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Non sarò certo io a smentire l’invito, contenuto nell’ultimo post, a non allungare la lista dei “benaltristi”, cioè di coloro che dinanzi all’imporsi di un nuovo problema, anche grave, ne trovano sempre un altro, a loro giudizio più grave e meritevole di più attenzione. La riflessione che vorrei condividere è diversa: non distogliere lo sguardo dal grave problema del coronavirus, ma allargarlo; non negare che siamo di fronte a una vera emergenza – epidemiologica ed economica, quindi sociale e politica – ma nemmeno dimenticare che l’elenco delle emergenze che di volta in volta ci assorbono e ci angosciano è davvero interminabile. 
Quanto sta accadendo in Libia, in Siria, ai confini tra Grecia e Turchia non può farci dimenticare l’emergenza ambientale, in cui si sommano surriscaldamento del pianeta, consumismo scriteriato, urbanizzazione crescente, deficit di energie pulite, collasso nella tutela del territorio e nella gestione dei rifiuti. E che dire della “madre di tutte le guerre”, che si è appena cominciato a combattere, e che riguarda la raccolta e il possesso dei cosiddetti big data, cioè dei mega dati che sono ormai la materia prima dell’era digitale e lo strumento di un nuovo imperialismo immateriale? E l’elenco potrebbe essere allungato facilmente…
Che cosa hanno in comune questi eventi? Si presentano davanti a noi come emergenze: l’emergenza dell’epidemia di Covid-19, l’emergenza degli immigrati, l’emergenza ambientale… In realtà le emergenze sono troppe – e oggi sono davvero troppe – quando non c’è un progetto, non c’è un disegno, non c’è un centro di ricognizione, di elaborazione e di governo dei problemi. 
L’unità politica dell’antica Grecia aveva il suo centro nella polis; l’unità dell’impero romano aveva il suo centro nel diritto; l’unità delle società moderne aveva il suo centro nel potere politico, nella democrazia, nelle alleanze strategiche tra gli Stati; il mondo uscito dalla seconda guerra mondiale aveva trovato un equilibrio in alcune fragili istituzioni sovranazionali come l’ONU, che fungevano da ago della bilancia nella politica dei blocchi e nella guerra fredda. Dopo la dissoluzione del comunismo sovietico, l’economia neocapitalista ha globalizzato il mondo, ma la politica non è riuscita a tenerle testa; in un certo senso, nemmeno a starle dietro.
Tutto si è fatto globale, ma senza un centro in grado di unificare l’intero, la chiave di volta in grado di reggere l’arco. In questo policentrismo conflittuale e scoordinato, a volte abbiamo la sensazione che nemmeno la tecnologia vada più d’accordo con la scienza, né l’economia con la finanza, né il virtuale con il reale… Figuriamoci la politica con l’etica! 
Il risultato è un emergenzialismo cronico che scarica tensioni e conflitti nelle direzioni più diverse, di qua e di là, in forme improvvise e immediatamente acute, che ogni volta reclamano per sé tutta l’attenzione possibile: ora sui medici, ora sui banchieri; ora sui diplomatici, ora sugli ingegneri; ora sulle religioni, ora sulla rete…
In un pianeta ormai così fragile e surriscaldato, il contagio  è sempre fulminante e globale: dal clima alle banche, dalle guerre ai virus.
E non accusatemi, in un momento come questo, di aumentare il panico anziché contribuire alla calma. Il senso delle mie parole è esattamente un invito alla calma: è ora di mettere fine alle nostre vite di corsa, ipercinetiche e schizzate, voraci e insaziabili. Ritrovare il senso del limite, rispettare la natura, riconciliarci con la vita. Siamo proprio noi, alla fine di tutto, il virus più pericoloso.

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