È un’idea rivoluzionaria e di estremo interesse. Nelson è consapevole della complessiva superiorità avversaria e la suddivide attaccando prima le ammiraglie, quindi i vascelli alla destra, poi quelli alla sua sinistra. Come fece l’ultimo degli Orazi ad Alba Longa, vicenda ricordata ne Il giuramento degli Orazi di Jacques-Luis David 1794, capofila del neoclassicismo. Lo stesso concetto attuerà napoleone a Waterloo, ma i ritardi accumulati consentiranno a Blucher di raggiungere l’alleato e determinare l’esito di uno scontro quanto mai incerto. Nelson dunque sceglie di porsi al centro, invece di schierare a sua volta la navi in una fila parallela a quella nemica, ottenendo così una superiorità schiacciante, solo nel punto decisivo, massimizzando l’uso delle sue migliori artiglierie. Geniale. Anche perché 130 anni dopo lo stesso concetto sarà alla base della blitzkrieg: concentrare in un solo punto l’attacco delle divisioni corazzate, invece di disperdere le forze lungo tutto il fronte, come nelle file parallele delle trincee della Grande Guerra.

La battaglia.

A questo punto, sarebbe ragionevole pensare che alla testa delle due colonne di attacco, sapendo di subire bordate iniziali, Nelson abbia posto due carrette sacrificabili; invece no, in testa alla colonna di sinistra pone l’ammiraglia, la Victory, sul pennone lo stendardo con la scritta «England espects every man to do his duty» (l’Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il suo dovere), sé stesso sul cassero della Victory, in grande uniforme, le medaglie sul petto, per la prima volta senza la spada. Probabilmente sapeva di andare incontro alla morte, o quantomeno era pronto ad affrontarla. Alla testa della colonna di sinistra la Royal Sovereign.mL’avvicinamento dell’ammiraglia inglese dura quaranta minuti, sotto il fuoco di 180 cannoni avversari, senza rispondere un colpo. Albero di mezzana abbattuto, danni alle vele ed al timone, ma efficienza sostanzialmente intatta, quando con la prima scarica spazza il ponte della Bucentaure, l’ammiraglia avversaria, che si arrende al Conqueror un’ora dopo. Quindi la Victory si porta di fianco alla Redoutable, dove tra scariche di moschetteria e abbordaggi, Nelson è colpito a morte e spira dopo ore di agonia, in tempo per vedere il Temeraire dargli supporto e mettere a tacere la Redoutable che affonda a fine giornata. Quasi tutte le navi risultano danneggiate più o meno gravemente, ma gli inglesi non hanno perdite di vascelli, i franco-spagnoli ne lasciano una ventina nelle mani avversarie. Questo cambia gli equilibri strategici, consegnando la supremazia navale agli avversari dell’unificazione del continente. L’innovativa tattica utilizzata da Nelson, gli ha consentito di massimizzare i punti di forza della sua flotta: coesione del comando, perizia degli equipaggi, capacità nettamente superiore degli artiglieri. Compensando l’inferiorità numerica complessiva, con una superiorità schiacciante nel punto e nel momento decisivi.

Monumentalistica.

Nelson è celebrato come un eroe ed un martire che ha salvato la Patria in uno dei momenti più bui. Alla battaglia è dedicata Trafalgar Square, la piazza più importante di Londra, su cui si innesta Whitehall con i principali edifici governativi e su cui affaccia l’imponente edificio che ospita la National Gallery. Al centro della piazza il monumento all’Ammiraglio Horatio Nelson supera i cinquanta metri ed i bassorilievi esplicativi le battaglie sono fusi con il bronzo dei cannoni francesi catturati. Gli fa da contraltare alla Colonna d’Austerlitz, sormontata dalla statua di Napoleone a Place Vendome a Parigi. Non è l’unico monumento a ricordo di Nelson, altri sono stati eretti, in particolare ad Edimburgo, a Birmingham, a Montreal ed a Dublino. Ci soffermiamo su quest’ultimo perché simbolico di come la Storia non si completi con un evento, ma sia un fluire continuo di vicende intersecate tra loro. Nel XX secolo le esigenze di indipendenza dell’Irlanda dal Regno Unito assumono le connotazioni di una vera e propria guerra. Poiché dei due eroi celebrati a Dublino, il Duca di Wellington era irlandese, Nelson diviene, nell’immaginario collettivo, il simbolo dell’oppressione inglese sull’Irlanda. La conseguenza è che il monumento a Wellington oggi fa mostra di sé al Phoenix Park dove è stato edificato, quello a Nelson non esiste più. Si trovava sull’arteria principale della città, la O’Connell Street, di fronte al General Post Office, simbolo della Rivolta di Pasqua del 1916, di cui reca tutt’ora i segni degli scontri. Nel 1966 l’IRA prende di mira in monumento con un attentato simbolico, fa brillare una carica in piena notte: nessun ferito, statua divelta, basamento intaccato, danni minimi agli edifici circostanti. Nel 2003, al suo posto è innalzata The Spire, Monumento alla Luce, colonna d’acciaio alta 120 metri, simbolo di una nuova e dinamica Irlanda. Nelson si è battuto per l’indipendenza dell’Inghilterra dall’egemonia europea, non poteva certo essere il simbolo di un’Irlanda che guarda all’Unione Europea ed adotta l’Euro.