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“Se alzi un muro pensa a tutto ciò che resta fuori. Anche per chi ha passato tutta la vita in mare, c’è un’età in cui si sbarca”.
Pensieri diversi mi si accatastano alla mente, rileggendo queste poche righe tratte da “Il Barone rampante”, uno dei maggiori capolavori di Italo Calvino, tra i massimi scrittori del Novecento. Mi sorge spontanea la considerazione che oggi, anzi da settimane, avremmo dovuto erigere un muro (metaforico, ma poi non tanto), corrispondente ad una distanza fisica di sicurezza, da mantenere da ciascun nostro simile, per evitare un possibile contagio.
La seconda riflessione mi porta a chiedermi quale sarà il “tempo” del nostro sbarco, ovvero del ritorno alla quotidianità, con la fine dell’epidemia. Non so dare una risposta a questa domanda e proprio questa indefinitezza mi suggerisce l’immagine di essere come avvolta in una nube, priva della dimensione dello spazio e di quella del tempo. Insomma ben lontana dall’essere come quei corpi sospesi, dipinti nei quadri di Chagall che, invece, conducono la mia mente verso dimensioni oniriche. Questa nube mi pare, a tratti, piuttosto pesante, ma riesco a renderla più leggera, attingendo al potere salvifico dell’arte e della musica, che superano ogni limite spaziale e temporale

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