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E’ diventato sempre più di moda citare, magari senza averlo letto, l’ “Idiota” di Fedor Dostoevskj, nel punto in cui il Principe Myskin pone la domanda: “La bellezza salverà il mondo ?”, senza darvi  risposta in senso negativo né positivo. Alla stessa stregua, molti riprendono o imitano “Il Grande Fratello” di Orwell, senza aver compreso l’importanza del linguaggio capovolto, strumento del totalitarismo, che campeggia sul Ministero della Verità in “1984”. Lo ha ricordato recentemente in Andria lo studioso e Generale Roberto Riccardi, autore del volume “Detective dell’ arte” ( Rizzoli, Milano 2019 ), in una densa relazione nella quale ha negato il fatto che “la bellezza salva il mondo” ( dal momento che il male esiste nella storia ); affermando, piuttosto, che è il mondo a dover salvare la bellezza. Ciò testimonia la nobiltà dell’impegno, mai sufficientemente ribadito, di tutela e salvaguardia del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione, sancito all’ art. 9 della Costituzione repubblicana. Ma resta l’interrogativo su che cosa intendesse dire Dostoevskj con la sua problematica e vulgata sollecitazione. E poi: il capovolgimento della stessa, nei suoi termini di azione e reazione, può essere considerato un risposta ? Il ribaltamento apre meritoriamente un altro campo di investigazione; lasciando, però, insoluto il quesito dostoevskjano. Si è indotti a rispondere che è la tensione morale verso la bellezza a poter “salvare il mondo”, ed è l’autoperfezionamento morale delle forme di attività umana, da quelle dell’ umile operaio della vigna alle più alte creazioni dell’arte e del pensiero poetante, a nobilitare costantemente l’uomo e a creare barriere sempre pronte  e rinnovate avverso la cosiddetta “banalità del male” ( per la Arendt, anche qui citata e confusa spesso con la “umiltà del male”, di scuola sociologica barese ). Il vertice della “Scienza nuova”, dice Vico nel 1744, è nell’ umana “Pietà”, onde, “se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio”. E Benjamin Constant, duecent’anni addietro, nel “Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni”, ammoniva i nobili dell’ Athénée Royal di Parigi: “D’altronde, Signori, è proprio vero  che la felicità, di qualsiasi tipo essa sia, costituisca l’unico fine della specie umana ? In tal caso, il nostro cammino sarebbe davvero ristretto e la nostra destinazione ben poco elevata. Non c’ è uno solo tra noi che, a voler abbassarsi, restringere le sue facoltà morali, svilire i suoi desideri, sconfessare l’attività, la gloria, le emozioni generose e profonde, non potrebbe abbrutirsi ad essere felice. No, Signori, chiamo a testimone la parte migliore della nostra natura, quella nobile inquietudine che ci perseguita e tormenta, la brama di ampliare i nostri lumi e sviluppare le nostre facoltà; non è alla sola felicità, è al perfezionamento che il nostro destino ci chiama; e la libertà politica è il mezzo più possente e il più energico di autoperfezionamento che il Cielo ci abbia dato” ( 1819 ). L’autonomia e la grandezza e universalità dell’arte rimangono come conquista teoretica della “modernità”. Ma il senso più profondo della elevazione morale, raggiunto attraverso l’arte, essendo impegno e riconquista di ogni giorno ( diceva Goethe ), può ben fornire l’alternativa, quasi la barriera, al dilagare della violenza, del fanatismo, della distruttività umana. “Il male è sempre lo stesso; è il bene che si diversifica perché è creativo” ( assioma della patologia del male ). Secondo Pilo Albertelli ( Parma 1907- Roma 1944 ), filosofo e martire delle Fosse Ardeatine, “le concezioni morali, invece che possesso, sono conquista; e questa conquista noi dobbiamo operare continuamente nel nostro animo” ( Il problema morale nella filosofia di Platone, Roma 1939 ). In questo senso, allora, Dostoievskj, che chiedeva in francese la traduzione della Science Nouvelle data da Jules Michelet, lasciava in sospeso il problema, per dire che, se anche la pura teoresi come tale non può salvarci, essa pure, in quanto ricerca di perfezionamento e dunque come tensione morale quotidiana, è presidio di libertà e costruttività umana. Il punto interrogantivo di Dostoevskj serba in seno una straordinaria efficacia ermeneutica; come il puntino aggiunto, dinanzi all’investigatore, nel biglietto di Porte aperte da Leonardo Sciascia, che tanto piace all’odierno e tenace ricercatore.

 Giuseppe Brescia Società di Storia Patria Puglia Andria.