2,734 utenti hanno letto questo articolo

Lo scrittore ferrarese Giorgio Bassani, amico e sodale del critico d’arte e instancabile organizzatore di “Giustizia e Libertà” Carlo Ludovico Ragghianti, in “Di là dal cuore”, parlando del volo su Roma dell’antifascista Lauro De Bosis, si richiama alla lezione di Carlo Rosselli, Piero Gobetti e dei liberali eretici ( “Opere”, ed. Cotroneo, Milano 1998, p. 1045 ). A novant’anni dalla pubblicazione di “Rivoluzione Liberale” e nella prospettiva dell’anniversario dell’ assassinio dei fratelli Nello e Carlo Rosselli in Francia ( 9 giugno 1937 ), riprendo la biografia romanzata di Gobetti. Paolo Di Paolo immagina che Piero Gobetti, esule a Parigi nel febbraio 1926 e già contestatore di insoddisfacenti lezioni accademiche su Dante, si incontri per caso, sulla banchina prossima all’ospedale in cui è ricoverato, con il proprio segreto ammiratore Moraldo, incredulo di poter avvicinare ‘in extremis’ un modello di vita, il testimone di verità e libertà, a lungo cercato e rincorso senza successo. Moraldo, a sua volta, si trova a Parigi negli stessi giorni della fine prematura di Piero ( genio sofferente e lontano dalla consorte Ada, futura pedagogista, e dal figlio Paolo ) per mera disavventura, avendo inseguito oltralpe la fotografa Carlotta, della cui valigia è entrato in possesso per errore, e del cui cuore ha conquistato un’altrettanto provvisoria e occasionale corrispondenza. Su questo giuoco di piani multipli, un poco alla Calvino, si inserisce la ricerca del ‘padre’. Ripercorrendo la parabola intellettuale e politica del Gobetti, ma anche l’ humus culturale torinese, il ‘padre’, ossia l’autorità morale e civile, prima e dentro la estetica, è indubbiamente Croce, il “Croce oppositore”, e che fronteggia i “pagliacci della cultura” ( lo dice Gobetti nelle pagine di “Rivoluzione Liberale”); ma ancor prima il Croce della “Critica”, della militanza chiarificatrice delle idee, dell’autonomia dell’arte e della liberazione estetica da ogni precettistica. Ora, la ragazza che il giovane Moraldo conosce alla Università di Torino a inizio 1926, mentre si sta spaccando la testa sulle opere di Kant ed Hegel, ben può essere affettivamente coinvolta dalla filosofia del Croce. “Ripetevano insieme per l’esame, lui le strappava il libro dalle mani, adesso tocca a me. Se ne fosse stato capace, le avrebbe letto ‘La filosofia di Giambattista Vico’, del Croce, fresco di stampa, con il tono di una dichiarazione d’amore. Dove ti eri fermata ? Dove dice ‘discorrendo’. Va bene, allora riprendo da lì: ‘gl’individui e i popoli, nel fervore del produrre o appena uscenti da quel fervore, possono forse esprimere il loro stato d’animo’ – se potesse, se sapesse farlo, le svelerebbe il suo, le direbbe il posto che occupa per lui una passeggiata fatta insieme attraverso il parco del Valentino gelato: era quasi buio, la brina sulle foglie mandava una luce scintillante – Perché ti sei fermato ? Scusami, riprendo subito, mi stavo concentrando, cercavo di capire.. ‘quando non si rassegnano a tacere e ad aspettare, narrano di sé storie fantastiche, verità e poesia commiste’ “. Così, l’autore fantastica di coniugare storia e autobiografia, il significato  della filosofia della storia vichiana per Croce e il varco esistenziale per la dichiarazione d’amore al Valentino ( “Mandami tanta vita”, Feltrinelli 2013, pp. 20-23 ). Ancora: il professore metodico e riflessivo Eugenio Bovis, della cui casa è ospite il giovane Moraldo, rivela i propri convincimenti estetici. “Sarà che vede un po’ meno, che la luce sembra non bastare mai, che le note a pie’ di pagina sono diventate una cornice grigia, che la produzione contemporanea non lo soddisfa – D’Annunzio lo ha stancato, sta invecchiando anche lui, povero superuomo ! L’unica cosa che valga sempre la pena di leggere, forse, è Croce – il punto è che sta perdendo la voglia di leggere. Gli resta da rivedere quello che negli anni ha scritto lui stesso; e poi da sfogliare i giornali, questo sì” ( pp.24-26 ). Come per il mio“Leone Teucro, interprete di Croce”, il professore possiede passione bibliofila, definita esattamente dal Di Paolo: “La precisione con cui ha annotato sul frontespizio la data di acquisto era maniacale” ( pp.45-48 ). “La volontà è tutto” – “Non si può essere spaesati” – “Il segno: essere se stessi dappertutto”: èla lezione dell’ “Editore ideale”, nel nobile frammento autobiorafico di Gobetti, “L’ultima visione di Torino”. E le lunghe passeggiate parigine, gli ampi spazi dello Chatelet, appena del luglio 1925, si incastrano nella memoria con il duro esilio imposto per regio decreto, dopo le censure e i sequestri ordinati dalla censura fascistica ( pp.62-63 ). Il 4 e 5 febbraio del 1926, scrivendo a Ada, Piero si misura sulle difficoltà della “Critica della ragion pura”, tornando a Croce, unità di misura per la pienezza di vita da riconquistare ogni volta. “Essere all’altezza di Croce non significa essere all’altezza della quotidianità” ( pp.72-74 e 78 ) .Il carteggio con Ada è un contrappunto di quanto possano dire “vitalmente” De Sanctis e Croce, anche alla luce della idea di “intuizione lirica” e della autonomia dell’arte: “Scrivimi tutti i dubbi che ti vengono”-”Vedrai quando avrò letto Croce che mostro di intelligenza sarò” (p.90). Il velo d’ironia e autoironia non toglie che la lezione di Croce permanga nel rifiuto di ogni facile sentimentalismo “effusivo”: “L’antisentimentale che censura negli altri le tentazioni romantiche, gli abbandoni emotivi” (pp.91-92). Ma tutto ciò accade perché prevale la ricerca dell’autentico “mondo della vita”: “La vita è già senso”. “Una lettera di Didì è la vita sai ? Quindi mandami tanta vita” (p.94). Per contrasto, il giovane Moraldo riporta che l’infanzia dimenticata è “tutta la malinconia del mondo” (p.97). Mentre Piero ritrova la religione della libertà: “Il vecchio zio di Napoli, come Piero lo chiama per scherzo, è rimasto, non è andato via. Saldo come uno scoglio, come la rovina di una civiltà millenaria, Croce non si muove, resta” ( “Parigi, Domenica 7 febbraio”: p. 101). “La serenità nel combattere”, evocata da Gobetti, è la “dolcezza nella lotta e nella cura” dell’ermeneutica filosofica ( Dante, Leonardo, Schelling, Jung, Simone Weyl ). Soprattutto, a misurarsi con la potenza della vita è la poesia di Eugenio Montale, dei cui “Ossi di seppia” Gobetti è stato primo editore nel 1925. Così, il libro è una “cosa nuova”. “Erano così belli, così nuovi, questi versi ! E adesso esistevano” ( immagina il commento dei giovani torinesi, il Di Paolo: pp.108-114 ). “Tra matasse di versi che a lui risultavano oscuri, se ne staccavano alcuni che come lapilli illuminavano per un istante l’insieme” (è l’impressione di Moraldo).Di Paolo cita i versi montaliani “Godi se il vento ch’entra nel pomario / vi rimena l’ondata della vita”, e il ‘nostro’ “E piove in petto una dolcezza inquieta” ( dai “Limoni”, pregiati in Gianfranco Contini, “Una lunga fedeltà”, Torino 1974: “Si ha davvero una dialettica dei sentimenti” ); poi incorporato, anche come esergo, nella mia trattazione di “Alfredo Parente e la integralità del sentire”. La pienezza della vita si traduce nel carattere di totalità dell’arte ( terra e cielo in Dante; dolore in terra e dolore in cielo nella Cappella degli Scrovegni a Padova; l’armonia ariostea; comico e tragico nello Shakespeare; vita e morte in Foscolo; Paradiso e Inferno in Baudelaire). Onde, più che rimpiangere Antonio Tabucchi, come confida in appendice alle pp. 157-158 una “Nota dell’autore”, si può tornare al mio primo libro (“Non fu sì forte il padre”. Letture e interpreti di Croce, Galatina 1978 ), donato a Norberto Bobbio, Aldo Garosci e altri intellettuali torinesi e custodito negli istituti bibliografici, con la corrispondenza con lo stesso Bobbio in “Sviluppi filosofici nella più recente ‘scuola’ crociana”, Fasano 1983 ). Ora, si è in presenza di un nuovo “Non fu sì forte il padre”, a beneficio della nuova Italia. Il libro del Di Paolo si chiude sul momento culminante delle linee Parigi – Torino, e della ricerca di ‘vita’. “E’ così, monsieur, è vero ? Potrebbe chiederlo al tassista. Potrebbe aprire il finestrino e domandarlo ai passanti, gridare Le idee, almeno le idee, ci sopravvivono ? Forse anche i sentimenti”(p.121). Moraldo registra una sorta di “eroismo da niente”. Respinto alla fine da Carlotta a Parigi (p.141), come l’io narrante di Bassani lo è da Micol a Ferrara nel “Giardino”( “No, Moraldo, no. Per favore. Mi dispiace”), il giovane tocca la “stanchezza dell’universo”, nella notizia giornalistica della morte di Piero. La ricerca del ‘padre’, dei ‘padri’, accomuna Moraldo e Piero, le generazioni della nuova Italia, la eredità del Risorgimento e del liberalismo, la critica de “Il mondo va verso…”(citata anche da Bassani come il mito del “mondo che va”nel passo profondo sul De Bosis di “Di là dal cuore”). Il giro delle categorie spirituali può esser esemplato, alla fine, nelle parole del Poeta Montale, “Mia vita, a te non chiedo lineamenti / fissi, volti plausibili o possessi. / Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso / sapore han miele e assenzio”. Se non fosse che la indifferenza ‘divina’ al miele o all’assenzio rimane altra cosa rispetto alla sintesi dinamica degli opposti, timore e speranza, cautela e ardimento, essa sì ‘dialettica delle passioni’, fervore creativo operante nel ‘giro inquieto della vita’.

Giuseppe Brescia – Società di Storia Patria per la Puglia