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In queste ultime settimane è montato il dibattito relativo alla chiusura sempre più frequente in Italia di librerie, solo nel mese di gennaio la città di Torino ha visto abbassare le serrande a tre punti vendita. La Stampa ha dedicato numerosi articoli a riguardo e, forse, i lettori più attenti avranno letto anche un mio breve intervento che qui cerco di ampliare.

La polemica legata allo strapotere di Amazon che ne è sorta potrebbe apparire sensata ma, forse, è anche un modo per cercare un facile alibi da parte di chi fatica ad adeguarsi a un modo nuovo di interpretare il ruolo di libraio.

Il libro rappresenta, allo stesso tempo, un oggetto di cultura, o di svago, e un oggetto economico: in una prima fase di mercato è sufficiente mettere il prodotto richiesto a disposizione del consumatore per poter avviare un’attività destinata a crescere e a prosperare, ma le cose cambiano quando il mercato comincia a mostrare la propria saturazione e gli stili di scelta del consumatore cambiano. Quello è il momento in cui l’imprenditore (libraio in questo caso) deve trovare nuovi strumenti e nuovi modi per interagire con il consumatore (lettore in questo caso).

Non è certamente più sufficiente, come lo era nella fase 1, stare dietro un bancone, allestire vetrine gradevoli, e aspettare il lettore, e, probabilmente, non è nemmeno più sufficiente (pur restando necessario) creare eventi e presentazioni all’interno della propria libreria.

Occorre ripensare il ruolo: da “commesso” di libreria a consulente e comunicatore.

Cerco di spiegarmi meglio.

È evidente che, come libraio, se vivo Amazon come competitor e penso di affrontarlo sul suo stesso terreno ne esco irrimediabilmente sconfitto, perché non sarò mai in grado di offrire gli stessi servizi alle stesse condizioni commerciali. Ma è proprio sul servizio che il vero libraio può e deve fare la differenza. Non più dispensatore di titoli richiesti ma ricercatore e suggeritore di proposte alternative che aprano il lettore alla bibliodiversità e gli consentano di scoprire “nuovi mondi” che altrimenti non avrebbe visitato. Occorre ribaltare la prospettiva: Amazon (e tutti gli store on-line) dispongono di algoritmi che suggeriscono al lettore nuove letture sulla base delle loro scelte ma, in questo modo, spingono, in una sorta di imbuto, a replicare letture molto similari tra loro portando così l’individuo a vedere il mondo in una prospettiva monocromatica. Il libraio, vero operatore culturale, può capovolgere l’imbuto invitando a sperimentare, favorendo così l’apertura verso esperienze diverse, che affinino anche il gusto del lettore favorendo la crescita e la diffusione di quei libri giudicati, spesso erroneamente, minori. Un bellissimo esempio in questo senso è dato dalla “Piccola Farmacia Letteraria” di Firenze. In questo modo il ruolo di consulente è assolto alla perfezione.

Il secondo ruolo, quello di comunicatore, richiede la capacità di saper utilizzare con competenza e professionalità gli strumenti che l’evoluzione digitale di questi ultimi anni ci ha messo a disposizione: i social network. Un buon libraio deve essere molto social, deve abbattere i muri fisici del proprio negozio per aprirsi a un pubblico potenzialmente molto più ampio con cui “condividere” idee ed esperienze. Il mondo social non è un mondo di insegnamento ma un mondo di condivisione: sono estremamente interessanti gli spunti di riflessione apparsi su Tuttolibri del 25 gennaio proprio in relazione all’uso dei social da parte dei librai. Posso citare come esempi virtuosi in questa prospettiva “Il covo della ladra” di Milano o un libraio di catena come Alberto Tonelli della “Mondadori Bookstore” di Ferrara.

In conclusione, quello che voglio affermare è che, oggi più che mai, nessuna professione può essere frutto di improvvisazione e sono solo competenza e capacità di adattarsi a un mondo che cambia sempre più velocemente (non a caso Piaget definiva “intelligenza” la capacità di un individuo di adattarsi all’ambiente) a garantire il successo (o almeno a renderlo possibile).

Ovviamente anche noi lettori possiamo fare la nostra magari rinunciando alla piccola comodità di ricevere il libro a casa e frequentando le librerie dove si fa cultura vera.

Ci sono librerie che chiudono, ci sono librerie che proseguono la loro meravigliosa attività, ci sono librerie che aprono.

Lunga vita alle librerie!

Giancarlo Caselli