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Fra i tanti contributi a lui dedicati nel ventennale della sua morte, il libro Mario Soldati. La gioia di vivere, curato da Pier Franco Quaglieni, rappresenta uno strumento importante per comprendere appieno, attraverso molteplici voci, la figura di questo grande protagonista della cultura italiana del ‘900. La parte conclusiva del volume comprende una testimonianza dello stesso Soldati sul suo rapporto personale con Mario Pannunzio. Queste pagine illustrano bene i motivi che indussero Soldati a fondare, nel 1968, assieme a Arrigo Olivetti e Pier Franco Quaglieni, il centro Pannunzio che poi diresse dal 1980 al 1994. Sottolineano anche la dimensione affettiva, sentimentale della sua amicizia con il direttore de «Il Mondo» che lo scrittore-regista definiva «uno dei più cari amici della mia vita».

Preso dai suoi impegni di regista, Soldati aveva poco tempo per incontrare l’amico ma quando, finalmente vi riusciva, sentiva nascere dentro di sé una serenità e una gioia che solo la consuetudine e l’affinità culturale fra due persone riesce a regalare. Sedersi accanto a lui, chiacchierare tranquilli era, per Soldati, «una sensazione meravigliosa: come se, improvvisamente, fossi giunto là dove mi sarebbe piaciuto stare  tutto il giorno, tutti i giorni: e non solo a parlare con Pannunzio, ma anche a lavorare, in una stanza dello stesso ufficio, con dei libri, libri intono e niente altro… Rivedo il suo sguardo sorridente posato su di me, e una grande calma intorno, come se dicessi: esistono dunque, da qualche parte, anche oggi, la giustizia e la verità: almeno qui, esistono».[1]

            L’amicizia fra i due risaliva agli anni di «Caratteri» (1934-1935), la rivista che Pannunzio aveva fondato assieme ad Antonio Delfini, in collaborazione con Alberto Moravia e Alessandro Bonsanti.[2] A quel tempo Soldati, reduce dalla sua esperienza americana, aveva già composto due opere teatrali: La madre di Giuda (1923), e Il Pilato (1924) edito dalla casa editrice salesiana SEI.[3] Poi, nel 1929, aveva dato alle stampe il libro di racconti Salmace.[4] Durante la brevissima stagione di «Caratteri», Soldati propose a Pannunzio tre racconti (1935): La processione dei miracoli,[5] La tempesta[6]e, probabilmente, Il sale della terra.[7] Dei tre, solo il primo fu pubblicato nel numero 2 della rivista (aprile 1935) nella sezione “ragionamenti e cronache”. In quel fascicolo, Soldati era in buona compagnia, assieme ai nomi di coloro che diventeranno, poi, i maggiori scrittori e giornalisti del ‘900: Luigi Bartolini, Alberto Moravia, Antonio Delfini, Giovanni Comisso, Alessandro Bonsanti, Paolo Milano. La processione dei miracoli si rifaceva a una sua esperienza di viaggio a Lourdes dell’anno precedente come corrispondente del «Corriere Padano».[8] Conteneva già alcuni dei temi principali del pensiero e della scrittura di Soldati. Rifletteva, inoltre, il suo atteggiamento nei confronti della vita e della fede fortemente condizionato dagli anni in cui aveva frequentato l’Istituto “Sociale” dei padri gesuiti a Torino dove aveva assorbito l’essenza del messaggio dei seguaci S.to Ignazio a cui resterà legato per il resto della vita.[9] Da questa importante esperienza giovanile aveva maturato una fede profonda e sincera ma critica e avversa a ogni forma di conformismo e di esteriorità. Cattolico razionale, anticlericale non credeva affatto alle conversioni e alla complessa liturgia del cattolicesimo ufficiale.[10] Per questo motivo, di fronte al dolore degli ammalati e alla speranza irrazionale di guarigione, Soldati aveva sottolineato, nel suo racconto, tutta la propria rabbia contro i medici che, impudichi farisei della scienza ed alleati dei preti, pretendevano di «misurare, controllare il miracolo con il barometro, l’analisi dell’urina e le punture lombari». Beati, invece, coloro che credevano senza vedere e senza toccare. Erano i mali fisici, tentativi, avvertimenti della morte, a indurre gli uomini a confidare nella religione a rifugiarsi nel pensiero di un’altra vita e a credere al pietoso inganno di Lourdes.[11] «Caratteri» aveva avvicinato Soldati alla cerchia più stretta degli amici di Pannunzio, in particolare ad Arrigo Benedetti che lo ricordava in una lettera a Pannunzio del 1937 fra i promotori di una possibile nuova rivista di letteratura assieme a De Robertis, Angioletti, Petroni e forse Pellizzi.[12] Anche l’amicizia fra Soldati e Benedetti, come le altre contratte in quegli anni, era destinata a durare nel tempo. Già dal secondo numero dell’«Espresso» fondato da Arrigo nell’ottobre del 1955, Soldati figurava con la sua rubrica Notes: «fiera coloratissima di ritratti e di idee».[13]          

Finita l’avventura di «Caratteri» Mario Soldati aveva ritrovato Mario nelle stanze della redazione di «Omnibus» (1937-1939), la rivista di Leo Longanesi, solito raccogliere attorno a sé ragazzi brillanti, a poco costo.[14] Pannunzio si occupava di cinema e di teatro assieme a Primo Zeglio, Soldati vi compariva in veste di scrittore con la pubblicazione a puntate, tra aprile e giugno 1937, del romanzo “sperimentale” La verità sul caso Motta.[15] Nel 1937 lavorò, a Roma, con Mario Camerini a un film sulla guerra d’ Etiopia – Il grande appello – che «gli rimase poi conficcato nella coscienza come il più acuto dei suoi rimorsi».[16] Dopo questa parentesi, Soldati e Pannunzio figuravano nel 1939, assieme a Renato Castellani e Ugo Perilli, fra gli sceneggiatori del film Il documento diretto, anche questa volta, da Mario Camerini, regista che ebbe un ruolo importante nell’attività cinematografica sia di Soldati che di Pannunzio uniti anche da questa grande passione per il cinema.[17] Nel 1941 Soldati diresse Piccolo mondo antico, il film che lo inserì fra i registi più apprezzati del suo tempo e che segnò anche il distacco dalla collaborazione con Camerini e una scelta professionale precisa.

Il legame fra lui e Pannunzio si era poi rinsaldato quando, appresa la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, Mario scrisse il secondo degli editoriali su «il Messaggero», intitolato Per la patria. Accanto a lui, oltre ad Arrigo Benedetti, Ennio Flaiano, Leo Longanesi, c’era infatti anche Soldati.[18] Poi, dopo l’8 settembre le loro strade si divisero. Pannunzio era rimasto a Roma; Mario si era trasferito a Napoli dopo un viaggio avventuroso poi narrato nel libro tratto dalle pagine del suo diario (14 settembre-3 ottobre), Fuga in Italia.[19] Al termine della guerra ciascuno aveva ripreso la propria strada: Soldati si era dedicato al cinema senza però rinunciare alla sua attività di scrittore. Nel 1949 diresse Fuga in Francia al quale contribuirono anche Cesare Pavese e Ennio Flaiano. Pannunzio aveva continuato il suo impegno di giornalista dando vita, nel 1949, al nuovo settimanale, «il Mondo».

            Sebbene amici e uniti da tante idee comuni, la partecipazione di Mario Soldati al settimanale di Mario fu abbastanza ridotta e discontinua e si concentrò in due periodi particolari. Il primo fra il 1950 e il 1955, cioè fra la direzione del film La provinciale (1952) tratto da un libro di Alberto Moravia e la pubblicazione (1954) del romanzo Lettera da Capri che gli valse il premio Strega. Il secondo fra il 1963 e il 1966 corrispondente agli anni della fuga da Roma e dal cinema e del suo ritiro da Milano a Tellaro.[20]

            Mario Soldati pubblicò sul settimanale di Pannunzio quattro racconti – alcuni già editi – particolarmente interessanti sul piano della sperimentazione letteraria oltre a pochi articoli che riguardavano il rapporto tra l’uomo e la fede, la rivoluzione sessuale e i pericoli di un ritorno alla mentalità fascista a cui si aggiunse, nel febbraio del 1966, un ultimo saggio di chiara ispirazione “pannunziana” da titolo Foglietti di Viaggio. I suoi interventi giornalistici restarono quindi aderenti alla linea del settimanale, alle sue battaglie sociali e politiche. Ma Soldati non concesse a Pannunzio più di quanto lui stesso sentiva e aveva voglia di raccontare sebbene gli ultimi due interventi del febbraio 1966, facciano pensare a un contributo generoso e amichevole nei confronti dell’amico e del suo giornale già in difficoltà. Nel loro insieme, questa breve serie di articoli sul settimanale, in dialogo soprattutto con due delle giornaliste più attive del periodico, Barbara Allason e Elena Croce, testimoniano l’ampiezza della cultura di Soldati e la sua capacità di esprimere, in ogni circostanza, quelli che lui considerava i principi fondanti del suo sentire di cattolico, di scrittore e di uomo.

Il primo articolo di Mario Soldati su «il Mondo» (aprile 1950) apparve sotto forma di “lettera al Direttore” [Cattolici cattivi][21] e portava anche la firma di Giorgio Bassani, suo grande amico da quando si erano incontrati a Napoli nel 1944.[22] Da allora, fra i due, era nato un sodalizio  importante, ricco di impegni comuni e di effetti positivi nella loro vita personale e professionale.[23] La lettera sul settimanale di Pannunzio era una risposta polemica a una recensione su «Il Popolo» di Antonio Petrucci, altro giornalista affascinato dal cinema,  a un articolo su «Il Mondo» di Barbara Allason – una delle autrici più accreditate del periodico[24] – intitolato Cattolici cattivi.[25] In questo articolo l’autrice aggrediva con violenza i nuovi romanzieri cattolici – francesi, inglesi e americani – che, mescolando una teologia feroce al senso di incertezza che ossessionava gli animi dopo l’ultima guerra, risuscitavano una visione della vita che rischiava di annullare la speranza “operante” del messaggio cristiano. L’autrice aggrediva Evelyn Waugh e Graham Greene, soprattutto quest’ultimo, per avere riflesso nella sua opera The Hearth of Matter, un senso disperato del male inevitabile e senza conforto che negava all’uomo la fiducia nell’aiuto divino. Ma era soprattutto nei confronti degli scrittori francesi che la Allason lanciava le sue accuse. Figli più o meno consapevoli di Verlaine e Huysmans, araldi di un cattolicesimo intransigente e crudele legato al pensiero di Léon Bloy, Bernanos, Mauriac e Julien Green insinuavano nei loro romanzi il vizio, la disperazione e personaggi dominati da forze quasi demoniache sottolineando l’abisso di fronte alla vita apertosi nel pensiero cristiano. In particolare Mauriac insisteva su un’umanità lontana dell’Eterno nella lotta atroce fra Dio e la passione umana. La Allason si chiedeva in cosa questi libri rispecchiassero il pensiero cristiano-cattolico ricordando come Emmanuel Mounier avesse parlato, a questo proposito, di “sadismo teologico” facendo riferimento a quel «selvaggio rancore contro una gioia non saputa trovare». Inevitabilmente, quindi, concludeva la giornalista, «mescolando una teologia feroce alle nostalgie dell’ora difficile, al senso di incertezza e di minaccia che ossessiona gli animi dopo le ultime guerre, questi scrittori hanno resuscitato un “weltschmer” filosogico-goethiano, insidiando quella “speranza cristiana” che Gabriel Marcel annovera come il “miracolo ricorso del cristianesimo”». La replica di Soldati e di Giorgio Bassani alle durissime critiche di Antonio Petrucci del 22 marzo nei confronti della giornalista che aveva osato attaccare le icone della letteratura cattolica post bellica, si concentrava sull’idea e il significato della “grazia” che gli scrittori chiamati in causa dalla Allason si limitavano a vagheggiare nell’intimo delle loro coscienze. E poiché la salvezza non dipendeva dall’individuo, tanto valeva – a loro parere – perseverare nel male. Giungevano quindi alla conclusione opposta del Manzoni che partendo da una premessa, non troppo dissimile, dava alla “grazia” tutto il suo valore indicando la via della perseveranza nel bene. Il valore, quindi, che quei moderni scrittori cattolici erano indotti ad attribuire alla prima essenza della fede, non era, secondo Soldati e Bassani, segno di autentica religione e perciò ritenevano importanti le critiche della Allason in virtù di un vero e sano cattolicesimo imperniato sugli insegnamenti dei Padri della Chiesa e, in particolare di San Bernardo. Il metodo utilizzato dal Petrucci per attaccare la giornalista non era dissimile a quello usato dai Gesuiti contro Rosmini quando avevano estratto le famose proposizioni da condannare dal testo che le spiegava, lasciando fuori ciò che a loro conveniva. L’insufficienza morale di quella letteratura ispirava ai due autori della lettera la stessa diffidenza nutrita nei confronti dei politici tanto apprezzati dal Petrucci i quali, col pretesto del peccato originale, affermavano che non c’era niente da fare per la felicità terrestre degli uomini, tacciando di comunista tutti coloro che si adoperavano per una migliore giustizia sociale. Fra la rassegnazione pessimistica di alcuni cattolici e l’ottimismo utopistico dei comunisti, c’era, per gli uomini liberi, un’infinità di cose da fare.

Passarono tredici anni fra il primo e il secondo intervento giornalistico di Soldati su «Il Mondo». In questa seconda occasione, in un articolo intitolato La rivoluzione sessuale. Un’antologia di Wilhelm Reich,[26]Soldatisi avvicinava indirettamente al tema della “gioia di vivere”, a quel desiderio di vivere   oltre gli schemi imposti dalla società che molti autori e opere a lui dedicate, da Elsa Morante e Giorgio Bassani sino al sottotitolo dell’antologia curata da Pier Franco Quaglieni, gli hanno riconosciuto come impronta fondante della sua personalità e del suo senso di esistere. In questa circostanza la sua “gioia di vivere” si esprimeva attraverso la stima e l’ammirazione per lo psicologo Wilhelm Reich – allevo e poi oppositore di Freud – il maggiore sostenitore della libertà sessuale, priva di timori e falsa pudicizia, considerato il “profeta” della “rivoluzione sessuale” che scosse l’Europa tra gli anni sessanta e settanta. Nel recensire su «Il Mondo» l’antologia degli scritti di Reich intitolata Sociologia del sesso, con un’ampia introduzione e vari contributi di Luigi De Marchi,[27] il giornalista offriva un’interpretazione molto dettagliata del proprio modo di concepire e vivere la sessualità e delle implicazioni dell’erotismo sulla vita reale forse più chiara e definita di tanti articoli dedicati dai suoi studiosi all’argomento e che, talvolta, hanno attribuito a Soldati pulsioni e ossessioni dei protagonisti dei suoi romanzi.[28] E questo avveniva circa cinque anni prima delle rivendicazioni sociali e sessuali del ’68. Il grande merito di Reich era, per lo scrittore, quello di avere superato il suo maestro. Freud, infatti, seguendo più o meno consapevolmente, la concezione ebraica-cristiana del peccato originale, considerava la repressione sessuale come una situazione biologicamente determinata e quindi inalterabile. Per Reich, invece, tale fattore era condizionato sia dalla realtà sociale che da quella economica e, quindi, alterabile e modificabile. Soldati si rifaceva, per spiegare meglio le implicazioni sociali di questo concetto, agli studi del famoso antropologo Bronislaw Malinowski che, circa 40 anni prima, esaminando le condizioni di vita e le abitudini  degli abitanti di due isole del Pacifico, era giunto alla conclusione che quelli che componevano il gruppo fondato sulla civiltà matriarcale, libera e pacifica risultavano più intelligenti, ordinati e socievoli degli altri dominati da una cultura patriarcale, autoritaria e repressiva e che già mostravano i tratti tipici del nevrotico europeo. La repressione, quindi, rappresentava uno strumento importante per sviluppare nelle masse l’aggressività e lo spirito autoritario. Per questo motivo, spesso, le culture autoritarie finivano per distruggere quelle meno represse. Non si poteva, comunque parlare di una superiorità morale dei vincitori come dimostrato «dalla distruzione della raffinata e pacifica civiltà etrusca, oltre duemila anni fa, ad opera della rozza, puritana, militarista repubblica romana».[29] Nella società moderna, il problema della repressione si coniugava con altri del proprio tempo: cioè con gli effetti catastrofici e miracolosi della rivoluzione tecnologica e industriale, con lo spettro immane e spaventoso della guerra nucleare, con la sovrappolazione del globo e con «i dubbi che trattengono molti di noi sulle soglie del comunismo». Ma il pensiero di Reich e di De Marchi, basato sull’idea che la salvezza poteva essere trovata dentro di noi, andava nel senso opposto a quello che Forster aveva prospettato ne La macchina si ferma. Anche per Soldati la “nuova stagione” era già cominciata e stava facendo passi da gigante. Non risultava facile cogliere i primi sintomi di questa civiltà in progresso a causa di un’educazione patriarcale e autoritaria. Ma c’erano. Bastava pensare al nuovo rapporto genitori-figli, al fatto che questi ultimi consideravano i padri e le madri come amici dando loro del tu. Paradossalmente la nuova era aveva preso inizio con la mancanza di rispetto da parte dei figli. «Albeggia» osservava Soldati «e noi crediamo che annotti». Occorreva rileggere il saggio di Elena Croce su L’educazione liberale per comprendere a quale palingenesi sociale e sessuale la civiltà umana si trovasse di fronte.[30] Se la civiltà umana secondo i principi che l’avevano guidata era in via di distruzione, il disastro poteva essere evitato solo capovolgendo quei principi. Riprendendo le parole di Reich e De Marchi, Soldati aggiungeva:

Finché come avviene in America, in Russia, in Italia, in Svezia e in Argentina, e in tutti i paesi afro-asiatici che prendono a imitare i nostri aurei principi «si insegnerà ai bambini che i loro naturalissimi impulsi sono cattivi e sconvenienti e vanno repressi; finché si negherà come morbosa e vergognosa la naturalissima tendenza del bambino a sperimentare nel campo sessuale (incoraggiandola, invece, o addirittura forzandola in camp aggressivo e distruttivo con esagerate attività sportive, i film western o gialli e le esercitazioni paramilitari delle organizzazioni giovanili di regime); finché l’amore sarà conosciuto e vissuto dai giovani informa clandestina, come un’infrazione più o meno grave ai superiori principi di disciplina gregarista e di erotismo ascetico, finché il diritto all’amore non sarà riconosciuto e protetto dalla comunità come un diritto fondamentale della persona umana; finché l’amore non sarà rispettato e favorito come una condizione essenziale di maturazione e di sviluppo della personalità, come e più dell’attrattiva sportiva e culturale; finché l’amore continuerà a essere rubato nei sottoscala, nell’oscurità dei cinema, negli anfratti del terreno; finché esso sarà considerato come qualche cosa di colpevole e di moralmente inferiore, di torbido, perché fisico, o di sublime perché spirituale, non ci sarà stata nessuna vera riforma sociale…»[31]

Per queste sue idee Reich, osteggiato in patria, fuggiasco da Vienna in Danimarca e in Norvegia, era emigrato negli Stati Uniti nel 1939 per morire d’infarto nel penitenziario di Luewishburg in Pennsylvania.

            Dopo tre anni di silenzio, Mario Soldati tornava a scrivere per il settimanale di Pannunzio prossimo alla chiusura con un articolo dedicato al pericolo di una sempre meno decisa opposizione al Fascismo. Secondo l’opinione di troppi, scriveva il giornalista nell’articolo Lo sfondo che stinge,[32] sembra che «fascismo e nazismo comincino piano piano a riguadagnare una certa stima. Negli incarichi e negli impieghi, essere stato fascista comincia a non presentarsi più come un handicap; e non solo perché, ormai, sia passato tanto tempo che la colpa può essere perdonata: ma, al contrario, perché si dubita che la colpa fosse una vera colpa e in qualche caso, si pensa addirittura che fosse un merito!»[33]

            Queste riflessioni di Soldati erano fortemente condizionate dalla lettura di un articolo, apparso probabilmente su «Paese Sera», dove un suo amico – di cui non faceva il nome – aveva accennato, esaminando un recente episodio della vita politica e ricordando gli ordini di minimizzare impartiti dal governo fascista ai quotidiani, alla necessità di superare, anzi abolire, la distinzione Fascismo – Antifascismo. Si trattava di una tesi molto lontana da quella allora diffusa a sinistra che riteneva il Fascismo perennemente in agguato perché affondava le sue radici nel carattere borghese e capitalistico della società da cui derivava che la difesa della democrazia restava affidata all’Antifascismo.  Dietro, quindi, la proposta provocatoria dell’amico di Soldati che sembrava contrastare la «vulgata antifascista»,  si intravedeva l’impronta di Renzo de Felice che, nel 1965, aveva pubblicato il primo volume della sua grande opera intitolato Mussolini il rivoluzionario[34] creando perfino all’interno del comitato scientifico della casa Editrice Einaudi che aveva dato l’opera alle stampe, un conflitto insanabile fra Norberto Bobbio, totalmente avverso al progetto  e Franco Venturi favorevole, invece, a sostenere l’impresa di De Felice che, l’anno successivo pubblicherà i due secondi volumi con il titolo Mussolini il fascista.[35] Erano questi i primi confronti di quel grande dibattito innescato da De Felice che culminerà nel 1975 – l’anno della pubblicazione della sua Intervista sul Fascismo curata dallo storico e giornalista Michael A. Ledeen[36] – nello scontro ancora più acceso fra lo studioso di Mussolini e i suoi detrattori poiché la rilettura del Fascismo portava inevitabilmente anche a  una revisione del giudizio storico sull’Antifascismo del presente.[37] Di questo clima Soldati – mentre nasceva il secondo governo di centro-sinistra guidato da Aldo Moro a pochi giorni dalla fine del Congresso Comunista –  coglieva istintivamente solo il messaggio più superficiale ma che a lui sembrava avere riscontri oggettivi nella vita reale: il timore che non solo si ricominciasse a parlare di Fascismo ma che se ne potessero giustificare le azioni esprimendo giudizi concilianti se non, addirittura, favorevoli perfino da parte di chi, in gioventù, si era opposto al Regime. Soldati riassumeva il suo pensiero nella replica al povero tassista che aveva assistito ai suoi sfoghi e che dopo essere stato in Russia con l’Armir non riteneva giusto che si parlasse tanto di Fascismo e Antifascismo, di Resistenza e altro senza mai accennare al dramma dei reduci: «Come può lamentarsi», chiedeva lo scrittore, «della guerra e non lamentarsi del Fascismo che, senza mezzi, senza preparazione, contro ogni prudenza, contro ogni calcolo, ha commesso la follia criminale di volere la Guerra: una guerra che la grandissima maggioranza degli italiani non voleva?… E come può negare che, a un certo momento, la guerra partigiana sia stata la nostra salvezza, il nostro solo rimedio?»[38]

            Neppure quindici giorni dopo, Mario Soldati tornava a scrivere per «il Mondo» con toni e accenti molto diversi. Questa volta nelle vesti di corrispondente dall’estero. Libero dagli impegni cinematografici, già da alcuni anni lo scrittore si era dato ai viaggi pubblicando le sue esperienze sui maggiori organi di informazione del tempo fra cui: «il Giorno», «l’Avanti», «Cronache», «l’Espresso», e il «Corriere d’Informazione».  Dopo la serie televisiva dedicata al Viaggio nella valle del Po. Alla ricerca di cibi genuini (1957), nel 1964 aveva visitato le isole del Tirreno, nel 1965 era andato in Grecia per assistere anche al grande festival del vino di Dafni. Nel 1966 visitò con Nanni Loi e altri suoi colleghi l’URSS. Pochi anni dopo, trasferì le sue impressioni del secondo viaggio in Svezia in un libro dal titolo I disperati del benessere.[39]  Poi fu la volta della Sierra Leone in compagnia di Graham Greene, dell’Etiopia e del Giappone (1974). Questi reportages-interviste, nati per la pubblicazione su giornali e riviste, furono raccolti successivamente in alcuni libri fra cui si ricordano Fuori[40] e America e altri amori: diari e scritti di viaggio.[41]

Soldati ripropose su «il Mondo» la sua esperienza in Grecia con un titolo molto pannunziano. Foglietti di viaggio in Grecia.[42] Si trattava di un lungo resoconto – già pubblicato su «il Giorno» – di una vacanza assieme alla moglie e al figlio a cui si erano poi aggiunti Ennio Flaiano con la moglie e la scrittrice inglese Joyce Stubbs, famosa soprattutto per il suo libro dal titolo molto accattivante, The Home Book of the Greek Cookery. Il giornalista, affascinato dal mare purpureo della Grecia, raccontava l’armonia e l’atmosfera calda e accogliente di un mondo carico di tradizione e di storia. Parlava del cibo, dei colori, dei luoghi visitati – Akaia Klauss, Patrasso, Atene, Selianìtika – della gente incontrata, e della lingua osservando come più di metà delle radici dei vocaboli italiani fosse, appunto, di origine greca. In questo articolo, come in altri del medesimo genere, Soldati riusciva a trasmettere, assieme a un quadro molto attento dell’ambiente e della storia del paese visitato anche il gusto e i colori di quel mondo; il profumo del cibo, la eco di conversazioni e di incontri casuali; convertendo ogni esperienza in una storia accattivante, trasformando un resoconto giornalistico in un racconto vero e proprio. Non a caso M. Torre ha avvicinato Mario Soldati, «giornalista che non può spogliarsi dei panni del romanziere» a due grandi che ebbero esperienze saltuarie e brevi come giornalisti: David Herbert Lawrence e Virginia Woolf.[43]

            In un articolo dedicato a Leonardo Sciascia, Valter Vecellio ricorda come in una sua raccolta, intitolata Fine del carabiniere a cavallo. Saggi letterari 1955-1989,[44] Sciascia aveva dipinto una galleria di “irregolari”, refrattari a congreghe e combriccole “corrette”: da Alberto Savinio a Vitaliano Brancati, da Leo Longanesi a Giuseppe Antonio Borgese. Riferendosi poi a Mario Soldati scriveva che, per lui, rappresentava qualcosa «sulla soglia della felicità». O, almeno, questo era il suo sentimento di lettore, da quando, per la prima volta su «Il Mondo» di Pannunzio, aveva letto un suo racconto.[45] Anche per Soldati, quindi, come per molti altri scrittori-giornalisti, il settimanale di via della Colonna Antonina rappresentò una vetrina importante per pubblicare i propri scritti e farsi conoscere in un ambiente culturale molto qualificato. Esordì nel 1950 con un racconto lungo, Il padre degli orfani,[46]racconto che si legava oltre che a «il Mondo» anche all’amico di sempre: Giorgio Bassani. Nel 1947 quest’ultimo era entrato nella redazione di «Botteghe Oscure»[47] dove, nel 1949, era riuscito a pubblicare due scritti di Mario Soldati, La giacca verde e La finestra. Nel 1951 i due racconti, assieme a Il padre degli orfani apparso su «il Mondo» in tre puntate fra il luglio e l’agosto 1950, furono riuniti nel libro A cena col commendatore [48]che vinse il premio San Babila nel 1950 e fu, più volte, recensito dallo stesso Bassani.[49] Tanto risultò il successo di questo lavoro che segnò un momento fondamentale della fortunata carriera dello scrittore, che la critica lo ha inserito «tra le pagine più straordinarie dell’opera narrativa di Soldati: tre racconti lunghi di grande inventiva e di scrittura esatta nonostante la densità della materia trattata e dove si intravede la vena di meditazione morale, mai assente nel Soldati migliore».[50] Secondo Lalla Romano, «Soldati presentava nel racconto un personaggio empio, un falso devoto che appare incapace di qualunque sentimento ma solo a distanza, in grado di mascherare la sua profonda ipocrisia. La storia è quella di una rivisitazione in chiave moderna della novella del Decameron di Ser Cepparello da Prato, di una “falsità camuffata” come direbbe La Rochefoucauld da ingannare la verità».

Il padre degli orfani raccontava la storia dell’impresario Antonio Pellizzari, che dopo una vita silenziosamente sregolata, mosso dal senso di colpa per non aver aiutato un bambino tubercolotico, si era ritirato in una villa in Brianza trasformandola in un asilo per gli orfani. Il Commendatore aveva scoperto solo tardivamente che il bambino per cui si era sentito in colpa, era il figlio di una ballerina e di un giovane con cui lui stesso aveva avuto una relazione omosessuale. Agli occhi di Soldati, secondo Giovanni Ansaldo, l’impresario non era condannabile per le sue tendenze omosessuali, quanto per il fatto di averle tenute accuratamente nascoste.  Inoltre «Pellizzari non aveva mai riconosciuto pubblicamente il proprio peccato. Non si era mai umiliato. Aveva rinunciato ad aiutare l’unica persona che amava, piuttosto che nuocere alla propria reputazione. Falso rimorso, falsa confessione, falsa penitenza».[51]Soldati, profondamente cristiano, odiava soprattutto l’ipocrisia e credeva che la dissimulazione del peccato fosse peggiore del peccato stesso.[52]Ma non voleva neppure erigersi a giudice.  Sicuro che l’uomo, nel suo profondo, non potesse veramente cambiare. Induceva quindi il suo alter-ego, il narratore, a rinunziare a qualsiasi forma di giudizio e di pubblica accusa proprio come farà il vecchio antiquario nel racconto Natale e Satana di fronte all’avventura amorosa clandestina della sua cameriera e del marinaio, anch’esso pubblicato su «Il Mondo». Lo scrittore si muoveva con sorprendente agilità letteraria su temi religiosi e morali molto delicati con uno sguardo e un atteggiamento “laico” sempre pronto a capire le debolezze umane ma a condannare ogni ipocrisia. Affrontare argomenti tanto scabrosi agli inizi degli anni ’50 era, comunque, un atto di coraggio sia da parte dello scrittore che del suo editore.

            Il secondo racconto di Soldati su «Il Mondo», intitolato La confessione di Clemente,[53]riproponeva, senza alcuna variazione, la parte centrale (quella della confessione vera e propria), forse la più significativa, del romanzo breve finito di stampare il mese prima (ottobre 1955, come dichiarato nella pagina retrostante il frontespizio), dalla casa editrice Garzanti con il titolo La confessione.[54] Considerati i tempi di realizzazione e di diffusione di un libro di allora, risulta che l’edizione sul settimanale di Pannunzio rappresentò un’anticipazione non dichiarata del nuovo romanzo, un inedito in attesa di essere collocato in un insieme più articolato e compiuto. Seppure, quindi, distaccati dal contesto sociale e familiare in cui si erano sviluppati i sentimenti religiosi di Clemente, i capitoli della confessione che formano il racconto su «Il Mondo», contengono tutti gli elementi più significativi dell’universo narrativo del loro autore. L’uno di fronte all’altro, il padre spirituale confessore – “dalla voce bianca e mielata” – e il giovane allievo si confrontavano e si interrogavano sul significato del peccato e della confessione in un gioco di sentimenti e di calcoli, che andava ben oltre il significato della presunta colpa commessa: qualche pensiero impuro nei confronti di una signora incontrata casualmente in ascensore. L’isterismo e il protagonismo del fanciullo a confronto con i calcoli e l’esperienza di padre Genovesi che contava sui rimorsi del giovane per indurlo e entrare nella Compagnia. «Hai tu dunque, figliuol mio dilettissimo, misurato il male che commettesti allor che lo commettevi?» Soldati dimostrava in questo racconto tutta la sua esperienza giovanile vissuta nei collegi della Compagnia di Gesù, ma senza esprimere alcun giudizio, attento solo a recuperare dalla memoria i sentimenti e le sensazioni più nascoste provate allora in situazioni analoghe. Si può parlare quindi di un’autobiografia dei sentimenti e della memoria che non andava mai oltre il bisogno di raccontare.  Molti anni dopo, Soldati tornava a scrivere su «Il Mondo» un nuovo racconto dal titolo Natale e Satana.[55] Il vecchio antiquario Malcotti, piccolo, tozzo, spelacchiato, cercava di espiare con una vita integerrima fatta di preghiere, frequentazioni di chiese e buone opere, un passato “nero di peccati orribili” che anche il confessore gli aveva consigliato di dimenticare. Affidato il negozio al socio Poldino, trascorreva il suo tempo fra messe, rosari e benedizioni, contemplando dal suo appartamento, altro sui tetti, il cupolone di San Pietro. Immagine della meta perfetta alla quale ambiva con tutte le sue forze; l’immagine del Paradiso. Nonostante il suo impegno religioso, Malcotti non riusciva a liberarsi dalla paura della morte che anzi, diveniva, ogni giorno più forte. La sua vita monotona e ben ordinata era stata interrotta la vigilia di un Natale quando, su richiesta di un vecchio amico di antiche baldorie, Nello Buranello, fu costretto ad accogliere nella propria casa un giovane marinaio altrimenti costretto a trascorrere da solo la vigilia della santa ricorrenza. Seppure timoroso di sentire riaccendere dentro di sé antichi desideri peccaminosi, constata anche la bellezza del giovane, Malcotti aveva infine permesso a Tonino Gelati – così si chiamava il ragazzo – di cenare in cucina assieme a Jole, la sua governante, prima di andare tutti assieme alla messa di mezzanotte. Nell’attesa, si era concesso un breve riposo. Al suo risveglio, sentendo attorno a sé un silenzio profondo, e temendo di non arrivare in tempo alla funzione, l’antiquario si era aggirato per la casa in penombra per scoprire, infine, i due giovani addormentati abbracciati in camera della donna e visibilmente reduci da momenti di amore e di vino. Turbato dalla scena, il vecchio aveva deciso di andare da solo alla chiesa dei Filippini e di non parlare più dell’accaduto nei giorni successivi. In questo racconto delicato, Soldati inseriva alcuni temi e ricorrenti della sua narrativa: il pensiero e la paura della morte, il rapporto fra l’uomo e la propria coscienza, fra il credente e la gerarchia della Chiesa. Riproponeva in definitiva la «religiosità del dubbio», cioè il suo modo di sentire e pensale la religione come «una contemplazione stupefatta del mistero dell’esistenza».[56]

Più distaccato e impersonale risulta l’ultimo dei racconti di Soldati pubblicato sulla rivista di Pannunzio nel dicembre del 1964: Il difetto.[57]È la storia di due incontri, a distanza di anni, fra lo scrittore e un suo collaboratore poi divenuto un importante regista. Racconta, in particolare come Jacques – questo il nome dell’amico – dopo tanti anni di incertezza, avesse deciso di restare con la moglie anziché con l’amante, perché attratto – era stata proprio l’amante Tania a fargli notare il difetto della consorte – dal brutto sorriso della moglie allorché le sue labbra, sollevandosi, lasciavano interamente scoperti denti e gengive. Questo racconto dalla trama molto sottile conferma le parole di Cesare Garboli quando scriveva che «Una delle grandi qualità di Soldati, come è noto, è la capacità di farci apparire degna di racconto e quindi interrogabile dall’intelligenza qualunque realtà. Grande o piccola. È indifferentemente, la tragica immensità di Manhattan nell’era del proibizionismo non meno della vita di un pollaio al di là dello squallido cortiletto di un hotel della Valtellina».[58]


[1] M. Soldati, Il mio Pannunzio, in Mario Soldati. La gioia di vivere, a cura di Pier Franco Quaglieni, Torino, Golem Edizioni, 2019, p. 306. Per una sintesi biografica e una bibliografia su Mario Soldati aggiornate al 2006, ved. R, Cicala, Inchiostri indelebili. Itinerari di carta tra bibliografie, archivi ed editoria, Milano, Educatt, 2012, pp. 310-317.

[2] Secondo Antonio Cardini (Tempi di ferro. «Il Mondo» e l’Italia del dopoguerra, Bologna, il Mulino, 1992, p. 32) «Caratteri era stata importante soprattutto per rinsaldare l’unità delle persone che resteranno sempre legate alle iniziative culturali pannunziane».

[3] Intervista a Soldati di Patrizio Paganin, «L’Unità», 1988. Su questi lavori giovanili, ved. S. Verdino, I romanzi gesuitici di Soldati in M. Soldati: lo specchio inclinato. Atti del convegno internazionale (San Salvatore Monferrato, 8-9-10 maggio 1997) a cura di G. Ioli, San Salvatore Monferrato, ed. della Biennale «Piemonte e letteratura», 1997, p. 59 e sgg.

[4] Salmace è una raccolta che porta il titolo di uno dei racconti di Mario Soldati dedicato alla trasformazione di un uomo in una donna. Salmace, secondo le Metamorfosi di Ovidio, era la ninfa di una fontana nella regione anatolica della Caria che, invaghitasi di Ermafrodito, chiese agli dei di poter restare eternamente con lui. Gli dei esaudirono la sua richiesta unendo Ermafrodito e Salmace in un unico corpo. Il libro di Soldati ottenne un buon successo grazie anche alla recensione sul «Corriere della Sera» del critico Giuseppe Antonio Borgese.

[5] Camera dei Deputati, archivio, Fondo Pannunzio, busta 2, 0002(8), «Caratteri», manoscritti. Ved. M. Soldati, La processione dei miracoli, in «Caratteri», I, n. II, aprile 1935 (XIII9, pp. 151-158.

[6] Camera dei Deputati, archivio, Fondo Pannunzio, busta 2, 0002(8), «Caratteri», manoscritti.

[7] Camera dei Deputati, archivio, Fondo Pannunzio, 003 (176.3), racconti dattiloscritti di Pannunzio e di altri autori. Il Sale della terra (analisi della vita di alcuni santi che si occuparono di cose terrene) fu pubblicato, poco dopo (1936) su «L’Italiano. Rivista settimanale della gente fascista».

[8] L’articolo per il «Corriere Padano» uscì il 23 giugno 1934 con il titolo Il treno verde. Ved. S. Fronteddu, Mario Soldati e il lago d’Orta: 1934-1936, in «Annali del centro Pannunzio», 32 (2001), p. 171.

[9] M. Pasquale, S.J, Soldati e l’Istituto sociale dei Padri Gesuiti di Torino, in Mario Soldati. La gioia di vivere cit., pp. 151-157.

[10] R. E. Zanini, L’identità religiosa di Mario Soldati, in academia.edu/32855491/Mario_soldati_e_i_cattolici, s.p.

[11] M. Soldati, La processione dei miracoli cit., p. 154. Il racconto fu pubblicato in diverse edizioni. In quella intitolata Un viaggio a Lourdes (data alle stampe una prima volta all’interno della raccolta L’Amico gesuita nel 1943 per la Rizzoli) era preceduto da una lunga descrizione sulla nobiltà e l’alta borghesia torinese che partecipava a questi pellegrinaggi assieme al clero e al piccolo corpo dei medici cattolici. In questa edizione Soldati esprimeva un giudizio molto severo nei confronti della società torinese: «Certo queste cricche cattoliche esisteranno anche in altre città d’Italia e di Francia. Ma in Torino, tradizionale e beghina, trovano un’atmosfera eccezionalmente favorevole». (M. Soldati, I racconti, 1927-1947, Milano, Mondadori, 1961, p. 170). Il racconto è stato infine edito a Palermo, per la Sellerio, nel 2006 a cura e con un’introduzione di Salvatore Silvano Nigro (Treni verdi, preti neri, dame bianche).

[12] C. Sodini, Amici per sempre. Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti tra Lucca e Roma, Lucca, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, M. Pacini Fazzi ed., 2011, p. 49.

[13] M. Torre, Soldati giornalista in Mario Soldati. La gioia di vivere cit., p. 75.

[14] I. Granata, L’ «Omnibus» di Leo Longanesi. Politica e cultura, Milano, Franco Angeli, 2016.

[15] Si trattava di un romanzo sperimentale caratterizzato dall’adozione di varie forme narrative che andavano dal romanzo “giallo” al racconto surrealista. Ved. M. Soldati, La verità sul caso Motta: romanzo seguito da cinque racconti, Milano, Rizzoli, 1941.

[16] C. Garboli, Opere. I, Racconti autobiografici, Milano, Rizzoli, 1991.

[17] La collaborazione fra Soldati e Camerini era cominciata nel 1931con il film Figaro e la sua gran giornata dove Soldati svolgeva il ruolo di ciakista. Nel 1939 Soldati aveva diretto la commedia Dora Nelson. Ved. A. Cimmino, Camerini Mario, in DBI, vol. 34, 1988.

[18] M. Teodori, Pannunzio. Dal «Mondo» al Partito radicale: vita di un intellettuale del Novecento, Milano, Mondadori, 2010, p. 78.

[19] M. Soldati, Fuga in Italia, Milano, Longanesi, 19471.

[20] Durante quest’ultimo periodo (1964) pubblicò Le due città, un racconto che abbracciava cinquant’anni di storia italiana e ambientato, nella seconda parte, nel mondo del cinema delle origini.

[21] In «Il Mondo», II, 16, 22 aprile 1950, p. 4. In polemica con Antonio Petrucci de «Il Popolo» in favore di Barbara Allason (con la firma di Giorgio Bassani). La lettera a Pannunzio è stata poi pubblicata, per i suoi riferimenti a Manzoni, come seconda appendice in G. Bassani, I promessi sposi. Un esperimento, a cura di S. Nigro, Palermo, Sellerio, 2007, p. 136.

[22] Mario Soldati Giorgio Bassani. L’amicizia di due intellettuali lungo un secolo, convegno (20 novembre 2016) Organizzato dalla Biblioteca Comunale “Mario Soldati” in collaborazione e con il patrocinio di Fondazione Giorgio Bassani – Associazione Mario Soldati- Regione Emilia-Romagna IBC; Caro Bas. Scambi di lettere tra Giorgio Bassani e gli amici, mostra presso la Biblioteca “Ezio Raimondi” del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica- FICLIT (Università di Bologna), 24 maggio-15 giugno 2018. A Napoli, in realtà, Soldati si trovava già dall’inverno del 1943, giunto dopo una fuga rocambolesca, insieme a Steno, Leo Longanesi, Freda e Gabriele Baldini, con i quali si era messo a lavorare a un giornale di propaganda e a una trasmissione di satira radiofonica condotta da Arnoldo Foà e diretta da Ettore Giannini. Ved. F. Villa, Cinema che serve. Giorgio Bassani cinematografico, Torino, Edizioni Kaplan, 2014.

[23] Negli anni ’50, Bassani lavorò molto come sceneggiatore nei film di Mario Soldati. Fra questi si ricordano Le avventure di Mandrin (1952); La provinciale (1953) dal racconto omonimo di Alberto Moravia, sceneggiatura con Sandro De Feo, Jean Ferry e Soldati; l’episodio Il ventaglino in Questa è la vita (1953), dal racconto omonimo di Luigi Pirandello, sceneggiatura con Soldati; La mano dello straniero (1953) da un racconto originale di Graham Greene, sceneggiatura con Guy Elmes; e La donna del fiume (1955) sceneggiatura con Basilio Franchina, Pier Paolo Pasolini, Florestano Vancini, Antonio Altoviti e Soldati.

[24] Sulla partecipazione femminile al settimanale di Pannunzio, ved. C. Sodini, «Il Mondo» al femminile. Giornaliste e scrittrici nelle pagine del settimanale, in «Libro aperto», XXXIX (gennaio -marzo 2019), n. 96, pp. 151-155.

[25] B. Allason, Cattolici cattivi, in «il Mondo», II, 12, 25 marzo 1950, p. 9.

[26] M. Soldati, La rivoluzione sessuale. Un’antologia di Wilhelm Reich, in «Il Mondo», XV, 11, 12 marzo 1963, pp. 13-14

[27] L. De Marchi, Sociologia del sesso, Bari, Laterza, 1963. Psicologo clinico e sociale, politologo e autore di numerosi saggi, Luigi De Marchi fu anche il fondatore dell’Associazione italiana per l’educazione demografica (AIED, 1953), sostenuta anche da molti scrittori del «Il Mondo», fra cui Vittoria Olivetti Berla. De Marchi fu anche collaboratore del Partito Radicale e di Radio radicale (vi ha tenuto, per tredici anni, dal 1995 al 2008, la rubrica bisettimanale “Controluce”). Nei suoi interventi criticò anche alcuni aspetti della legge Basaglia sostenendo, come Mario Tobino, che la chiusura dei manicomi avrebbe provocato seri problemi sia agli ammalati che ai loro familiari. Fra gli scritti di de Marchi dedicati a Reich su ricorda. Introduzione a Wilhelm ReichTeoria dell’orgasmo e altri scritti, Lerici ,1961; Sociologia del sesso, Bari, Laterza, 1963; Wilhelm Reich – Biografia di un’idea, Sugar, 1970; Vita e opere di Wilhelm Reich (2 volumi), SugarCo 1981; Wilhelm Reich Una formidabile avventura scientifica e umana (con Vincenzo Valenzi), Macro Edizioni, 2007. 

[28] L. Parisi, L’ossessione erotica di Mario Soldati, in «Giornale storico della letteratura italiana», vol. 181, n. 596 (2004), pp. 573-589.

[29]

[30] E. Croce, L’educazione liberale, padri, figli, nipoti, in «Il Mondo», XV, n. 8, 19 febbraio1963, pp. 17-18. Elena Croce dedicava questo articolo alla crisi della figura paterna e dell’istituto familiare legata anche a una generazione che non voleva assumersi responsabilità pedagogiche né vesti autorevoli dopo che il Fascismo l’aveva resa sempre più ridicola. Una generazione che, dopo l’esperienza della seconda guerra mondiale, affetta dalla così detta “malattia romantica” che la rinchiudeva in sé stessa, rifiutava la “sgradita” maturità. Occorreva quindi recuperare il rapporto tra padre e figlio che, in termini di pedagogia liberale, significava «indicare ai giovani un’aspirazione, una visione di n qualche respiro, che essi possano accogliere e perseguire con noi, e oltre. E ci sembra chiaro che, per chi ha conosciuto il mondo anteguerra, e con esso la seduzione dei falsi, decadenti ideali borghesi, la prima aspirazione è quella di vedere definitivamente superati questi falsi ideali. Poiché sinora di quegli ideali noi abbiamo compiuto soltanto dei superamenti negativi, un po’ astratti, e il loro superamento definitivo, in quanto concreto è ancora appunto allo stato di aspirazione. Ma l’aspirazione non è meschina, poiché è quella di sapere ritrovare la capacità di esprimere e rappresentare un’ideale umano; di ricuperare, ci si perdoni la spiccia metafora, quella figura umana che nel corso di due secoli (con processo altamente simbolico) le arti figurative sono andate annientando, in una sorta di compiaciutissimo cupio dissolvi, se stesso».

[31] M Soldati, La rivoluzione sessuale cit., p. 14.

[32] M. Soldati, Lo sfondo che stinge, in «Il Mondo», XVIII, n. 5, 1 febbraio 1966, p. 5. L’articolo è stato riproposto anche in M. Soldati, America e altri amori: diari e scritti di viaggio, Milano, A. Mondadori, 2011, p. 658.

[33] M. Soldati, Lo sfondo che stinge cit., p. 5.

[34] R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, 1965. Ved. E. Aga Rossi, Fascismo e Antifascismo nell’opera di Renzo De Felice, in …p. 129.

[35] R. de Felice, Mussolini il fascista, 2 voll., Torino, Einaudi, 1966.

[36] R. De Felice, M. A., Ledeen, Intervista sul Fascismo, Bari, Laterza, 1975. Ved. E. Gentile

[37] M. Consonni, L’eclisse dell’Antifascismo, Resistenza, Questione ebraica e cultura politica, Bari, Laterza, 2015.

[38] M. Soldati, Lo sfondo cit., p. 5.

[39] M. Soldati, I disperati del benessere, Milano, Mondadori, 1970.

[40] M. Soldati, Fuori, Milano, Mondadori, 1968.

[41] M. Soldati, America e altri amori: diari e scritti di viaggio, Milano, A. Mondadori, 2011.

[42] M. Soldati, Foglietti di viaggio in Grecia, in «Il Mondo», XVIII, n. 7, 15 febbraio 1966, pp. 5-6.

[43] M. Torre, Soldati giornalista, in Mario Soldati. La gioia di vivere cit., p. 74.

[44] L. Sciascia, Fine del carabiniere a cavallo. Saggio letterario, 1955-1989, Milano, Adelphi, 2016.

[45] V. Vecellio, Sciascianamente. In ricordo e in memoria di Mario Soldati, lo scrittore con la gioia di vivere in «La voce di New York», https://www.lavocedinewyork.com/people/2019/06/14/in-ricordo-e-in-memoria-di-mario-soldati-lo-scrittore-con-la-gioia-di-vivere/

[46] M. Soldati, Il padre degli orfani, in «il Mondo», II, 29, 22 luglio 1950, pp. 13-14; II, 30, 29 luglio 1950, pp. 13-14; II, 31, 5 agosto 1950, p. 13.

[47] Stabilitosi a Roma, nel 1947 Bassani aveva incontrato la principessa Marguerite Caetani di Bassiano, decisa a continuare in Italia il lavoro iniziato in Francia con la rivista «Commerce». Questo sodalizio permise a Bassani di entrare, l’anno successivo, nella redazione della rivista «Botteghe Oscure». Bassani, secondo Piero Citati, aveva una particolare sensibilità nell’intuire la vera poesia e scovare poeti esordienti. Tra gli scrittori italiani scoperti e promossi annovera appunto Soldati, ma anche Cassola, Calvino, Bertolucci, Caproni e il giovane Pasolini.

[48] M. Soldati, A cena con il commendatore, Milano, Longanesi & C., 1951. Il libro fu pubblicato nella collana “La gaja scienza”.

[49] G. Bassani, Recensione a Mario Soldati, A cena col commendatore (Longanesi, Milano, 1951), in «Paragone-Letteratura», II, 20 agosto 1951, pp. 33-39, con il titolo Nota su Soldati; poi in «La Fiera letteraria», 28 novembre 1954, p. 3 e p. 7, con il titolo Mario Soldati; viene pubblicato infine in Le parole preparate, cit., pp. 127-133, con il titolo Soldati, o dell’essere altrove.

[50] R. Manica, Soldati, Mario in DBI, vol. 93 (2018).

[51] M. Soldati, Il padre degli orfani cit., II, 31, 5 agosto 1950, p. 13.

[52] G. Ansaldo, Un cristiano in tentazione, in Mario Soldati. La gioia di vivere cit., p. 245.

[53] M. Soldati, La confessione di Clemente, in «Il Mondo», VII, 44, 1 novembre 1955, pp. 12-13.

[54] M. Soldati, La confessione, Milano, Garzanti, 1955.

[55] M. Soldati, Natale e Satana, in «Il Mondo», XV, 3, 15 gennaio 1963, pp. 17-18; XV, 4, 22 gennaio 1963, pp. 17-18. Il racconto fu pubblicato nel libro 55 novelle per l’inverno, Milano, Mondadori, 1971. È stato riproposto in M. Soldati, Natale e Satana e altri racconti, ed. Interlinea, 2006.

[56] P.F. Quaglieni, Mario Soldati amico e maestro, in Mario Soldati. La gioia di vivere cit., p. 13.

[57] M. Soldati, Il difetto, in «Il Mondo», XV, 52 29 dicembre 1964, pp. 11-12. Anche Il difetto è stato pubblicato nelle 55 novelle per l’inverno.

[58] L. Piantini, Su Cinematrografo di Mario Soldati, in https://leandropiantini.wordpress.com/recensioni/soldati/