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1.Un maremagnum tutto pien d’imbrogli

Antipolitica, qualunquismo, populismo, nazionalismo, fascismo, berlusconismo, sovranismo, razzismo, nel linguaggio dei media, ormai non significano più nulla. Si tratta di termini che non sono lampadine che illuminano i fenomeni sociali e politici e ne spiegano la genesi e la natura ma armi di discredito e di delegittimazione degli avversari. Prendiamo due termini divenuti quasi intercambiabili: sovranismo e nazionalismo. Se per nazionalismo s’intende l’ideologia che eleva  la Nazione a supremo valore in quanto costitutiva dell’identità etico-sociale degli individui, dei gruppi e delle famiglie e se, per sovranismo s’intende una politica di chiusura delle frontiere alle merci straniere e di rifiuto netto e assoluto dell’interferenza degli altri stati (anche di quelli  alleati o affini) nella politica interna del proprio paese, non si può ignorare che una componente importante del nazionalismo italiano era decisamente (e aggressivamente) liberista–a cominciare da Alberto Caroncini fautore di una linea politica e culturale in cui si riconoscevano economisti e sociologi come Maffeo Pantaleoni, Vilfredo Pareto e non pochi altri. Un discorso analogo vale per la (sostanziale) assimilazione del berlusconismo al fascismo. A partire dalla seconda metà degli anni venti, il fascismo diventa nazionalista, sovranista e accentua il suo tratto populista ma per questo può venir considerato un antenato del berlusconismo–un movimento dai tratti indubbiamente populisti? Nel quotidiano da lui fondato, e per tanti anni diretto, il berlusconismo viene ‘raccontato’ come la forma assunta dal fascismo nell’epoca della società opulenta, ma Eugenio Scalfari è di diverso avviso.

« Mussolini e il fascismo volevano costruire un uomo nuovo, ispirato dai valori della forza, dai doveri verso lo Stato, dalla cultura della guerra e della conquista, dagli ideali dell’imperialismo, dal mito della Roma imperiale. La maggior cura la dedicarono all’educazione della gioventù a questi valori e a questa mitologia. I successi che ottennero si rivelarono effimeri non appena si scontrarono con la durezza della realtà. Il berlusconismo ha invece avuto come obiettivo la decostruzione del rapporto tra l’individuo e la collettività, la decostruzione delle ideologie, l’esaltazione della felicità immediata nell’immediato presente, l’antipolitica, il pragmatismo come solo fondamento delle decisioni individuali, il trasformismo come pratica quotidiana. La corruttela pubblica come peccato veniale.»

Si può essere in disaccordo sulla valutazione dell’antipolitica e sul pesante giudizio dato del Cavaliere ma è difficile non condividere la netta distinzione tra Forza Italia e il PNF. (Nel 2018, tornando sul tema, in un lungo articolo pubblicato dall’Espresso’, Perché Berlusconi somiglia a Mussolini Scalfari  si limitò a rilevare « l’estrema flessibilità politica del loro comportamento»).

 Sovranismo e nazionalismo, berlusconismo e fascismo sono cose diverse, come lo sono populismo e nazionalismo. Almeno sul piano ideologico. E lo dimostra in termini inequivocabili quanto scrive il fondatore dell’Uomo Qualunque, Guglielmo Giannini, nel suo libro-manifesto La folla. Seimila anni di lotta contro la tirannide (Roma 1945). Non c’è niente di più falso, vi si legge, del mito patriottico: «e se qualcosa èmortale sulla terra, l’idea della patria è la più mortale di tutte» E la dimostrazione addotta, quella degli Italiani redenti che nel 1918, si trovano assai peggio che sotto il dominio austriaco, è  non poco significativa:

« La sconfitta, realtà per i Capi, che perdono le stipendio, è soltanto un’opinione per la Folla. Supponiamo che l’Italia dovesse cedere il Veneto alla Iugoslavia, e che la Iugoslavia fosse tanto sciocca da prenderselo. Cosa accadrebbe per la Folla? Niente. L’autore di libri continuerebbe a vendere i suoi libri nel Veneto, dove i libri iugoslavi non potrebbero essere venduti poiché nessuno saprebbe leggerli. Chi commerciava con Treviso, Udine, Padova, continuerebbe a commerciarvi. Su tutto il territorio ceduto si continuerebbe a fare l’amore, nascerebbero’ dei bimbi che imparerebbero a parlare italiano con accento veneto, e andrebbero poi a studiare, nelle scuole italiane, delle sciocchezze poco diverse da quelle che studierebbero se il provveditore agli studi dipendesse da Roma anziché da Belgrado. La fisica, la matematica—lecose veramente serie, insomma–sarebbero le stesse. |…| Unico vero cambiamento: il prefetto di Venezia sarebbe iugoslavo anziché napoletano o piemontese. E cos’importa all’uomo della Folla che un prefetto si chiami Milan Nencic anziché Gennaro Coppola o Alberto Rossi? Deve dare la vita dei suoi figli e la sua per così poco?»

 Lo sconforto di Charles De Gaulle nei confronti dei Francesi che «non sono degni della Francia » sarebbe incomprensibile per un populista per il quale la realtà viva e operante è, appunto, il popolo e non un’entità mistica destinata a sopravvivere alle generazioni e ai regimi politici.

 Se dei termini politici elencati all’inizio, il meno controverso è l’ultimo, il razzismo–tutti sappiamo cosa significa: l’attribuzione a una razza di qualità fisiche, morali e intellettuali che giustificano la discriminazione etnica e, nei casi estremi, il genocidio– il più sfuggente è l’antipolitica. Sono molti gli studiosi  che se ne sono occupati–da Donatella Campus a Matteo Truffelli, da Alfio Mastropaolo a Carlo Donolo, da Daniele Mu a Carlo Carboni, da Giovanni Bianchi a Vittorio Mete ma la sensazione che ingenera la lettura di tanti–e talora assai pregevoli saggi-è sconfortante. Come ha ben puntualizzato Matteo Truffelli:

«com’è successo col populismo, anche la qualifica di antipolitico ha potuto essere attribuita, in maniera più o meno giustificata, a tantissime personalità anche molto differenti tra loro, sia per i contenuti delle proprie idee politiche sia per lo stile con cui hanno sostenuto le rispettive posizioni».

L’antipolitica è

«un oggetto sfuggente, difficile da imbrigliare in una definizione che risulti esaustiva e al tempo stesso stringente. Tant’è vero che, pur esistendo un’ampia letteratura scientifica in merito, i tentativi fatti per giungere a una delimitazione sufficientemente condivisa del concetto di antipolitica hanno incontrato notevoli difficoltà». Se ne conclude che siamo in presenza di piani e prospettive diversi «che spingerebbero a parlare, più che di antipolitica, di antipolitiche, al plurale, per indicare la complessità di un concetto per sua natura asistematico, magmatico, i cui caratteri si disperdono in una nebulosa di giudizi e pregiudizi non necessariamente tra loro coerenti, e in una varietà di atteggiamenti utilitaristi, iconoclasti, antistituzionali e radicali, che assumono forme e linguaggi diversificati e la cui traduzione concreta spazia da un cinico disincanto ad un moralismo volto in via esclusiva alla considerazione del  ‘dover essere’ della politica, in chiave di contrapposizione alla realtà effettuale».

 E, in effetti, se si pensa ai movimenti, alle figure della politica, della cultura, dell’arte alle quali si è appiccicata l’etichetta ‘antipolitica’ si resta scettici sulla possibilità di trovare un comun denominatore tra gli abitanti di questa Valle di Giosafat : Guglielmo Giannini, Pierre Poujade, Ross Perot, De Gaulle, Jimmy Carter, Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Tony Blair, Thomas Mann, Mark Twain, L. Frank Baum, Elsa Morante, Totò, Beppe Grillo, Coluche, Umberto Bossi, Silvio Berlusconi, Marco Pannella, Antonio Di Pietro, Mario Segni, Juan D. Peron, Fernando Affonso Collor de Mello, Alberto Kenya Fujimori Inomoto, Carlos Saul Menem, Benito Mussolini, Adolf Hitler, Giuseppe Maranini, gli elitisti italiani etc. etc,.

2. Metter ordine al gran disordine

 Per venir fuori da questo guazzabuglio, è necessario  delimitare bene il campo dell’antipolitica–sia che lo si intenda come uno stile di cui si possono appropriare, in tutto o in parte, movimenti collettivi che si ispirano a ideologie più antiche e ‘riconosciute’ (democrazia, socialismo, anarchismo etc.), sia che lo si intenda come una species autonoma sia pure rientrante in un più ampio genus. Credo che , nella prima  fase di ripulitura concettuale, occorra mettere l’accento sul sostantivo politica  che segue il prefisso anti. Il soggetto dell’antipolitica non ce l’ha col potere in generale come capacità di individui, di classi sociali, di ceti professionali di determinare intenzionalmente l’altrui comportamento, disponendo di risorse cruciali. In questo senso, per fare qualche esempio forse superfluo, esercitano potere l’imprenditore e il banchiere che, dando lavoro o concedendo prestiti, condizionano la vita di tanti individui e delle loro famiglie; o, del pari, esercita potere il sacerdote, che negando o accordando l’assoluzione, determina il destino, non solo oltremondano, delle anime soggette alla sua autorità spirituale. La guerra ai palazzi   contrapposti alle capanne, ai ‘gros’–penso al vecchio saggio di Pierre Birnbaum del 1979,Genèse du populisme ;le peuple et les gros— ai pescecani, in nome dei ‘pauvres’ (intesi, secondo il linguaggio rivoluzionario dell’89, come i cittadini che vivono del loro lavoro) dei ‘petits’, spesso umiliati e offesi da quanti non si fanno mancare il superfluo e non si curano degli altri che non hanno il necessario, caratterizza spesso il populismo, l’anarchismo, varie forme di socialismo ma non l’antipolitica. Quest’ultima, infatti, non è rivolta contro i poteri sociali ma contro i poteri politici ovvero contro le istituzioni pubbliche, il sistema politico, i partiti e i sindacati che competono per il controllo (diretto o indiretto) del timone del governo. Nella ‘grande divisione’ che caratterizza il mondo moderno, tra Stato–con i suoi apparati amministrativi e la sua divisione dei poteri–e ‘società civile’, l’antipolitica si colloca sul terreno del primo e se (e quando) diffida della seconda, le ragioni vanno ricercate nel fatto che è la politica’ a rovinare, a corrompere, il lento fluire dei rapporti interumani, la cui natura sarebbe tale da tramutare diversità e conflittualità in strumenti di progresso civile e di benessere economico.

 Sennonché dire qual è il campo di gioco dell’antipolitica è fare un passo avanti ma resta un buon tratto di strada da percorrere. Donatella Campus, nel suo  bel saggio di alcuni anni fa ,L’antipolitica al governo. De Gaulle, Reagan, Berlusconi (Ed. Il Mulino 2006) ha scritto che l’’antipolitica è

« un registro discorsivo che serve a nuovi soggetti politici per differenziarsi dalle forze che rappresen­tano l’establishment. Si presta, pertanto, a venire proficuamente impiegata in tutte le situazioni di crisi e di difficoltà del sistema politico. Infatti, attraverso la denuncia dell’incapacità della classe dirigente e della sua malafede nell’ingannare e/o sfruttare i propri concittadini, il nuovo entrato, sia esso un leader, un movimento o un partito, trova una collocazione nello spazio politico e una sua legittimazione, caratterizzandosi come opposto alle élite al potere. Questa opposizione viene condotta in nome di una maggioranza che non sarebbe adeguatamente rappresentata dalla classe dirigente, ma che, anzi, è rimasta a lungo ‘silenziosa’ senza trovare! il canale per esprimere il proprio scontento. Compito del leader o del movimento che si oppone all’establishment è indurre quella maggioranza (sia che si tratti di una vera maggioranza o di una minoranza spacciata per tale) a prendere consapevolezza della propria condizione».

Ostilità all’establishment–alle élite «faziose, oppressive e inconcludenti»–rapporto diretto con i cittadini, linguaggio chiaro, diretto, aggressivo, squalifica morale dell’avversario, talora fino all’insulto, semplificazione dei problemi, rifiuto della ‘mediazione politica’ (anche per la politica si fa valere il principio ‘dal produttore al consumatore’, ovvero dai produttori delle leggi–governo e parlamento–ai consumatori, ai cittadini sui quali ricadono oneri e vantaggi delle decisioni prese– senza pedaggi o passaggi inutili e costosi :rimanendo nella metafora, si potrebbe dire, senza i grossisti delle merci politiche, partiti, sindacati etc.), rivendicazione del diritto dell’uomo della strada a far sentire la sua voce, privilegiamento, nell’età della democrazia delle masse, del mezzo televisivo e sempre di più dei social network, in quanto strumenti di comunicazione che raggiungono tutti e consentono il parlar schietto, nemico giurato del politichese, sfiducia più o meno radicale verso i professionisti della politica, quanti vivono di politica, alle spalle di quanti li hanno votati e di cui si dimenticano il giorno dopo le consultazioni elettorali. Elenco, un po’ alla rinfusa, i tratti dell’antipolitica che trovano d’accordo quasi tutti gli studiosi che se ne sono occupati. Daniele Mu, autore di un pregevole saggio L’antipolitica come arma retorica: una analisi comparata tra Beppe Grillo, Matteo Renzi e Matteo Salvini (Consiglio Regionale della Toscana, 2018)–che mostra tra l’altro una notevole conoscenza delle teorie dei simboli politici–aggiunge all’antielitismo, in riferimento, com’è ovvio alle vicende italiane, l’euroscetticismo e l’antiintellettualismo, carattere peraltro che potrebbe essere ricompreso nella retorica del linguaggio ‘alla portata di tutti’.

 All’accordo sulla natura dell’antipolitica non si accompagna quello sulla genesi e sulle funzioni di un fenomeno che sta mutando il paesaggio culturale e intellettuale ereditato dalla Prima Repubblica. Per quanto riguarda la genesi, quasi tutti gli analisti mettono l’accento sulla ‘delusione’, dando la stura a un vero  e proprio profluvio di genericità–le promesse non mantenute della democrazia, l’incapacità dei governi, nell’era della globalizzazione, di tutelare gli interessi dei ceti penalizzati dall’apertura delle frontiere e dei mercati, la crisi dei ‘grandi racconti’, il venir meno della tensione etica e degli ambiziosi progetti riformatori che legittimavano un tempo i partiti votati alla causa del progresso sociale, il trionfo dei particolarismi (anche nel senso del guicciardiniano particulare) e la trasformazione della politica in momento della mediazione etc.etc. Come spesso capita nelle scienze sociali, si scambia per individuazione delle cause quelle che sono  descrizioni, peraltro non sempre soddisfacenti, degli effetti. Quanti indagano i cosiddetti fallimenti delle ‘democrazie liberali’–quei fallimenti, appunto, che determinano l’insorgere di posizioni antipolitiche–dovrebbero forse ricordare ciò che faceva  rilevare David Hume: dire che un re ha perso il trono in seguito a una sconfitta militare descrive semplicemente un dato di fatto; se si vuole davvero spiegare l’evento bisogna capire  quali erano le ragioni strutturali che rendevano  quel trono tanto fragile  da essere rovinato da una battaglia perduta.

 Per quanto riguarda le funzioni, il discorso degli esperti si fa estremamente ambiguo giacché presenta un mix di speranze e di timori, che spesso ricorda quello l’atteggiamento verso i barbari invasori dell’impero romano. Possono essere una forza distruttiva o, al contrario, possono infondere sangue giovane nelle vene delle democrazie malfunzionanti  sicché queste ultime vengono invitate a limitare e circoscrivere gli elementi critici dell’antipolitica «più dinamici» e a trarne l’occasione per una rivitalizzazione della politica, che si traduca nel ricambio delle classi dirigenti. Autore di un saggio spesso citato, Il buon uso dell’antipolitica. I confini mobili del politico nel regime democratico-pubblicato nel fascicolo di ‘Meridiana’ (nn.38-39) sull’Antipolitica. Politica e antipolitica nella sgtoria d’Italia, uscito vent’anni fa ma tuttora un testo imprescindibile di riferimento–Carlo Donolo ha scritto:

«L’antipolitica per il regime democratico è fisiologica. Non è neppure un nemico, per quanto duro possa essere il confronto con le sue forme estreme. L’antipolitica è l’incentivo ad apprendere, a ridisegnare le istituzioni, a prendere sul serio le promesse. Essa lavora sui confini del politico, lo si è visto specie nell’impatto dei movimenti collettivi: da ‘il personale è politico’ alla tematizzazione politica di tanti aspetti della vita quotidiana, dallo sviluppo di supplenze a processi rappresentativi intasati e che non rispondono alle domande. Dall’antipolitica nascono nuovi temi, nuove arene, nuove forma del conflitto politico, tutte cose di cui la democrazia si nutre. Se suona troppo bello per essere vero, aggiungo che in ogni sfida antipolitica c’è un pericolo mortale per la democrazia: che potrebbe essere spinta a diventare ancora più formale, più superflua, più autoritaria, più brutalmente semplificatoria dei problemi del governo della società. L’antipolitica è anche il metro per valutare queste capacità di reazione o queste tentazioni degradate».

Dal 68 alle sardine, passando per i girotondi, è il riflesso condizionato della cultura liberal nostrana nei confronti dei movimenti collettivi. Ma porta davvero lontano? A volte, a pensar male, viene il sospetto che il «c’è del buono» nelle piazze in subbuglio sottintenda come seguito: purché la protesta venga incanalata  negli argini istituzionali e culturali di cui sono aperti e generosi custodi i soliti maitres-à-penser. (Mutatis mutandis, è l’atteggiamento degli azionisti nei confronti dei partiti della classe operaia: nel matrimonio auspicato dai primi i secondi  avrebbero dovuto portare in dote le masse e gli altri i  cervelli).

3. Una proposta di circoscrizione

 Il conflitto delle interpretazioni riguardante la natura, la genesi e le funzioni dell’antipolitica, a mio avviso, il più delle volte, ha ben poco a che vedere con la ricerca disinteressata della verità.. Dietro le diverse tesi, si cela lo scontro ideologico e culturale che, dalla caduta del fascismo e poi dagli anni della Prima Repubblica, inquina il dibattuto pubblico in Italia, a causa della mancanza di quei valori comuni, di quell’idem sentire de re publica, su cui almeno fino a poco tempo fa, potevano contare le altre democrazie europee. Il confronto con l’antipolitica, quando non è una cauta apertura di credito a potenziali alleati, diventa un modo di screditare l’avversario, come gli altri termini sopra ricordati. Fare chiarezza, pertanto, può essere importante sia sotto il profilo scientifico che sotto quello civile. Un’idea ‘chiara e distinta’ dell’antipolitica non distoglierà gli ‘intellettuali militanti’(dai giornalisti ai docenti universitari da sempre ‘impegnati) dal farne uso ma , se non altro, servirà a togliere un’etichetta non gradita a quanti  non se la meritano.

 La mia modesta proposta di definizione fa riferimento al ‘regime politico’ nella concettualizzazione messa a fuoco da Mario Stoppino, in Potere e teoria politica (3°ed.2001). Il compianto scienziato politico. che faceva propria la definizione di   regime politico data da David Easton–«la sfera delle materie che possono essere trattate politicamente, le regole o norme governanti il modo in cui queste materie vengono trattate e la posizione di coloro attraverso i quali possono essere prese decisioni obbligatorie in queste materie»–ne riduceva a tre le componenti essenziali.: «valori, regole del gioco, organizzazione delle istituzioni in cui si articola il potere politico». In una sintesi magistrale, Stoppino specificava

«1) I valori o principi politici dominanti del regime, che possono essere più o meno elaborati, orientano l’azione di governo e deli­neano l’area entro la quale essa può esplicarsi, e ci si aspetta che si esplichi. Tali valori operano non tanto nel senso di indicare obiettivi precisi all’azione di governo, quanto in quello di porre a essa dei limiti negativi e un orientamento generale (16). Col che si spiega come in uno stesso regime diverse formazioni governative possano adottare linee di azione anche notevolmente divergenti. Svolgendo questa funzione fondamentale, i valori politici dominanti influen­zano in modo rilevante anche le altre due componenti del regime; 2) Le regole del gioco politico, che possono essere sia vere e proprie norme giuridiche sia regole osservate di fatto, stabiliscono i tipi riconosciuti di comportamento che possono essere adottati nella lotta per la conquista del potere politico e nelle condotte rivolte a influenzarlo (ossia nella contesa per i diritti). In assenza di tali regole il gioco politico si trasformerebbe in una battaglia senza esclusione di colpi che renderebbe impossibile il funzionamento stabile e ordinato del sistema politico; 3) La struttura organizzativa del potere politico, infine, determina le diverse istituzioni, e le corri­spondenti diverse forme di produzione di diritti, nonché il modo in cui esse sono stabilmente coordinate. Si tratta, come è facile rile­vare, dell’aspetto più noto del regime, che è stato da gran tempo fatto oggetto di brillante studio da parte dei giuristi costituzionalisti. Nella nostra sede empirica, tuttavia, bisogna tenere presente che importanti ruoli dell’organizzazione del potere politico possono essere talora svolti di fatto da gruppi che non compaiono nella costituzione scritta di un paese, e che comunque, in linea generale, l’organizzazione reale del potere politico può essere più o meno diversa da quella prevista dalla costituzione scritta.».

  Alle tre componenti aggiungerei la legittimità riferita alla comunità politica ovvero la credenza che lo stato in cui si vive meriti obbedienza e fedeltà in quanto conforme al principio di nazionalità (per cui sono legittimi solo gli stati i cui confini territoriali coincidono con quelli della nazione) o ad altri principi ) come ad es. la tradizione, i costumi, le credenze religiose di cui la comunità politica si fa custode.

 In riferimento a queste categorie, ritengo che per ‘antipolitica’ debba intendersi l’ideologia (non importa quanto elaborata concettualmente) di chi non si riconosce– e in diversa misura– in nessuna delle quattro componenti del regime politico sopra elencate. L’antipolitico non è, per definizione, ostile ai poteri sociali, agli assetti economici ereditati dal passato, né ai poteri spirituali rappresentati da una Chiesa in grado di sanzionare anche civilmente comportamenti peccaminosi come in passato, ma rifiuta come illegittime le istituzioni politiche del suo tempo e non si riconosce affatto nei valori cui si ispirano o dichiarano di ispirarsi. Lungi dal pensare che gli uni vengano ‘traditi’ dalle altre, l’antipolitico avverte una assoluta congruità tra questi due livelli della politica: le istituzioni opprimono i cittadini perché venerano  “dei falsi e bugiardi’. Gli sono estranei le idealità, le culture e le tradizioni politiche, i progetti, les moeurs–nel senso tocquevilliano del termine–ai quali si richiama una comunità politica e che solo in parte vengono per così dire depositati nelle carte costituzionali;  diffida delle istituzioni politiche–lo Stato, i suoi apparati amministrativi, i tribunali, le questure, le scuole–che impongono comportamenti ai quali non ci si può sottrarre–una legge, un decreto, un provvedimento amministrativo, una sentenza sono concepiti erga omnes, riguardano tutte le categorie alle quali sono indirizzati e, pertanto, non influenzano ma limitano drasticamente l’agire degli individui; è ostile ai ‘soggetti del pluralismo’, come i partiti e i sindacati, che competono per il governo ovvero per mettere le mani nella ‘cosa pubblica’ o che si fanno riconoscere dal governo come interlocutori della sfera pubblica con potere di veto.(v. il veto posto dai sindacati dei giudici a leggi non grate, che ne ridimensionano il potere).

 Se  «il catalogo è questo», mi sembra ideologicamente inquinato il discorso sull’antipolitica svolto da anni da uno scienziato politico pur competente e informato come Alfio Mastropaolo.  Intervenendo sul tema nel saggio La mucca pazza della democrazia. La destra radicalpopulista e la politica italiana–pubblicato sul ‘fascicolo di ‘Meridiana’ su citato–Mastropaolo ha visto nell’intramontabile antiparlamentarismo italiano una delle fonti dell’antipolitica.

 «Incarnato da Gaetano Mosca, da Pasquale Turiello e da tanti altri ancora, l’antiparlamentarismo era congenitamente antidemocratico ed elitario. Paventando l’ingresso delle masse nella vita politica», esso «intendeva impedire l’allargamento del suffragio e imbrigliare le istituzioni rappresentative a beneficio dell’esecutivo e della corona»., avendo di mira non  «le lobbies più forti e più potenti sul piano economico bensì i partiti e le organizzazioni sindacali». Purtroppo, secondo lo scienziato politico torinese (di adozione) la lezione della storia è stata dimenticata sicché si chiede:

«Da parte di alcune forze politiche convenzionali (e di alcuni intellettuali, nonché dei media), quanto è stato saggio sottovalutare gli antichi demoni del moderatismo nazionale (d’impronta marcatamente antiparlamentare e antipartitica), ignorando le prove di vitalità che quei demoni avevano offerto più volte, nonostante gli sforzi fatti dalla democrazia repubblicana per esorcizzarli? Com’era possibile dimenticare la persistenza di una corrente antiparlamentare e antipolitica sgangheratamente incarnata dal qualunquismo (troppo prossimo al fascismo per avere successo), quindi dalle polemiche contro la partitocrazia distillate negli anni sessanta da Giuseppe Maranini sulle colonne del più letto tra i quotidiani italiani, più tardi riciclate da Marco Pannella, nonché dalla ‘maggioranza silenziosa’ che si raccoglieva nelle piazze a metà anni Settanta, oppure ancora il ‘piano di rinascita democratica’ elaborato nella medesima temperie da Licio Gelli e dalla Loggia P2, ampiamente infiltrata tra i gruppi dirigenti del paese? Non solo il virus dell’antiparla-mentarismo, che aveva offerto al fascismo tanti argomenti, era visibilmente ancora in circolo, ma molti indizi avrebbero dovuto suggerire che i ceti dirigenti, la pubblica opinione e il pubblico dei cittadini, ne erano tutt’altro che definitivamente immunizzati».

 E’ forse superfluo far rilevare ‘il velen dell’argomento’. Criticare un sistema politico che si ispiri a idealità liberali e democratiche, per Mastropaolo, significa tout court  porsi al di fuori di queste idealità, alimentare una delegittimazione politica le cui conseguenze potrebbero portare il paese in un vicolo cieco. Si dà, però, il caso che l’antiparlamentarismo antipolitico italiano non era affatto un blocco omogeneo (come non lo fu l’interventismo, del resto). D’Annunzio poteva scrivere ne La Vedetta d’Italia  del 21 settembre:

«La casta politica che insudicia l’Italia da cinquant’anni non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia…Basta! Questa parola noi la grideremo su la piazza di Montecitorio e su la piazza del Quirinale… Da troppo tempo il popolo attende una parola di vita… Ci siamo levati soli contro l’immenso potere dei ladri, degli usurai e dei falsarii… Loro sono morti. Guardateli in viso, quando seggono al banco del Potere con le braccia conserte e contemplano il soffitto che non crolla. Le vecchie seggiole sono più vive di loro. Affrettiamo l’ora del seppellimento».

 Ma queste parole di fuoco di un antipolitico doc che rifiutava en bloc il regime politico dell’Italietta giolittiana, non avevano nulla a che vedere con la critica del parlamentarismo e della democrazia avanzata non solo da Gaetano Mosca–che un mirabile saggio di Mario Stoppino, Democrazia e classe politica,in ‘Studi in onore di Carlo E. Ferri’, Vol. I, Giuffré, Milano 1973, avvicinava a Joseph A. Schumpeter–né con Luigi Einaudi che, nel 1901, recensendo su’La Stampa’il brillante articolo di Charles Benois sulla ‘Revue des Deux Mondes’, Romanticismo politico e politica realista, concludeva:

« Bisogna sostituire al romanticismo politico il realismo fondato sui fatti e sullo sperimento, ed organizzare il suffragio universale in modo che non possa dar più frutti vani e meschini come gli attuali. È questa una riforma che urge in tutta Europa. Da un capo all’altro l’Europa continentale è annoiata a morte del parlamentarismo, essa non ne può più e non lo vuole più».

E, venendo ai nostri giorni non pare lecito ignorare che la critica della partitocrazia avanzata  da Maranini (come da Panfilo Gentile) era rivolta a un regime politico che tradiva i valori della democrazia liberale–dalla divisione dei poteri all’ingerenza dei partiti nella pubblica amministrazione già denunciata nel secolo prima da un grande liberale come Marco Minghetti (anche lui antipolitico?).

 In un saggio del 2008, L’antiparlamentarismo e i suoi interpreti, Tommaso E. Frosini avvertiva

«  se oltre un secolo fa si invocava un ritorno allo Statuto, e quindi il ripristino di un governo costituzionale puro, oggi si invoca l’attuazione di un metodo maggioritario, che realizzi un neo-parlamentarismo, che valorizzi il momento della governabilità sia pure a prezzo di una tendenziale compressione della rappresentanza politica. Neoparlamentarismo, quindi: che è cosa distinta e distante dall’antiparlamentarismo».

D’altronde, lo stesso riferimento a Pannella mi sembra del tutto inappropriato se si considera che con l’espressione (ahimé fin troppo pertinente!)”regime politico’ il leader radicale, discutibile per tanti aspetti intendeva, a ragione o a torto, un regime che stava minando le basi della civiltà del diritto e facendo strame della divisione dei poteri sicché la sua ‘disobbedienza civile’ nasceva dalla fedeltà a valori irrinunciabili e iscritti nella Costituzione italiana.

A mio avviso non si dovrebbe parlare di antipolitica nel caso di leader e di movimenti politici che contestano un modo di governare che tradisce i valori   dai quali  un regime politico trae la propria legittimità.. Non è antipolitica, ad esempio, quella di Trotzky che rimprovera a Stalin il tradimento del marx-lenismo e la sostituzione della dittatura di un uomo a quella della classe operaia e del partito. Ma non è antipolitica neppure l’estremismo liberista–a la Thatcher, insomma– volto a contenere l’espansione del Leviatano statale.

«Un nucleo teorico primario dell’antipolitica, scrive Truffelli, è costi­tuito da una forma estrema e viscerale di difesa delle libertà degli indivi­dui e della società nel confronti delle forme di obbligazione istituziona­lizzata tipiche della politica moderna. Alle quali, nella prospettiva anti-politica, vengono contrapposti i processi di autoregolazione propri della società, sia che essa sia concepita come una comunità organica, sia che essa sia considerata semplicemente come un mero aggregato di individui. Un disegno connotato, indubbiamente, da un certo tasso di astrattezza, che lo rende difficilmente percorribile, ma che tuttavia identifica l’anti-politica come elemento non secondario del più ampio campo di questioni inerenti al, rapporto tra libertà ed autorità, tanto che la sua presenza all’interno del pensiero politico ha potuto essere considerata come l’affio­ramento di una vena profonda della cultura politica liberale».

C’è qualcosa che non torna se, a rappresentare l’antipolitica, è un grande partito storico della più antica democrazia liberale del mondo. Forse è lo stile politico della lady di ferro a giustificare l’ottimo Truffelli ma uno scienziato politico deve stabilire se si occupa dell’abito o del monaco che c’è dentro.

4.Un sospetto a mò di conclusione

 Se si fa mente locale agli esempi  di leader dell’antipolitica addotti dagli studiosi –nel saggio di Donatella Campus,  De Gaulle, Berlusconi e Trump, in quello  di Daniele Mu  Beppe Grillo, Matteo Renzi e Matteo Salvini, nel libro di Pierre Musso su « la forme visible de l’anti-politique»  Le temps de l’Etat-Entreprise. Berlusconi, Trump, Macron (Paris 2019), sono di nuovo Berlusconi e Trump ma compare un terzo incomodo, Macron–si ha la riconferma di trovarsi in presenza di una categoria sempre più vaga, la cui denotazione si allarga  continuamente a spese della connotazione.

 Ne esce rafforzato il sospetto  che l’ uso, sempre più frequente del termine ‘antipolitica’ serva solo a radiare dall’’arco costituzionale’ degli attori politici benpensanti, gli avversari più pericolosi, quelli che minacciano gli assetti di potere sociali e politici esistenti già messi in crisi da una globalizzazione  non governata e ingovernabile. L’establishment che di volta in volta viene colonizzato da un’area politico-culturale diversa ha qualche buona ragione per temere la  débacle.

« Pur senza ridursi a ciò–ha scritto Truffelli–l’antipolitica ha |…| assunto via  via il volto — o la maschera—dell’antiparlamentarismo, del ripudio e della denigrazione, della democrazia, dell’anti-antifascismo, dell’antipartitismo; e poi del­la demonizzazione del Welfare State, dell’anti-europeismo, del localismo neotradizionalista e xenofobo. Un percorso non lineare, che non autorizza a identificare tout court l’antipolitica con una di quelle posi­zioni, e forse neanche con l’insieme di esse, ma non consente nemme­no di parlare di antipolitica prescindendo da esse».

Tutto vero ma stiamo attenti a non confondere–quando si parla di parlamentarismo, di Welfare State, di Europa, della stessa difesa delle comunità etno-culturali– le politiche dettate dalla preoccupazione di salvaguardare  i valori della ‘società aperta’ da quelle che criticano un sistema non perché minaccia quei valori ma proprio perché li rappresenta  in maniera fin troppo fedele.

  Il rischio, infatti, è quello di far diventare antipolitica, per fare qualche esempio concreto, la richiesta dell’elezione diretta del Capo dello Stato o di un sistema maggioritario che ridimensioni il peso dei partiti sulla vita pubblica. Del pari, possono  venire contrabbandate per antipolitica la critica dell’Unione Europea e del suo deficit di democrazia, la chiusura delle frontiere a un’immigrazione di massa avvertita come una minaccia all’identità nazionale, il ritorno a forme più o meno ragionevoli di protezionismo–a difesa dalla concorrenza di altri paesi industriali–, l’insofferenza nei confronti dello strapotere acquisito dalla Magistratura in seguito a Mani pulite, la difesa delle compagnie aeree di bandiera, la proposta di nazionalizzare industrie operanti in settori chiave dell’economia nazionale, la critica del politically correct e tante altre cose. Lungi dal sostenere che tali richieste siano in tutto o in parte auspicabili per un liberale non conservatore–non certo favorevole, tra l’altro, al ripristino della sovranità monetaria nazionale–, intendo richiamare l’attenzione  su un problema di fondo  sul quale si gioca il destino della democrazia liberale. La dialettica politica, che di questa complessa e difficile forma di governo, è l’anima e il motore, può tollerare che alle grandi questioni che dividono l’opinione pubblica, si diano  risposte diverse ,lungo il vecchio asse destra/sinistra –una dicotomia semplificatoria ma insostituibile–oppure, si deve convenire che, a ogni decisiva issue politica, su cui si gioca il destino di una collettività, corrisponda una unica soluzione, conosciuta dai partiti e dagli uomini ‘responsabili’, dagli alti prelati preoccupati della crisi morale  della società italiana, dai giornali che impartiscono quotidiane lezioni di saggezza? Se l’interesse pubblico potesse venir individuato dalla Ragione e non dalle passioni (che hanno tutte le loro buone ragioni, non esistendo la Ragione con la erre maiuscola, come ci insegna un acuto realista, John J. Mearsheimer ), la condanna senz’appello emessa dall’uso ideologico dell’antipolitica– che scredita ogni critica al ‘regime politico’ insinuando che a motivarla sia il rifiuto dei valori liberaldemocratici costitutivi della società aperta– diventerebbe paradossalmente l’ultimo baluardo della conservazione dell’esistente. Ne fu vittima il riformismo craxiano, che al di là delle sue ombre (innegabili) tentò di accordare i valori del regime politico con le sue regole e con le sue istituzioni (sempre nel senso dato da Stoppino a questi termini) e che anche per questo venne travolto dal vecchio establishment (dai postcomunisti ai democristiani passando per i postazionisti del PRI) col ricorso alla ‘dimensione estetica’, alla denuncia del linguaggio e delle pose ducesche  e tracotanti degli homines novi, così lontani, con i loro vizi privati e i disinvolti stili di vita, dalla sobrietà dei politici della Prima Repubblica anni 50/60.(v. al riguardo l’illuminante saggio di Zeffiro Ciuffoletti e Edoardo Tabasso, Craxi. Le riforme e la Governabilità 1976-1993, Firenze 2019). In tal modo, però, si è evitato, e si evita, di fare i conti con quanti, in nome dei valori liberaldemocratici, vorrebbero cambiare un sistema politico sempre più lontano dalle esigenze e dagli interessi dei cittadini e incapace di fermare il paese sulla china del collasso morale e del declino economico. Imprimere sul braccio degli avversari–non tutti, ça va sans dire, ovviamente congeniali, a dir poco, a chi guarda alla civic culture euroatlantica– il marchio dell’antipolitica serve solo a impedire che all’o.d.g. del dibattito pubblico vengano posti i temi da loro sollevati. D’altra parte, non dovremmo dimenticare la lezione di un geniale storico italiano, Giuseppe Are che, ne La scoperta dell’imperialismo: il dibattito nella cultura italiana del primo Novecento, (Roma 1985), parlando dell’irritazione retorica suscitata dal libro di Mario Morasso, L’imperialismo italiano nel XX secolo. La conquista del mondo (Milano 1905) avvertiva che esso pur conteneva «pagine di formidabile acume e lucidità sulla natura della moderna civiltà industriale e sulle intime ten­sioni che fermentavano nel suo grembo», concludendo che «converrà riconoscere che in forma retorica si possono dire cose sommamente vere e realistiche e in forma sensata e ragionevole invece cose più o meno inutili e insignificanti».

 In ogni caso, sarebbe consigliabile evitare l’uso del termine ‘antipolitica’ che non descrive la realtà ma esprime solo rabbia e risentimento nei confronti di progetti e programmi politici che osteggiamo, e spesso per buoni motivi. Nella democrazia dei moderni , non dimentichiamocene mai, sono legittime tutte le posizioni purché non alterino il quadro delle libertà civili e politiche.

 

 

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