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Croce, Freud e la “vitalità cruda e verde”, di Giuseppe Brescia

Saggi

Nel “giro” della interpretazione, si rifanno vive alcune testimonianze del rapporto di Montale allo storicismo crociano. Intanto, in “Croce vent’anni dopo” ( dal “Corriere della sera” del 19 novembre 1972 ), il futuro Nobel scrive: “E’ un vero peccato che Croce non abbia trovato il suo Eckermann. Ci restano, è vero, i suoi libri e io stesso ne posseggo due, a me dedicati con parole più che cortesi. Ma l’uomo che in tarda età scoperse il lato selvaggio,  v e r d e, della vita aveva molte altre cose da dirci. E’ però improbabile che potesse dirle ai suoi fedeli. Forse per questo la filosofia resta e resterà ancora in piedi. Non per quello che dice ma per quello che  t a c e: il più e il meglio” ( ora in “Il secondo mestiere. Prose 1920-1979”, II, Milano 1996, pp. 2999-3002: l’allusione è a “La Poesia” e “La storia come pensiero e come azione” ).

Acceso il dibattito, ad Alfredo Parente Montale risponde in “Pagina d’album” ( “Corriere della sera”, 10 gennaio 1974 ): “Nel numero 40 (1973) della ‘Rivista di studi crociani’ il musicologo e filosofo Alfredo Parente mi rimprovera di aver attribuito al Croce, e proprio qui sul ‘Corriere’, la stolta favola secondo la quale la poesia scritta ( o la musica o il quadro dipinto) sarebbero un fatto di mera estrinsecazione essendo vero che l’opera d’arte è già perfetta ‘in pectore’, nella mente dell’artista. Ora questa idea fu sicuramente del Croce anche se il filosofo ha riconosciuto più volte il carattere formativo dell’attività artistica. (..) Ancora poche parole per concludere. Secondo il professor Parente io avrei l’aria di essere stato un intrinseco del grande filosofo, forse il depositario di qualche suo segreto. Non c’è nulla di vero in tutto questo.Ho visto più volte Croce (una volta anche in casa sua ) senza poter scambiare molte parole con lui. I suoi fedeli formavano una barriera invalicabile ( alcuni, i più intelligenti, si tenevano e si tengono tuttora alla larga ). Tuttavia un giorno, prima del ’38, Croce venne al Gabinetto Vieusseux in compagnia di Adolfo Omodeo e vi rimase almeno un’ora. Non ricordo una parola della nostra conversazione. Tornato a Napoli il filosofo mi fece omaggio di due suoi libri che conservo ancora. Gli ultimi anni di Croce non furono lieti, a quanto si dice. Lo tormentava il carattere  s e l v a g g i o  e sempre  i n d o m a b i l e   d e l   m a l e. E un altro uomo di poco più anziano, Sigmund Freud, un professionista del sottofondo della coscienza, nell’estrema vecchiezza era oppresso dal cupo sentimento di aver toccato un   f o n d o    s e n z a   f o n d o  –   Croce e Freud, due uomini così diversi ! Sembra ridicolo nominarli insieme” (  “Il secondo mestiere”, cit., pp. 3016-3019 ). Parente, nel cuore della polemica, si riferiva alla presentazione che di Montale, come “intrinseco di Croce”, aveva fatto il conduttore della trasmissione televisiva della RAI per i vent’anni dalla morte di Croce; oltre che ad alcune esagerazioni divulgate a proposito del rapporto tra la “tecnica” e le “arti”, la “estrinsecazione” e la “espressione”. Ma Montale riprende anche dall’amico Carlo Emilio Gadda la suggestione del parallelo Croce-Freud, su di un terreno – però – affine, se non del tutto identico, a quello delle estreme investigazioni a proposito della “irrequietezza” ( a “molte facce” !) della “vitalità”, tema quant’altri mai caro all’ “erede non inerte”e “prosecutore” attento, originario di Guardia Sanframondi, la cittadina sannita nota per la sanguinosa processione dei Flagellanti.

Torna, così, il Montale, sul tema accennato nel “Corriere” del 20 marzo ’66, “Freud e Croce: due grandi nemici di tutti gli ‘ismi’ “, prendendo anche spunto dalle lettere del Freud alla ‘chanteuse’ Yvette Guilbert del 1931 pubblicate in “Tempo Presente” ( numero del febbraio 1966 ) e dal coevo saggio “Freud e l’arte” di Ernst H. Gombrich. Freud afferma – ricorda Montale – che l’opera d’arte “sorge quando sia mantenuto in certi limiti il rapporto  q u a n t i t a t i v o  tra il materiale inconscio e l’elaborazione preconscia”. Quindi il riflessivo poeta, testimone del tempo, si aggancia al Gombrich, per riproporre il parallelo Croce – Freud.

“D’altronde Croce era a modo suo un appassionato di poesia, ma restava indifferente dinanzi alle altre arti; mentre Freud era un accorto osservatore di quelle arti che per qualche tempo furono dette figurative. E’ dunque ben naturale che le due estetiche ( se può parlarsi di una estetica di Freud )coincidano nell’avversione per gli ‘ismi’, anche se presentano poi divergenze addirittura fondamentali. Uomini che possono dirsi della stessa generazione ( una differenza di dieci anni non era allora un abisso ), tanto Freud che Croce hanno creduto nel valore  c a t a r t i c o, liberatore dell’arte. Li univa la comune educazione  u m a n i s t i c a” ( “Il secondo mestiere”, II, pp. 2779-2782).

Così, la generosa chiusura della postilla montaliana del 1966, dove più importante del fraintendimento ( Croce non mancò mai di trattare delle arti figurative e delle relative poetiche e dottrine estetiche ; come, per l’esperienza musicale, proprio Parente e Massimo Mila, Luigi Ronga e Guido Pannain posero mirabilmente a frutto i principi dell’estetica crociana, nei rispettivi percorsi critici ), risulta l’individuazione di un sentiero comune; più dei “giudizi d’importanza” ( direbbe Max Weber), l’insistenza sul giudizio “di valore” ( il valore veramente catartico e liberatorio dell’arte, conquistato tuttavia sul “fondo senza fondo” delle umane passioni, del ‘tellurico’ e del ‘vitale’ ). Donde la suprema angoscia del “maestro”: anzi, dei “due” maestri ( certo per vie assolutamente distinte e distanti, l’idealismo storicistico di Croce, e il modello idraulico-positivistico persistente in Freud, ma accomunate – vede Montale- nella comune “educazione umanistica” ).

Con il valore catartico dell’arte e l’appello alla ‘paideia’ umanistica, campeggia il valore della Libertà, la testimonianza etica del Croce. Onde, procedendo a ritroso nell’arco delle mai intermesse evocazioni montaliane, prima che finisse i giorni terreni il “grande doganiere” della cultura ( come lo chiamava Alfredo Parente ) e ancor prima di “L’estetica e la critica” ( “Il secondo mestiere”, II, cit., pp. 2523-2540) o “Presenza di Croce” ( entrambi scritti nel 1962, dal “Corriere” del 20 novembre 1962 quest’ultimo; quindi in “Dimensioni”, VI/6, L’Aquila, novembre-dicembre 1962 e “Il secondo mestiere”, II, 2489-2494 ), Montale stesso ci dona un pezzo di grande smalto insieme etico e stilistico, inteso a onorare “Il compleanno di Croce” ( 25 febbraio 1951, non firmato sul “Corriere” ma poi raccolto da Giorgio Zampa ne “Il secondo mestiere”, I, pp. 1180-1181 ).

“Oggi Benedetto Croce compie l’ottantacinquesimo anno e a lui si volge da ogni parte d’ Italia il pensiero di coloro che gli debbono il meglio della loro formazione intellettuale. Quanti sono ? (..) Non sarà stato un libro, sarà stato forse un articolo di giornale, un frammento di articolo, una barzelletta riferita, un motto di spirito di quelli che passavano di bocca in bocca quando i giornali si somigliavano tutti e prendevano l’imbeccata dall’alto; sarà sta l’eco di un’eco, un’immagine sbiadita, una semplice  b r i c i o l a   d i   p e n s i e r o del Maestro; eppure è bastata a dar conforto a migliaia d’italiani, è bastata a far sì ch’essi non si sentissero più soli e pensassero che c’era ancora, da noi, un uomo per cui la ricerca della verità era una ragione di vita, una esigenza alla quale egli avrebbe tutto sacrificato. N o n  è d u n q u e    u n   c o m p l e a n n o   p e r   s p e c i a l i s t i, quello di Croce, non è la festa in famiglia di poche persone. Ad esse – agli ottimati della cultura – Croce potrà dar molto anche quando non sarà più con noi, e per tutti noi; col fervore di chi, anche negli anni più oscuri, non ha mai dubitato un istante dell’  a v v e n i r e  d e l   n o s t r o   P a e s e  e della missione del nostro popolo”.

Si potrebbe dir meglio ancor oggi, per le sorti della coscienza e della civiltàitaliane, per l’avvenire del nostro Paese? “La ricerca della verità come  r a g i o n e   d i    v i t a”, – sintetizza Montale, a conferma della nostra tesi, la tesi delle “Immutevoli Idee”, che invita a guardare, oltre l’”io empirico” delle personali idiosincrasie,     l’ “io trascendentale” degli acquisti per sempre, non chiedendosi goethianamente se la si pensi in tutto e per tutto “allo stesso modo”, ma soltanto che “si proceda nello stesso senso”.

Tutto ciò conferma Eugenio Montale, proprio in morte del Croce, “Il maestro e il suo insegnamento” ( nel “Corriere d’Informazione” del 20-21 novembre 1952; poi “Il secondo mestiere”, cit., I, pp. 1458-1464 ). A caldo: “Non occorreva aderire a un sistema organico di pensiero per essere o dirsi crociani; Croce giunto all’estrema maturità non era o non appariva più come un tecnico della filosofia; in ogni suo scritto si leggeva chiara la sua posizione di uomo che dopo aver combattuto la filosofia teologizzante, ed ogni forma di astrattismo, dopo aver risolto ogni sopramondo nel mondo reale, posto di fronte a una realtà antispirituale, sapeva reagire e negare quella falsa realtà in nome di un’idea più vera e più viva di ogni contingenza reale.Qui finalmente Croce metteva in luce il suo e l e m e n t o   r o m a n t i c o, direi quasi risorgimentale, garibaldino; l’hegeliano tornava ai suoi maestri primi, il Carducci e il De Sanctis; il pensatore che aveva ‘calato’ il pensiero nella storia, continuando le intuizioni del Vico, pareva tornare alla sua    a n t i c a   p o s i z i o n e  h e r b a r t i a n a,  c on t r a p p o n e n d o  a l l’ e s s s e r e  i l   d o v e r  e s s e r e,  all’io le esigenze di un alto imperativo morale”.

Assai felicemente Montale mostra di conoscere bene – tra l’altro – il saggio “Sulla filosofia teologizzante e le sue sopravvivenze”, del ’22, edito in appendice ai “Nuovi saggi di estetica” ( raccolta che utilizza sovente: vedilo ora nella Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, a cura di Mario Scotti, Napoli 1991 ); la lezione autentica dei “primi maestri” ( Vico, De Sanctis, Carducci, Labriola ); il retaggio risorgimentale; l’etica del valore; il pensiero di Herbart, contrapponente il “dover essere” all’ “essere”, la “maestà dell’ideale” di fronte alla “contingenza”, lungo un solco che sarà fatto tenacemente proprio da Carlo Antoni e Raffaello Franchini.  Prosegue, allora, Montale con alti messaggi, nello stesso scritto: “Non era un filosofo in viaggio, quello, non era il suo passaggio un avvenimento mondano, per quanto semiclandestino ( e cioè: il suo viaggiare in Piemonte, da Torino a Pollone e Meana di Susa ); era un’  i d e a   c h e   s i   m u o v e v a; era una  s p e r a n z a   c h e   s i   r i f i u t a v a   d i   m o r i r e. (..) Essere crociani in un Paese che aspira a mantenere e perfezionare le proprie istituzioni democratiche vorrà dire anche in avvenire  n o n   t r a n s i g e r e  i n  q u e s t i o n i  d i   p r i n c i p i o, non rinunziare mai a quel senso di   p i e t a s, di partecipazione storica, che solo può legare il presente col passato. Essere crociani vorrà dire domani, e speriamo sempre, esser cittadini di un’Italia che faccia   p a r t e   i n s e p a r a b i l e  d e l  m o n d o   d e l l a  c u l t u r a   u m a n i s t i c a, di un’Italia che non sacrifichi ad alcun Moloc, ad alcun mito materialistico ( la violenza, la forza, le cosiddette esigenze dell’uomo economico ) quella fisionomia, quei caratteri veramente spirituali che, in mancanza di altre ricchezze, sembrano esserle stati impressi dal suo genio interiore, dal suo destino; o da quel Dio che Croce, come tutti i migliori credenti, non volle mai nominare invano”.

Da ultimo la “religione della libertà” aleggia sempre negli scritti montaliani degli anni Settanta, come in “Spero che a Sacharov sia concesso il visto” ( “Corriere della sera” del 22 novembre 1975 = “Il secondo mestiere”, II, p. 3040 ), o nei momenti in cui confuta il seguire l’ “andar del mondo”, a memoria dell’ “orientamento” crociano “Il mondo va verso..” ( 1933), tematizzato nella mia “Lettura di Benedetto Croce: Il mondo va verso..” ( proprio sugli scudi della “Rivista di studi crociani”, I/1976, pp. 1-30, attentamente seguita – come si vede – dal nostro “poeta della giovinezza” ). “Non vi date, dunque, pensiero di dove vada il mondo; ma di dove bisogna che andiate voi per non calpestare cinicamente la vostra coscienza, per non vergognarvi di voi stessi”.

C’è almeno un passo, sulla traccia che porterà alla “Storia”( “La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta” ), della intervista concessa nel 1971 a Raffaello Baldini, “La poesia e il resto”, che lo testimonia. A proposito del dolore e della idea della dialettica, Montale sancisce: “Si possono fare cronache, registrare fatti, avvenimenti. Ma credere che si possa veramente tracciare una storia che dia un’indicazione progressiva, univoca, dell’ a n d a r e   d e l  m o n d o…”( “Il secondo mestiere”, II, 1996, pp. 1704-1715 ). E’ il nostro tema; il tema della ragione liberale, della previsione a portata d’uomo, che “indebolisce” ogni filosofia della storia, profezia o apocalisse, attinto al Croce di Mario Pannunzio, l’amico che, chiudendo il “Mondo” nel dicembre 1968, aveva lasciato “Ai lettori”la “risposta di Croce, testamento per sempre.

5 Febbraio 2020/da user-pannunzio
Tags: Cultura, Letteratura, psicoanalisi, Storia
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