1,157 utenti hanno letto questo articolo

Ecco una domanda che dona subito (“Fratelli d’Italia” a parte) una risposta affermativa la quale parrebbe certa, disinteressata. Ma che tale non è. In effetti, numerosi  personaggi cadono ormai allo scoperto, e delle due massime cariche attualmente in ballo nella  nostra Repubblica, appaiono ormai occuparsi – sempre più con parole maldestre- a propri fini, nell’interesse di loro capi politici. Di tanti elogi che vengono espressi nei confronti di Draghi quale capo del governo, è dato infatti scoprire, senza sforzi di intelligenza, la ragione. Coloro che ambiscono infatti alla carica di capo dello Stato, hanno tutto l’interesse a toglier di mezzo  da tal tenzone il candidato di maggiori prospettive di successo, il quale, guarda caso, è Mario Draghi. E lo fanno facendo sperticati ma non disinteressati elogi alla sua gestione del governo, definendola ineguagliabile e proficuamente innovatrice , e dichiarandosi estimatori delle sue qualità di economista e di governante. In realtà il destino politico che riservano a Draghi se egli restasse al governo, sarebbe quello di uscire di campo all’atto delle nuove elezioni parlamentari, nel ‘23, o prima se ne maturasse l’occasione. A quel punto Draghi si troverebbe fuori dal governo e con un Presidente della Repubblica appena eletto. E dunque, fuori da tutto. Una politica non più pilotata dai partiti, quale si vorrebbe divenisse quella italiana, troverebbe per certo naturale che le grandi scelte avvenissero nella logica o del sovranismo populista, per il quale una loro “democrazia illiberale” porterebbe alla scelta dei capi politici, o di un parlamentarismo per così dire apparente, nel quale i parlamentari tali diverrebbero solo per rappresentare se stessi e interessi di clientele, o di improvvisate associazioni. Le quali intervengono nelle campagne elettorali facendo parte di camarille del potere o di demagogiche improvvisazioni populistiche. Contro  siffatte contraffazioni della democrazia, e dell’idea liberale, valga ancora difendere una concezione  dei partiti intesi in una loro non artefatta pluralità quali portatori di conoscenza e di pensiero, i quali trasmettano alla pubblica opinione una non manipolata percezione dei grandi problemi e delle grandi scelte.