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   Queste le considerazioni che, a mio giudizio, potrebbero esse fatte riguardo al discordo del Presidente Macron ai Vescovi di Francia.

   Trattasi, in prima istanza, di un interessante documento di alto profilo culturale in cui Emmanuel Macron dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, tutta la sua brillante intelligenza ed il suo carisma politico che ne fa un vero statista.

  Egli, sia pure in forma sottesa al contesto dell’intervento in questione, affronta la minacciosa e devastante marea montate della recente versione del vetusto nazionalismo che riporta indietro l’orologio della Storia riproponendo inaccettabili istanze pseudoculturali e pericolose derive politiche il cui esito potenziale è tragicamente noto. Consapevole che la prima e più eclatante manifestazione di questa prospettiva è germogliata proprio in Francia con il movimento ‘euroscettico’ di Le Pain e di sua figlia Marine, Macron si erge a campione dell’unità europea proponendosi di diventarne il più accreditato leader.

   Per il raggiungimento di tale obiettivo, peraltro, necessita dell’appoggio della componente cattolica la quale, pur emarginata dal laicismo imperante e ormai minoritaria, mantiene una incancellabile identità culturale ed un peso politico non trascurabile nello scenario europeo. Egli non ignora certamente il fatto che lo storico avvio della Comunità europea è stato opera del socialista belga Spaak e, non casualmente, dei due cattolici De Gasperi e Schuman per Italia e Francia, unitamente al cristiano-sociale Adenauer per la Germania.

  A mio avviso, peraltro, egli commette un errore di prospettiva quando chiede ai rappresentanti della Chiesa Francese di fare dono del loro prezioso contributo all’edificazione della casa comune apportandovi la linfa inestinguibile di cui sono portatori anche se le radici possono essere morte. La contraddizione in termini di questa richiesta sta nel considerare la linfa avulsa dalle radici della sua provenienza. Escludendo dalla Costituzione Europea ogni apporto giudaico-cristiano, i parlamentari europei, che ne hanno approvato il testo predisposto dal massone (?) Giscard d’Estaing, hanno privato l’Europa della sua anima più profonda e significativa e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

  L’impegno richiesto dei cattolici, pertanto, potrà essere efficace soltanto a partire dalle affermazioni del nostro Senatore liberale Marcello Pera in dialogo con Joseph Ratsinger Cardinale e poi Papa Benedetto XVI.   Ma questo aspetto potrò affrontarlo in forma estesa, se ne avrò la possibilità, in un successivo articolo.

  Delle sollecitazioni di Macron, per intanto, ritengo che il Centro Pannunzio possa fare propria quella di ritenere feconda la collaborazione in unità d’intenti delle due componenti culturali che caratterizzano non solo la realtà europea, ma, per quanto ci riguarda, anche il Centro Pannunzio che, fin dalla sua fondazione, annovera una presenza cattolica a fianco di quella laica che lo caratterizza.

  Concludo pertanto evocando la frase finale dell’intervento di Macron: ….in questo tempo di mezzo, nel quale siamo…..,se noi sappiamo giudicare le cose con esattezza, potremo realizzare insieme  grandi cose.

Marco Castagneri

Ecco il teso del Presidente francese Emanuelle Macron

Sono convinto che i legami indistruttibili tra la nazione francese e il cattolicesimo sono stati forgiati nei momenti in cui viene messo alla prova il reale valore degli uomini e delle donne. Non è necessario risalire fino ai costruttori delle cattedrali e a Giovanna d’Arco : la storia recente ci offre mille esempi, a cominciare dall’ “Union Sacrée” del 1914 fino ai resistenti del ’40, dai Giusti fino ai rifondatori della Repubblica, dai Padri dell’Europa fino agli inventori del sindacalismo moderno, dalla gravità quanto mai degna che si è manifestata al momento dell’assassinio di Padre Hamel, fino alla morte del colonnello Beltrame. Sì, la Francia è stata resa più forte dall’impegno dei cattolici. 

Dicendo questo, non mi sto sbagliando. Se i cattolici hanno voluto servire e far crescere la Francia, se hanno accettato di morire, non è soltanto in nome di ideali umanisti. Non è soltanto in nome di una morale ebraico-cristiana secolarizzata. Ma è perché erano mossi dalla loro fede in Dio e dalla loro pratica religiosa. 

Certuni potranno giudicare questi pensieri come un’infrazione alla laicità. Ma, dopo tutto, fra i nostri martiri vi sono anche eroi di tutte le confessioni, e la nostra storia recente ce lo ha dimostrato, inclusi degli atei, che hanno trovato alla base della loro morale la sorgente di un sacrificio completo.  Riconoscere gli uni non è diminuire gli altri, e ritengo che la laicità sicuramente non abbia il compito di negare lo spirituale in nome del temporale, né di sradicare dalle nostre società la parte sacra che alimenta tanti nostri concittadini.  

Come capo dello Stato, sono garante della libertà di credere e di non credere, ma non sono né l’inventore né il promotore di una religione di Stato, che sostituisca alla trascendenza divina un credo repubblicano. Rendermi volontariamente cieco riguardo alla dimensione spirituale che i cattolici investono nella loro vita morale, intellettuale, familiare, professionale, sociale, equivarrebbe a condannarmi ad avere della Francia una veduta solo parziale: sarebbe misconoscere il paese, la sua storia, i suoi cittadini; ostentando l’indifferenza, verrei meno alla mia missione.  

So bene che si è discusso, come se si trattasse del sesso degli angeli, sulle radici cristiane dell’Europa. E so che questa denominazione è stata respinta dai parlamentari europei. Ma, dopo tutto, l’evidenza storica fa talora a meno dei simboli. E soprattutto, quello che ci importa non sono le radici, perché possono anche essere morte. Quello che importa è la linfa. E sono convinto che la linfa cattolica debba ancora e sempre contribuire a far vivere la nostra nazione. 

Lo Stato e la Chiesa fanno parte di due ordini istituzionali differenti, che non esercitano il loro mandato sullo stesso piano. Ma ambedue esercitano un’autorità, e anche una giurisdizione. E’ così che ciascuno di noi ha forgiato le proprie certezze, e abbiamo il dovere di formularle chiaramente per stabilire delle regole, perché questo è il nostro dovere di stato. Per questo il cammino che condividiamo potrebbe ridursi a essere soltanto lo scambio delle nostre certezze.  

Sappiamo che il nostro compito va oltre. Sappiamo che consiste nel far vivere lo spirito di ciò che serviamo, di farne crescere la fiamma, anche se è difficile, e soprattutto se è difficile. Dobbiamo sottrarci costantemente alla tentazione di essere dei semplici gestori di ciò che ci è stato affidato.  

Per questo il nostro scambio deve basarsi non sulla solidità di alcune certezze, ma sulla fragilità di ciò che ci interroga, e talvolta ci disorienta. Dobbiamo osare fondare la nostra relazione sulla condivisione di queste incertezze. Ossia sulla condivisione dei problemi e in particolare dei problemi dell’uomo La Chiesa perciò non è, ai miei occhi, quell’istanza che troppo spesso viene caricaturata come la custode dei buoni costumi. Essa è quella fonte di incertezza che attraversa la vita, e che fa del dialogo, della domanda, della ricerca, il cuore stesso del senso, anche in quelli che non credono.  

E’ per questo che il primo dono che chiedo è quello dell’umiltà dell’interrogarsi, il dono di questa saggezza che si radica nel problema dell’uomo, e quindi nelle domande che l’uomo si pone. Al suo meglio, la Chiesa è colei che dice “bussate, e vi sarà aperto”, che si pone come ricorso e come voce amica in un mondo in cui il dubbio, l’incertezza, il cambiamento sono la regola, in cui continuamente il senso sfugge, e continuamente viene ritrovato. E’ una Chiesa dalla quale non mi aspetto lezioni, ma piuttosto quella saggezza di umiltà, in particolare di fronte ai due argomenti che lei ha desiderato proporre e al cui riguardo ho accennato una risposta. Noi di fatto non possiamo non avere un orizzonte comune, cercando di giorno in giorno di fare meglio, accettando in fondo la parte di irriducibile non-tranquillità, che accompagna la nostra azione.  

 Per questo, dal punto di vista che mi è proprio, il punto di vista di un capo dello Stato, un punto di vista laico, devo preoccuparmi che quelli che lavorano nel cuore della società francese, quelli che si impegnano a curarne le ferite e confortarne i malati, abbiano anch’essi voce sulla scena politica. Sulla scena politica nazionale come pure sulla scena politica europea. Ciò a cui questa sera vi invito è a impegnarvi politicamente, nel nostro confronto nazionale e nel nostro confronto europeo, perché la vostra fede costituisce una parte dell’impegno di cui questo confronto ha bisogno. E perché, storicamente, lo avete sempre alimentato.

Il dono dell’impegno che vi sto chiedendo, è questo: non rimanete fuori della porta. Non rinunciate a questa Repubblica, che avete così fortemente contribuito a forgiare. Non rinunciate a questa Europa, di cui avete nutrito il senso. Non lasciate incolte le terre in cui avete seminato. Non togliete alla Repubblica la preziosa rettitudine che tanti fedeli anonimi apportano alla loro vita di cittadini. 

Al centro di questo impegno, di cui il nostro paese ha bisogno, vi è la parte di indignazione, e di fiducia nell’avvenire, che voi potete apportare.

Perché non siamo fatti per un mondo che sia attraversato unicamente da scopi materialistici. I nostri coetanei hanno bisogno, credenti o non credenti, di sentir parlare dell’uomo da un’altra prospettiva, diversa da quella materiale. Hanno bisogno di saziare un’altra sete, che è una sete di assoluto. Qui non si tratta di conversione, ma di una voce che, insieme ad altre, osi ancora parlare dell’uomo come di un vivente dotato di spirito. Che osi parlare di altro che non del temporale, ma senza abdicare alla ragione né alla realtà. Che osi entrare nell’intensità di una speranza e che, qualche volta, ci faccia toccare con mano quel mistero dell’umanità che si chiama la santità, di cui papa Francesco dice, nell’esortazione pubblicata questi giorni, che essa « è il volto più bello della Chiesa ».  

Certo, le istituzioni politiche non hanno promesse d’eternità; ma la Chiesa stessa non può rischiare prima del tempo di falciare il buon grano e la zizzania. E in questo tempo di mezzo, nel quale stiamo, in cui abbiamo ricevuto l’incarico dell’eredità dell’uomo e del mondo, ebbene: se noi sappiamo giudicare le cose con esattezza, potremo realizzare insieme grandi cose. 

2 commenti
  1. Rosalino Sacchi
    Rosalino Sacchi dice:

    Tra il cattolicesimo francese e il nostro, una forte differenza: loro hanno avuto il gallicanesimo; noi Pio IX e il Sillabo

    Rispondi
  2. gianpiero aureli
    gianpiero aureli dice:

    Concordo con il Prof. SACCHI : purtroppo Il Vaticano ha commesso autentiche nefandezze contro lo stesso sentimento liberale dei cattolici italiani.

    Rispondi

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