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“C’è un tempo in cui devi lasciare i vestiti, quelli che hanno già la forma abituale del tuo corpo, e dimenticare il solito cammino, che sempre ci porta negli stessi luoghi. È l’ora del passaggio: e se poi non osiamo farlo, resteremo sempre lontano da noi stessi”
Fernando Pessoa

Il rifiuto di cambiare e la pretesa di rimanere fedeli al nostro “vecchio sé”, che, spesso, proprio in quanto vecchio, rappresenta una forma di rassicurazione per noi, ci tiene lontani dal nostro“vero sé”.
La vita, di per sé, è cambiamento, la nascita è la proiezione dell’ affacciarsi alla vita dal grembo materno. Un percorso inevitabile, anche se il ventre caldo e fonte di nutrimento rassicurerebbe più della vita extrauterina, spesso densa di problemi sin dalla nascita. Passare dalla certezza di una madre tutta nostra e a nostra completa disposizione, il seno buono, ad una madre che può non esserci sempre, il seno cattivo di kleiniana memoria, non è affatto piacevole per il bambino che si affaccia alla vita. Ma la vita stessa, inevitabilmente, ci porta sempre ad un passo più in là di dove eravamo prima, il flusso vitale non può essere ostacolato, anche se potrebbe condurre verso la morte. Si nasce una sola volta, ma si può rinascere più volte. E’ così che avverto la scelta che ho intrapreso tre anni fa del mio percorso di studi filosofici, che si è concluso la scorsa settimana con il conseguimento della Laurea Triennale. E’ stata una sfida, soprattutto con me stessa, rispetto al potercela fare. Non è stato semplice conciliare un lavoro, a tratti frenetico, che lascia, a volte, sfiniti, con la voglia di rimettersi sui libri, concentrarsi, recuperare le energie in breve tempo, utili per la concentrazione mentale. Non è stato facile, ma ce l’ho fatta. Io che non ho mai provato il sentimento dell’invidia e, purtroppo, non so riconoscerlo negli altri, mi sono dovuta confrontare con esso. Questa mia scelta non è piaciuta a molti. E ho pagato, come sempre, in prima persona. Ma ora posso dire che se questo doveva essere il mio percorso di vita per arrivare al traguardo, sono contenta che sia andata così.
Ho rinunciato alle ferie, che mi sono servite per studiare e raggiungere a Macerata, ho tenuto gli occhi aperti, quando volentieri sarei andata a dormire. Ho temuto alla fine di non farcela, quando negli ultimi due mesi ho realizzato che mi mancavano ancora 5 esami. Non certo perchè avessi sottovalutato la portata dello studio, ma perchè mi ero prefissa di terminare nella sessione autunnale. Tutto sembrava incastrarsi perfettamente. o quasi. E la determinazione ha avuto la meglio sulla paura. In questo, il grande supporto e sostegno di Salvatore perché anche da un punto di vista emotivo, la vita ci può portare sempre un passo più in là rispetto a dove eravamo.
La fine e l’inizio sono esperienze universali che appartengono alla vita di ciascuno di noi.

Isca Salzberger-Wittemberg è una psicoterapeuta di origine tedesca che vive a Londra. Ella ci racconta di come dobbiamo continuamente confrontarci con le fini e con gli inizi, che sembrano due poli antitetici, ma che sono, invece, le due facce della stessa medaglia: la fine di qualcosa non è mai la fine in sé, ma l’inizio di qualcos’altro.
Il percorso terapeutico stesso è un viaggio di cambiamento, caratterizzato da un inizio e una fine, un viaggio durante il quale sia il terapeuta che il paziente vengono trasformati ed in cui spesso entrambi temono di cambiare.
Il cambiamento è il cardine dei studi della psicoterapeuta, condotti su storie di pazienti che spesso durante le sedute rievocano, i primi compleanni, l’ingresso all’asilo, le esperienze di inizio e fine e scuola nell’arco dell’infanzia e l’adolescenza, l’inizio degli studi universitari, l’ingresso nel mondo del lavoro, il matrimonio, la nascita dei figli, l’invecchiamento, il confrontarsi con i lutti, il pensionamento, il prepararsi alla morte.
Cambiare spesso significa andare incontro all’ignoto, terminare un qualcosa per iniziare qualcos’altro, cosa che comporta l’elaborazione di emozioni forti, complesse e contrastanti. La gioia per qualcosa di nuovo che sta iniziando si associa al dispiacere per qualcosa che si conclude.
E così ci troviamo ogni volta a ricominciare, ridisegnando il confini del nostro sé per dare inizio ad una nuova esperienza del mondo. Non bisognerebbe mai perdere, in questo percorso,
la fiducia di potercela fare, di essere in grado di affrontare la nuova avventura, vivendo con pienezza l’entusiasmo di un nuovo inizio; allontanarci dalla realtà precedente, vivendo il dispiacere che nasce dal distacco.
Rimanere ancorati al passato significa vivere in una prigione di certezze, che ci mettono al riparo dai rischi ma che soffocano il nostro naturale percorso di evoluzione personale, bloccando le nostre potenzialità e reprimendo la nostra identità in limiti troppo angusti.

Non si finisce mai di cambiare, insomma…Io ho appena iniziato.

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