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Sembra di assistere alle scene di un film surreale, di cui, però, non siamo spettatori, ma siamo i protagonisti. Gente che si aggira per strada spaurita, disorientata, preoccupata. Ora, nelle ultime ore, pochissime persone: si può uscire solo per casi di comprovata necessità, per recarsi sul luogo di lavoro, per andare dal medico. Saracinesche abbassate, nei pochi negozi rimasti aperti ( farmacie, alimentari e tabaccai), si può entra uno, al massimo due per volta. Non eravamo abituati. Siamo abituati alla folla, alla gente, salvo quando siamo noi a decidere di evitarla per stare da soli, e non quando sia un virus a limitare la nostra libertà. La libertà te la godi appieno quando ti viene limitata. Come accade per ogni cosa che ti manca quando ti accorgi di non averla più. Ma, in questo caso, non si tratta di limitare solo la propria libertà per preservare la propria salute. Si tratta di acquisire il senso di responsabilità verso gli altri. Limitare il contatto interumano serve ad impedire che il virus si propaghi. Come sia possibile che un virus, dotato di una aspetto quasi “simpatico” ed vaccattivante all’ingrandimento microscopico, dal colore rosso vivo, possa essere così nocivo, non è mio compito spiegarlo, non avendo le competenze da virologa. Sicuramente le competenze da psichiatra mi permettono di fare alcune osservazioni di tipo psicologico. La paura generata dalle possibilità di contagio non determina solo l’aspetto fobico dell’evitamento dell’altro. Per chi ha tanto timore di una possibile contaminazione, anche in tempi non sospetti, l’altro rappresenta comunque il nemico, la possibile fonte di contagio. Ancora di più nei soggetti paranoici l’altro è sicuramente un nemico. La paura, però, può generare, anche l’atteggiamento contrario: il ricorso continuo alle strutture sanitarie per ricevere ripetute conferme sulla integrità del proprio stato di salute.

E poi ci sono quelli che” Me ne frego”: i giovani incoscienti che prendono la vita propria e quella altrui  come sfida: “Le scuole sono chiuse per evitare il contatto fisico? Bene, Riuniamoci tutti e la sera si va a ballare”.
In questi giorni, infatti, lo vedo nel mio lavoro come non mai: la strutturazione fobica della personalità porta, da un lato, l’utente a disdire gli appuntamenti, ed allora il nostro lavoro di consulenza telefonica ha lo scopo di consigliare e rassicurare il più possibile, cercando, anche, di intuire fino a che punto si spinga la situazione di disagio. Dall’altro, a cercare un contatto più frequente ( e non solo telefonico), motivato dalla necessità che il medico “veda” se si sta davvero bene. Non lo è per nessuno, ma meno che mai, penso, per uno psichiatra, facile discriminare i casi di vera “urgenza” psichica, tramite una telefonata e, nei casi dubbi, non differibili, si concorda per una visita effettuata con le dovute precauzioni.

In una situazione come questa siamo tutti chiamati, anzitutto come cittadini, al massimo senso di responsabilità. Siamo chiamati, noi sanitari, a prenderci cura e curare chi ha bisogno di noi. Distanti fisicamente, ma uniti psicologicamente. Andrà tutto bene.

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