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Proseguendo il filo storico della interpretazione, nella ventiquattresima delle “Variazioni”, apparse sul “Corriere” poi raccolte in “Prose e racconti” ( Milano 1995, a cura di Giorgio Zampa, pp. 594-596 ), è dato leggere ancora un cenno al Croce, questa volta a proposito di Mallarmé e della valutazione complessiva della poesia “ermetica”. “I denigratori – dice Montale – non sono quasi mai francesi sebbene in anni lontani non siano mancati neppure in Francia libellisti e mallarmofobi convinti. Ma è acqua passata e per l’Italia basterà il giudizio del Croce, il critico meno congeniale che il poeta potesse attendersi. (..) In questi giorni mi ha fatto ritornare a Mallarmé un volume piccolo ma di ben centocinquanta pagine dedicato all’analisi di soli quattordici versi mallarmeani: il famoso sonetto ‘Le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui’; una delle più splendenti e più dure pietre d’inciampo che Mallarmé abbia lasciato”. Bisogna dire che qui il Montale si riferiva al saggio di Stefano Agosti, “Le cigne de Mallarmé” ( Editore Silva, Milano 1970 ); e prima ancora allo studio dedicato da Croce a “Il ‘segreto’ di Mallarmé”, a proposito di un libro di E. Noulet del 1948, studio riospitato in “Letture di poeti” ( Bari 1951, pp. 158-167 ). Ma la critica crociana era stata, per la verità, attirata soprattutto dalla “moda” mallarmeana instauratasi presso alcuni lettori, alla ricerca del recondito e dell’oscuro, dell’allusivo e dell’allegorico ( più che del “simbolismo” ), fino alle esagerazioni della ricerca del “segreto” – appunto – di Mallarmé. Bassani, per esempio, difenderà Croce proprio su questo terreno, sostenendo “La poesia pura ?” E se poi “La poesia non esiste più !” ( cfr. “Dalla poesia pura all’assenza di poesia”. Lettera al Direttore de “Il Popolo. Quotidiano dell’alta Italia”, V, 20 luglio 1947, Tipografia di via Solferino, a proposito del cosiddetto “duro giudizio del Croce” ). Ma prima di Bassani, già Proust aveva fatto proprio il sonetto di Mallarmé nella penultima stazione della sua “Recherche”, discorrendo lungamente delle difficoltà di comprensione, unite al fascino, di quelle immagini per Albertine Simonet, la “Albertine disparue” che poi sarà trasvalutata nella Micòl Finzi Contini ( storicamente, tragicamente e liricamente intesa a ricantare gli stessi versi: cfr. i miei “Bassani storicista e francesista” e “Albertina se n’è andata!”, in “andrialive” del 14 ottobre e 7 novembre 2012 ). Montale, preso dall’occasione critica più recente, non ricorda Proust né la sua “lunga durata” negli stessi Croce e Bassani ( come ben sapeva l’amico Giacomo Debenedetti ). E dubita anche della “Semiologia”. Per esempio, nella 29^ Variazione ( pp. 604-605 ): “Non so se la nuova scienza, la semiologia, giungerà mai a costituirsi come scienza”; e specialmente nella 30^ ( pp. 606-607 ): “Nell’anima dell’uomo si alternano sistole e diastole, turbamento e tranquillità, gioia  e angoscia, speranza e disperazione”.  Evidente codice da “dialettica delle passioni” – parentiano-crociano, diremmo (1953). “Che cosa muove l’uomo ? La biologia o la dialettica ? Né l’una né l’altra offrono consolazione (..) Tuttavia, si osserva, all’uomo importa assai la propria libertà personale e tutta la sua storia è affrancamento a ( forse, si dovrebbe intendere: “da” ) secolari schiavitù. La Vita ( stavolta con la maiuscola ) conterrebbe dunque una freccia, un’indicazione (..) ( Il testo reca: “una faccia”: forse siamo in presenza di un caso di poli-semìa, quasi dantesca, dato il contesto ). Solo gli scienziati ( non tutti naturalmente ) sanno che se la storia è natura essa non presenta alcuna freccia. Se poi la storia non è natura, allora non si vede come possa darsi il rovesciamento della natura o anche l’inosservanza della natura. Tra due fatti o entità che si ignorano è ben difficile che possa esistere convivenza o collaborazione”. Meno che nella teoria del “giudizio prospettico”, direbbe Raffaello Franchini ( 1964 ); o per “La natura e la storia”, di Felice Ippolito ( edito dall’amico Scheiwiller, giusto a Milano, nel 1968 ). In effetti, a proposito della polemica Franchini – Parente sulla “dialettica” e il suo più corretto ambito predicativo ( se di mera “opposizione” o di possibile “sintesi” e “riconciliazione” ), è vòlta la 32^ Variazione ( op. cit., p. 610 ). “Ci avevano insegnato a scuola che il processo dialettico era triadico e che il terzo elemento era nient’altro che il divenire, cioè la Storia. Si aggiungeva a mezza voce che la storia poteva portare altri nomi: per esempio, compromesso, ‘juste milieu’, ‘fifty fifty’, resa a discrezione, pateracchio, sbragamento universale, ecc. Ora però qualcuno, e non l’ultimo venuto, sostiene che la triade è una diade e che il terzo incomodo non ha nulla a che fare con la dialettica. Ma c’è anche chi sostiene la tesi opposta. A me personalmente il terzo, ‘quel che segue’ interessa solo come cittadino, uomo privato. E quel che precede ( si parla ovviamente di precedenza ideale ) sfugge alla mia conoscenza. Ma la mia non è un’opinione, è appunto una dichiarazione di ‘forfait’. – Per ulteriori chiarimenti rivolgersi alla ‘Rivista di studi crociani’ che si pubblica a Napoli da qualche anno”. Nel carattreristico stile ironico e auto-ironico che si evidenzia soprattutto in “Satura” e nel “Diario del ’71 e ’72”, Montale allude precisamente agli articoli e saggi di Alfredo Parente, sulla “Rivista di studi crociani” del 1969 – 1970. C’è da dire che la discussione era iniziata in occasione del centenario vichiano ( 1668-1968 ), quando Pietro Piovani editò in Napoli un “Omaggio a Vico” ( che per il Parente, direttore e fondatore della “Rivista di studi crociani”, era però un “Anti-Omaggio a Croce” ), là dove molti contributi gravitavano sulla origine tomistica del principio vichiano sulla identificazione del vero con il certo e del “factum” con il “certum” ( da Karl Loewith a Franco Amerio ). E in codesto ambito correttivo Parente scrisse prima “La dialettica nella filosofia di Giambattista Vico. I. Le divagazioni di Franco Amerio”, “Rivista di studi crociani”, Anno VI/4 ( ottobre-dicembre 1969, pp.393-402 ); quindi, II. “Nuovo corso critico della dottrina a proposito di una ricerca di Raffaello Franchini”( “Rivista di studi crociani”, VII/1, gennaio-marzo 1970, pp. 1-16 ), in questo secondo caso prendendo di mira il saggio “Giambattista Vico e la storia della dialettica” di Raffaello Franchini ( prima uscito negli studi in memoria di Corrado Barbagallo, Esi, Napoli 1970, pp. 1-15 quindi immesso nella nuova edizione della più organica sintesi teoretica “Le origini della dialettica”, Napoli, Giannini, 1969, pp.353 sgg. ). In altri termini, la quistione, nata all’interno dell’ermeneutica vichiana, e specialmente nel dibattito di fondo se la dialettica, ad esempio in quanto dottrina della “eterogenesi dei fini”, fosse presente nella filosofia di Giambattista Vico in senso proprio, finiva per rivestire una “Wirkung”, una “efficacia” o “incisività” di carattere più diffusivo ed universale, se cioè la dottrina della “coincidentia oppositorum” ( da Bruno e Cusano ad Hegel ) potesse avere realmente un senso, e se non si bisognasse – invece – accreditare l’idea della dialettica del solo impulso dei contrari, del “pòlemos”, della “opposizione” in quanto tale ( come rivendicava il Parente ). Quando, allora, il Montale sobriamente e in punta di penna dice nella sua “euronica” Variazione: “Ma c’è anche chi sostiene la tesi opposta”, chiamandosi fuori dal sentenziare o giudicare nel merito teoretico ( Semmai ammette di essere interessato alla questione nel rispetto etico, come “privato” o come “cittadino”, alludendo al fatto che non è indifferente nel vissuto quotidiano la valutazione della vita come “lotta” o come possibilità di “sintesi”, io direi oggi, di : “dolcezza”, essendo l’atto del giudicare sempre “adeguamento” della norma al caso e dunque “addolcimento” in se stesso ), ebbene, quando tutto ciò postilla, si riferisce alla replica dello stesso Raffaello Franchini, “Vico e la dialettica: risposta ad Alfredo Parente” ( sempre in “Rivista di studi crociani”, VII/2, aprile-giugno 1970, pp.138-145 ), là dove il teoreta napoletano obiettava sostanzialmente che la “dialettica” è sempre “logica dialettica”, e quindi non può mancare del terzo momento, della “sintesi” ( anche se la visione cuspidale hegeliana era stata vista, da De Sanctis in giù, come una aberrazione, fino a postulare in Croce la ripresa del “nesso dei distinti” a superamento o inveramento della mera “dialettica degli opposti” ). E quindi la “sintesi” era, per così dire, anticipata o pre-sentita ( come esigenza o per esplicita formulazione ) in tutta la storia del pensiero, dai dialoghi della maturità di Platone al rapporto di contrarii e contraddittori in Aristotele, da Cusano a Bruno, e da Jacob Boheme a Hegel ( per tacer d’altri ). Per quanto riguarda il Vico, il Franchini – in specie – rispondeva che era bensì vero il fatto che prevalesse una dinamica per contrasti nella famosa legge della “eterogenesi dei fini” ( onde la ferocia, insegnava il Vico, diventa milizia; l’avarizia, mercatanzia; e l’ambizione diventa corte e arte di governare ). Ma questa stessa dottrina sarebbe da reinterpretare in forza “ermeneutica”, postulando pur sempre un momento di sintesi, mediazione e passaggio, che sarebbe il classico e bruniano “punto de l’unione dei contrari”, il coraggio tra la “ferocia” e la “milizia”; il risparmio tra “avarizia” e “mercatanzia”; e la nobiltà d’animo, come ‘nobilis aerugo’, che “media gli opposti della vanità e della soggezione per dar luogo al potere costituito”. In effetti, la questione andò avanti purtroppo anche sul piano personale, dal momento che i filosofi, quando si conoscono troppo bene e cioè sanno non tanto i rispettivi asserti e teoremi ma “come” ciascuno vi sia pervenuto, da amici divengono contendenti quando non addirittura “nemici” ( v., in parte, il caso Croce – Gentile, pur se altro riguardo e con ben altre implicazioni etiche e politiche ). In questa controversia, rivisitata dal Montale, agiva anche altro presupposto: la non accettazione, da parte di Alfredo Parente, non solo della visione del problema dialettico prospettata dall’amico diòscuro Raffaello Franchini, ma nemmeno della di lui “Teoria della previsione”, come atto di intrusione pratica, o praticistica, nel momento del giudizio. Anche se Croce aveva isolato nella “Filosofia della pratica” del 1909 il “colpo d’occhio”, forma di “conoscenza percettiva” intermedia tra la “intuizione” ( conoscenza intuitiva o arte ) e il “concetto” ( conoscenza logica o pensiero ) e tale da mediare a sua volta il pensiero con l’azione e la “conoscenza” con il “cambiamento del mondo”, il Parente non condivise mai del tutto tale originale enucleazione prospettica dello storicismo, elaborata dal Franchini. Montale registra, da par suo e in modi suoi, tutto ciò, goethianamente diremmo e cioè in virtù gnomica e sentenziosa: ma dimostrando di aver seguito bene tutto il dibattito, e – ancora una volta – non esser affatto digiuno del “filosofare” più che di dottrinale e professorale “filosofia”. Ma bisogna dirlo, in sede di commento e interpretazione della poesia e della teoria del mondo della vita, in Montale: altrimenti si resterebbe come innanzi a immagini “in aenigmate”, e cioè allusioni mai còlte, deduzioni non dipanate, riferimenti inespressi. Per quanto riguarda noi, seguimmo Goethe e il suo insegnamento: “non vi chiedete se la pensiate totalmente allo stesso modo, ma soltanto se procedete nello stesso senso” ( lo ricordava spesso anche Salvatore Valitutti). Allora: l’esigenza delle “mediazioni” nel circolo spirituale c’era, era avvertita, sì o no ? Certo. L’ambito predicativo poteva esser diverso o diversamente sfaccettato. Ma la stessa “dialettica delle passioni”, come inveramento dell’estetica crociana lumeggiata dal Parente, non era forse indizio di “momento culminante”, “catarsi lirica e tragica”, dunque sintesi di pietà e terrore, phobos ed eleos; e perciò si apriva sul “vitale” per un verso, sul momento del “passaggio” per l’altro ? Parente mi disse, alla fine: “tante volte ci dimentichiamo di compaginare il tutto della cosa”. E mi sorrideva vicino. Giuseppe Brescia