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Vivamus, mea Lesbia, atque amemus… “Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci, e non consideriamo per nulla i brontolii dei vecchi troppo loquaci. I giorni possono tramontare e ritornare, ma noi, una volta che è tramontata la  breve luce della vita dobbiamo dormire una notte eterna. Dammi mille baci e poi cento e poi altri mille e ancora cento, e ancora altri mille e ancora cento. Infine, quando  avremo totalizzato un grosso mucchio di mille baci, li scompiglieremo tutti, perché nessuno possa gettare il malocchio, sapendo che c’è un così grande numero di baci…”.

Sono versi che esprimono un invito appassionato alla vita e all’amore da parte di un poeta che sente la precarietà delle cose umane. Un poeta che si vuole come stordire nell’ebrezza del momento travolto dal giro vorticoso di mille baci, in un festoso crescendo di centinaia e di migliaia, e nel contempo ben cosciente della fragilità della nostra esistenza, destinata a svanire in una lunga notte eterna.

Questo poeta è Catullo, la cui breve vita si spegne a soli 30 anni. Catullo nasce a  Verona  circa nell’ 84 a.C. da una famiglia assai ragguardevole; sappiamo dallo storico e biografo romano Svetonio (Vita di Cesare, 73) che Cesare, nel periodo in cui governava le Gallie, era spesso ospite nella casa del padre del poeta, e sappiamo che, oltre alla casa a Verona, la famiglia del poeta possedeva una villa a Sirmione, a Roma, e presso Tivoli. A Verona Catullo compie gli studi di retorica e di letteratura, e poi, poco più che ventenne, si trasferisce  a Roma, dove entra in contatto con i personaggi dell’alta società e frequenta i circoli mondani  colti  e raffinati, ma anche dissoluti. In questi ambienti ha modo di incontrare nuovamente Clodia, che aveva già potuto conoscere a Verona, quando il padre aveva ospitato a casa  Quinto Metello Celere e la moglie Clodia, sorella del tribuno Clodio, che sarà poi ucciso da Milone nel 52 a.C. Di questa Clodia Cicerone dà, nella Pro Coelio, il ritratto di una donna corrotta e amica omnium. Eppure questa donna (di circa dieci anni più di Catullo), colta e spregiudicata, bella e affascinante, che si atteggia ad anticonformista, specie dopo la morte del marito, esercita un’attrazione irresistibile nell’animo del giovane poeta, che la canta, nelle sue poesie, con il nome di Lesbia.

 È Apuleio, il grande retore romano del II secolo d.C., che identifica Clodia con Lesbia, un nome poetico fittizio. Lesbia, letteralmente“la donna di Lesbo”, con chiaro richiamo alla cultura greca e a Saffo, la poetessa di Lesbo, Lesbia, che Catullo chiama “puella” quale fanciulla eternamente giovane, Lesbia, capricciosa e volubile,fedifraga e adultera, incapace di mantenere il “sacro patto d’amore”, Lesbia, che il poeta amerà per sempre.

Nel 57 Catullo si reca in Bitinia (Asia Minore) per rendere omaggio alla tomba del fratello sepolto nella Troade. Tornato in Italia, si ferma per qualche tempo nella villa paterna a Sirmione, sul lago di Garda, poi ritorna a Roma. Malato e stanco, muore ancor giovane nel 54.

Di Catullo i manoscritti ci hanno tramandato un testo dal titolo Catulli Veronensi Liber, che contiene 116 poesie in vario metro, suddivise non in ordine temporale, ma secondo la struttura metrica.

Abbiamo così un primo gruppo di poesie in endecasillabi, per lo più endecasillabi faleci (1-61), un secondo gruppo in esametri (62-64), un terzo gruppo in distici elegiaci (65-116); al secondo e al terzo gruppo  appartengono i carmina docta, che risentono più specificatamente dell’ alessandrinismo, una tendenza culturale greca che cura essenzialmente la levigatezza della forma, e cerca un contenuto erudito. Penetrato a Roma nel I secolo a.C. l’alessandrinismo è accolto da alcuni circoli letterari di avanguardia, tra cui i poetae novi,  che,  in polemica con la vecchia poesia latina di Plauto, di Ennio, di Lucilio, si dedicano a  una poesia colta nella materia (doctrina), e raffinata nella forma. Al circolo dei poetae novi aderisce Catullo, appena giunto a Roma, e ai suoi canoni resta fedele sempre, senza però mai cadere in inutili intellettualismi. 

La capacità di provare emozioni, di guardare agli aspetti del mondo con puro e immediato sentire, è parte dominante della poetica catulliana. Diversi i generi presenti nel Liber, e diversi i temi: l’amore, l’amicizia, gli affetti, le poesie polemiche, le invettive personali. E sempre, anche nei cosiddetti carmina docta, in cui l’autore canta, alla maniera alessandrina, miti, anche poco noti, con rielaborazione dotta, si fa sentire con forza la personalità del poeta, e la sua esperienza interiore.

Capace di proferir parole che il tempo non deforma, i suoi versi richiamano alla mente momenti, esistenze, contatti consumati, speranze, timori, gioie, paure, ed emergono in primo piano la sua semplicità e la sua irruenza, il suo entusiasmo, e la sua debolezza, insieme alla facilità  a trascendere nell’odio e nell’amore. E anche quando si evidenzia una particolare crudezza di linguaggio, non vi è mai nulla di morboso: il realismo di certi suoi versi è segno di spontanea sensibilità, senza compiacente indugio.

Assai controllata la sua lingua; la parola è semplice e piana solo in apparenza, segno di un’arte mirabile. La sostanza della lingua poetica, con costante richiamo alla pulizia formale, e nella totale padronanza della tecnica di versificazione, da cui promana una sensazione di facilità, evoca il significato più profondo del Liber catulliano, che resta quello segnato dal carattere individuale e intimo dei  componimenti, vergati dalla viva autenticità del sentimento poetico. Non mancano riflessi della poesia nuova: diminutivi, preziosità, grecismi, ricercatezze nel metro, linguaggio moderno e sofisticato, di singolare originalità. Il grande nitore dei versi lascia trasparire il richiamo ai modelli dell’ellenismo, ma anche ai lirici arcaici (Saffo, Archiloco) e alla tragedia, in una forma che è sintesi di grazia alessandrina e potenza espressiva.

La raccolta dei carmi si apre con una dedica a Cornelio Nepote (storico e biografo romano del I secolo a.C.), che  Catullo ringrazia espressamente per aver dato giudizio favorevole alle sue nugae  sciocchezze” poetiche. Cui dono lepidum novum libellum /arida modo pumice expolitum?/ Corneli, tibi; namque tu solebas / meas esse aliquid putare nugas; / iam tum cum ausus es unus Italorum / omne aevum tribus explicare chartis / doctis, Iuppiter, et laboriosis. /Quare habe tibi quidquid hoc libelli, / qualecumque, quod, o patrona Virgo, /plus uno maneat perenne saeclo. (I). “A chi dedico questo grazioso nuovo libricino/ or ora levigato con l’arida pomice? /A te, o Cornelio; infatti tu eri solito ritenere che queste mie sciocchezze valessero qualche cosa; / già allora quando tu solo tra gli Italici  hai osato / spiegare tutta la storia universale / in tre volumi, per Giove, dotti e ben elaborati. / Per la qual cosa abbiti questo qualcosa di libretto /qualunque cosa sia/ e questo, o vergine Musa, / possa rimanere perenne per più di una generazione”.

Il ritmo vivace e leggero, accompagnato dalla freschezza di un sorriso malizioso, pervade tutto il carme. La gradevole soddisfazione e il gioioso compiacimento del poeta per il suo “libretto” appena concluso, sottolineano certo l’eleganza esteriore dell’opera esordiente, ma soprattutto alludono alle qualità intrinseche della poesia neoterica. E intanto, il voluto tono di modestia non attenua la fiduciosa speranza espressa nel verso conclusivo, di una fama che duri nel tempo.

ll  coinvolgimento emotivo della personalità di Catullo entro i limiti della propria esperienza, è chiaramente riscontrabile anche nello scambio letterario  con gli amici, i giovani intellettuali della ristretta cerchia elitaria neoterica. Molti carmi si distinguono come momenti della vita privata di relazione della cerchia del poeta, ringraziamenti, elogio di una nuova opera poetica,  festeggiamenti, da cui emerge un ambiente giovanile di élite, regolato sui valori di eleganza e grazia, di garbo e piacevolezza, valori di una civiltà raffinata, in contrasto con la rustica essenzialità degli antiqui mores romani. In tale ambito si può considerare adatta una nuova letteratura che dia spazio alla delicata espressione di un mondo intimo e personale.

Estraneo alla politica, Catullo non rimane indifferente agli avvenimenti tempestosi e violenti del suo tempo e spesso colpisce con versi  dissacranti nei loro vizi e nella loro vita privata i protagonisti di quegli anni. Addirittura lancia invettive contro Cesare e Pompeo, e contro coloro che, grazie all’appoggio di questi, fanno carriera politica immeritata. Tra l’ironico e il faceto, ad esempio il poeta si azzarda a scrivere: Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere, / nec scire utrum sis albus an ater homo (XCIII). “Non desidero per nulla, Cesare, di volerti piacere, /né sapere se tu sia un uomo bianco o nero”. Cesare non se la prende tanto anzi, lo perdona e accetta le scuse del poeta, la cui posizione sociale è senza dubbio assai solida se può permettersi tali atteggiamenti; per altro il poeta non ha ambizioni politiche.

Al grande oratore Cicerone, invece, Catullo rivolge un elogio sarcastico assai particolare: Disertissime Romuli nepotum, /quot sunt quotque fuere,  Marce Tulli, /quotque post aliis erunt in annis, /gratias tibi maximas Catullus/ agit pessimus omnium poeta, /tanto pessimus omnium poeta,/quanto tu optimus omnium patronus (XLIX). “O il più facondo tra i discendenti di Romolo, /quanti sono e quanti furono, Marco Tullio, / e quanti poi saranno negli anni futuri, /ti ringrazia tantissimo Catullo / il peggior poeta tra tutti,/ di tanto il peggior poeta fra tutti, / quanto tu il migliore tra tutti gli avvocati”.

l tono ironico e scherzosamente irriverente del carme, di cui si ignora l’occasione, rimanda probabilmente al contrasto tra i valori nuovi portati avanti dal giovane intellettuale  e la posizione di conservatorismo dell’illustre avvocato, che non ha mai taciuto la propria disapprovazione nei confronti dei poetae novi. E inoltre, come non dimenticare che proprio Ciceronenella Pro Coelio, aveva accusato Lesbia di facili costumi?

Nel quadro dei vivaci rapporti mondani di Catullo, emerge una vita totalmente occupata dalla poesia, dal senso profondo dell’amicizia e dagli affetti, e tra questi si distingue il grande dolore per la morte del fratello, di cui ci è testimonianza uno dei carmi più accorati, il CI: Multas per gentes et multa per aequora vectus…”trasportato per molte genti e molti mari,/ vengo, o fratello, per queste tristi offerte funebri/ per donarti l’estremo dono di morte, / e parlare invano con il tuo muto cenere…” Il triste colloquio di Catullo sulla tomba del fratello, sepolto nella Troade, è ripreso dai limpidissimi versi di uno dei sonetti maggiori di Foscolo: “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo /di gente in gente, me vedrai seduto/ sulla tua pietra, o fratel mio, gemendo / il fior dei tuoi gentili anni caduto./ La madre or sol, suo dì tardo traendo, / parla di me col tuo cenere muto…”(“In morte del fratello Giovanni”).

Di ritorno dalla Bitinia, Catullo si ferma con grande piacere nella casa paterna di Sirmione, sul lago di Garda: ecco il grido di gioia del poeta: “Paeninsularum, Sirmio, insularumque /ocelle, quascumque in liquentibus stagnis / marique vasto fert uterque Neptunus, / quam te libenter quamque laetus inviso(XXXI) ”Sirmione, pupilla delle penisole e delle isole, tutte quelle che nei lucenti stagni e nel vasto mare sostiene l’uno e l’altro Nettuno,/ quanto volentieri e quanto lieto ti rivedo/ a stento credendo a me stesso di aver lasciato /i campi della Tinia e della Bitinia, e vederti stando al sicuro. / Oh che cosa c’è di più felice degli affanni ormai allontanati, / quando la mente depone ogni preoccupazione e /stanchi per la fatica in terra straniera, veniamo al nostro focolare / e ci riposiamo nel così desiderato letto. / Questa è l’unica cosa che mi rimane in cambio di tanto grandi fatiche./ Salve, o nobile Sirmione, e godi per il tuo padrone; / e godete anche voi, onde lidie del lago; / ridete, quanto di risate c’è in casa.

Ogni più trascurabile episodio della vita acquista importanza e muove l’impulsività del poeta: allora la poesia sgorga per mille rivoli, ora festosa e tersa, ora prepotente e malevola, ma è sempre alta poesia.

Catullo è giovane di squisita dottrina, e spesso i piccoli fatti della vita quotidiana gli favoriscono l’occasione per un breve spunto poetico: l’amicizia, una facezia, la lettura di un libro, un pettegolezzo: nascono allora poesie delicatissime, altre maliziose, altre allegre, come il notissimo invito a cena che il poeta rivolge all’amico Fabullo, che dovrà portarsi tutto, se vorrà mangiare bene e divertirsi: “Cenabis bene, mi Fabulle,  apud me /paucis, si tibi di favent, diebus,/ si tecum attuleris bonam atque magnam /cenam, non sine candida puella / et vino et sale et omnibus cachinnis…”Cenerai bene o mio Fabullo, a casa mia, / tra pochi giorni, se gli dei ti saranno favorevoli, / se avrai portato con te una buona e abbondante cena, / non senza una candida fanciulla / e vino e arguzie e ogni sorta di risate./ Dico che se avrai portato tutto ciò, o mio caro, / cenerai bene: infatti il borsellino / del tuo Catullo è pieno di ragnatele. / Ma in cambio riceverai sincere testimonianze di affetto/ e tutto ciò che c’è di più soave e raffinato: / infatti ti darò un profumo, che alla mia fanciulla / diedero Veneri e Amorini, / e quando tu lo odorerai, pregherai gli dei/ che ti rendano, o Fabullo, tutto naso”. L’allegria e il raffinato gioco di un’amicizia gioiosa sciolgono il tono scherzoso e burlesco  nella spontaneità del buon umore, e il sorriso tempera il moto degli affetti.

Nel Liber molte poesie sono dedicate a Lesbia, la donna per cui Catullo nutre un grande amore. Di questo sentimento abbiamo testimonianza nei carmi, nelle sue fasi alterne, nei momenti di esaltante felicità e nelle fasi di estrema prostrazione. Il poeta cerca in Lesbia un rapporto che unisca la passionalità sensuale e la tenerezza, l’amicizia, la fiducia, la lealtà dell’affetto coniugale. Ma così non accade. L’amore con Lesbia è difficile, segnato da momenti di estasi e di profonda tristezza, di rotture e rappacificazioni, di speranze e disinganni, un amore che è tormento ed è follia.

Iocundum, mea vita, mihi proponis amorem/…O mia vita, tu mi prometti che questo nostro amore sarà per noi felice e durerà per sempre. O grandi dei, fate in modo che lei possa promettere con verità e che dica ciò sinceramente e dal profondo dell’animo, affinché ci sia concesso di protrarre per tutta la vita questo eterno patto di santa amicizia(CIX).

Il poeta qui invoca “un patto di santa amicizia” “sanctae foedus amicitiae”, e professa  in un altro carme  l’integrità della propria fides nei confronti della donna amata: Nulla potest mulier tantum se dicere amatam/ vere, quantum a me Lesbia amata mea es:/ nulla fides nullo fuit umquam in foedere tanta,/ quanta in amore tuo ex parte reperta mea est. (LXXXVII) “Nessuna donna può dire di essere stata amata / veramente, quanto da me, mia Lesbia, sei stata amata: /nessuna fedeltà fu mai in nessun patto tanto grande/ quanto fu trovata  da parte mia nel mio amore per te”.

 Ma Lesbia è capricciosa e volubile, i giorni felici sono ormai trascorsi e restano lontani e il poeta, con struggente rimpianto, invita se stesso a rassegnarsi: Miser Catulle, desinas ineptire, et quod vides perisse, perditum ducas. (VIII) “Infelice Catullo, smetti di vaneggiare, e convinciti che ciò che è perduto è perduto per sempre. Risplendettero un tempo giornate radiose (candidi soles) per te, quando andavi spesso là dove ti conduceva la tua fanciulla, amata da te quanto nessun’altra sarà mai amata…”.

Tutto il carme è percorso da segni che sono allo stesso tempo di commiserazione del poeta verso se stesso e di distanza della donna amata, ma il nodo sentimentale non si scioglie. Il poeta resta lì, come a colloquiare con il proprio cuore, a ricordare l’amore vissuto come vicenda assoluta, nella desolata consapevolezza che i “candidi soles”, i giorni radiosi  non ritorneranno più. Alla gioia dell’amore subentra dunque lo sconforto per l’infedeltà della donna. Un ripiegamento su di sé, uno scandaglio all’interno dell’anima, un invito a rinsavire dopo tanto sconforto, e a resistere con forza: “At tu, Catulle, destinatus, obdura(VIII),  “Ma tu, Catullo, ben fermo, resisti” . Nel verso di chiusura si avverte la frattura tra l’una e l’altra parola, che scava tra le sillabe, ed amplia il significato e l’eco di una voce conclusiva, di un singhiozzo troppo a lungo represso, che porta al sommo della parola tutto il dramma.

L’amore, imprescindibile fascio di forze e di contraddizioni, è un’inquieta interrogazione sulla distanza e sulla memoria, momenti di improvvisa ebrezza, un vibrare inafferrabile, dove i tempi e le immagini del passato si riavvolgono su se stessi. Vorrebbe riavvicinarsi, Lesbia, e manda due messi al poeta, che respinge la richiesta di rappacificazione: troppe le perfidie della donna, a cui Catullo lancia un’accusa violenta: “Cum suis vivat valeatque moechis, /quos simul complexa tenet trecentos, /nullum amans vere, sed identidem omnium ilia rumpens(XI)” Viva pure e stia bene con i suoi amanti, che abbracciandoli tutti insieme ne tiene trecento, non amandone nessuno veramente, ma a tutti continuamente fiaccando i fianchi…” Soffre Catullo per l’impeto della gelosia; il suo assoluto bisogno di amore si confronta con la slealtà e con l’assenza dell’amata. Eppure la sua sensibilità poetica lo induce a scoprire nelle cose e nella vita il segno struggente di quanto è andato perduto: “nec meum respectet, ut ante, amorem, / qui illius culpa cecidit  velut prati/ ultimi flos, praetereunte postquam/ tactus  aratro est.”  (XI) “non guardi più, come prima, al mio amore, che per colpa sua è caduto come un fiore ai bordi di un prato, dopo che è stato reciso dall’aratro che passa oltre. L’immagine è tenue e delicata, intensa e incantevole, ripresa poi dallo stesso Virgilio, Purpureus veluti cum flos  succisus aratro /languescit moriens (Eneide, IX, 435), ricordata da Ariosto, Come purpureo fior languendo muore /che il vomere al passar tagliato lascia (Orl., 18, 153).

Ne deriva un’ebrezza della vita che si ripercuote in un’eco di rimpianto, come a volersi staccare dal proprio dolore, rimane una sorta di parlare pianissimo, tutto dissimulato e lontano, dopo un’apertura incisiva e vibrante; la parola commuove appena la linea del verso, ma l’anima agitata non si placa.

La centralità del discorso amoroso distrugge l’inganno su cui si basa la vita normale, rompe lo schermo di apparenza che nasconde la realtà, la parola poetica si concentra sugli oggetti, creando successioni di immagini dai rilievi nettissimi, avviluppandosi  intorno alla forma e ai gesti. È quanto accade nel carme LI, che racconta gli effetti fisici che la presenza della donna produce sull’innamorato: “Ille mi par esse deo videtur, /ille, si fas est, superare divos” “Quell’uomo mi sembra essere simile a un dio, egli, se è lecito, sembra superare gli stessi dei, egli che, sedendo di fronte a te, continuamente ti guarda e ascolta te che sorridi dolcemente, la qual cosa strappa a me misero tutti i sentimenti: infatti, o Lesbia, non appena ti vedo non mi resta più voce in gola, la lingua si intorpidisce, una tenue fiamma si insinua nelle membra, le orecchie tintinnano di un suono loro proprio, gli occhi sono coperti da una duplice notte”. Il riferimento poetico è una poesia di Saffo, la grande poetessa greca del VI sec. a.C., di cui sono ripresi quasi in parafrasi i meravigliosi versi, che  descrivono una visione di estasi divina dell’amante di fronte alla persona amata. Della poesia di Saffo è bene ricordare la limpida traduzione di Quasimodo. “A me pare uguale agli dei/ chi a te vicino così dolce/suono ascolta mentre tu parli/ e ridi amorosamente. Subito a me/ il cuore si agita nel petto /solo che appena ti veda, e la voce/ non esce e la lingua si lega./ Un fuoco sottile sale rapido alla pelle,/ e ho buio negli occhi e il rombo/ del sangue alle orecchie./ E tutta  in sudore e tremante/ come erba patita scoloro:/ e morte non pare lontana/ a me rapita di mente.

Eppure la tonalità del carme LI è tutta catulliana, basta un lieve tramutarsi di tono a rendere diverse e irriconoscibili le medesime parole, le quali indicano lo smarrimento dell’innamorato davanti all’amata, sbigottimento, rimpianto di non poter essere al posto di chi gode della divina possibilità di osservare la donna amata, e ascoltarla, e vederla sorridere con dolcezza. Il poeta è in preda alle perturbazioni dell’animo, il cuore è frammentato e disperso. L’espressione linguistica, nelle sue caratteristiche di coerenza tonale, costituisce il tratto unificante dell’emozione, coniugando il rigore con la vivacità emotiva, ed apre i confini al genere lirico. Si intrecciano qui momenti di tensione energica e di delicata tenerezza, oggettivati in sensazioni di concreta incapacità di parlare, di sentire, e assurge a prodigioso intenso elemento interiore quella “tenue fiamma che si insinua nelle membra,  in una dimensione simbolica, misteriosa, potente e indefinita.

Le diverse fasi dell’esperienza amorosa portano il poeta a non prestar fede alle promesse di Lesbia: Nulli se dicit mulier mea nubere malle/ quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat(LXX). “La mia amata dice che non vorrebbe unirsi con nessuno, se non con me, neppure se glielo chiedesse lo stesso Giove. Dice così, ma ciò che dice la donna al desideroso innamorato, bisogna scriverlo nel vento e nell’acqua che scorre via veloce. Un’insoddisfazione incessante ingombra il cuore di Catullo.

I continui tradimenti tormentano il poeta, che “brucia” ardentemente nell’animo: l’infedeltà di Lesbia “cogit amare magis, sed bene velle minus(LXXII)“costringe ad amare di più ma a voler meno bene”, come a dire che resta la passione,  ma non vi è più il dolce sentimento che porta a volere il bene della persona amata. Il tradimento è “iniuria”, è un affronto tale che sembra spostarsi sul piano giuridico, è addirittura “contro” ius , contro il diritto, l’affetto si spegne, eppure il delirio arde più potente nell’innamorato. I valori sacri della fides, della pietas, dell’amicizia, su cui si fondano le ragioni etiche, religiose, affettive dei rapporti umani e civili vengono meno. Ma neanche il dominio razionale attenua la sofferenza, l’amore scevro di cerebralismi, vivo e immediato, terso nella semplicità del sentire, esplode nel limpidissimo distico: “Odi et amo. Quare id faciam  fortasse requiris. /Nescio, sed fieri sentio et excrucior.(LXXXV). “Ti odio e ti amo. Perché io faccia ciò forse mi chiedi. Non lo so, ma sento che accade e mi tormento”. Due sentimenti opposti di grande elementare intensità, che Catullo sa esprimere alla perfezione. Già prima di lui, i poeti greci Teognide – V sec. a.C. (io non ti posso odiar e non ti posso più amar) e Anacreonte – VI sec. a.C. (io t’amo e insieme non t’amo più), avevano espresso tale duplicità del sentire, ma Catullo imprime al verso una sfumatura tutta sua, energica, vera, immediata, cristallina,  il sentimento si fa umano, universale sentire, e la tersa levigatezza del verso rende la comunicazione efficace, immediata, e, per così dire, eterna.

Catullo, ormai malato e vicino alla morte, si rivolge  agli dei. Egli è stato fedele al patto d’amore, e anche se è ben consapevole che “difficile est longum subito deponere amoremLXXVI) ”è difficile deporre all’improvviso un grande amore…”  non rivolge agli dei la preghiera che Lesbia gli sia fedele e corrisponda il suo sentimento. Piuttosto possano gli dei strappargli dal cuore questo “terribile malanno (hanc pestem perniciemque), ora che sente prossima la fine della propria vita: “Ormai non chiedo più che lei contraccambi il mio amore, o, cosa impossibile, che lei voglia essere pudica. Io ora desidero star bene e deporre questo tetro morbo…” (LXXVI).

Quasi una sintesi lirica e musicale della storia d’amore, bellissima per commozione e suggestione poetica in questa sorta di congedo, di naturale conclusione. Il carme è per lo più interpretato come uno degli ultimi, quando il poeta sente ormai approssimarsi la morte.

Ci restano impressi nel ricordo i graziosi occhi di Lesbia, “rossi di pianto”, “flendo turgiduli  rubent ocelli(III) per la morte del passero (passer mortuus est meae puellae) tanto caro a colei che Catullo chiama  “puella”,  la “fanciulla” eternamente giovane e bella, che il poeta continua ad amare per tutta la sua breve vita. La splendida Lesbia/Clodia, affascinante per il suo raffinatissimo gusto e la sua cultura, attraente per la sua spregiudicatezza, corteggiata da molti, ma capace di dominare i propri sentimenti, pronta a liberarsi di un amore che non la condizionò mai veramente.

L’amore di Catullo  cade come il fiore reciso ai bordi del prato dall’aratro che passa. Eppure, resta, per il perdurare del tempo, il suo messaggio, quasi che i versi contraddicano le parole: nessun aratro potrà recidere il fiore.

La sostanziale unità della figura artistica di Catullo è dominante in tutto il Liber, formatoda carmi di genere diverso.  Anche nei carmina docta  – per citarne alcuni l’ Attis (63),  La chioma di Berenice (66), l’Epitalamio per le nozze di Peleo e Teti (64) – in cui  con maggior evidenza  si fanno spazio la tecnica raffinata e la doctrina, emerge  con forza la personalità del  Veronese. Tutti i poeti neoterici si sono cimentati nella composizione di un poemetto mitologico, e così fa anche Catullo nel carme 64, un epillio di grande impegno artistico sulle nozze di Peleo e Teti, al cui interno è inserita l’ampia “digressione” del mito di Arianna abbandonata.

L’episodio di Arianna che, dopo aver aiutato Teseo nell’impresa del Minotauro, fugge da Creta con l’eroe ma viene da questi abbandonata nell’isola di Nasso mentre è addormentata, è ricamato nella coperta del letto nuziale di Peleo e Teti.

Quando Arianna si risveglia e vede l’eroe ormai lontano con la sua nave, si scioglie in lacrime, una lacerante angoscia si impadronisce del suo cuore, un dolore smisurato sconfigge il silenzio rovinoso di un paesaggio che le è estraneo, e resta l’immagine costante di un desiderio che non è possibile colmare.

Arianna viene poi salvata dal dio Dioniso, che la rende sua sposa.

Di straordinaria efficacia patetica,  il lamento di Arianna è ispirato ai discorsi di Medea in Euripide e Apollonio Rodio, e  riecheggerà in Virgilio, nelle parole di Medea, ma del tutto catulliani sono i temi incentrati sulla potenza magica del sentimento amoroso  intriso di connotazioni laceranti, di felicità e di sofferenza.

(Difficile non pensare alla drammatica monodia dell’Arianna a Nasso di Claudio Monteverdi, uno dei pezzi più struggenti di tutta la storia della musica).

Namque fluentisono prospectans litore Diae / Thesea cedentem celeri cum classe tuetur / indomitos in corde gerens Ariadna furores,/ necdum etiam sese quae visit visere credit, / utpote fallaci quae tum primum excita somno / desertam in sola miseram se cernat harena(LXIV) “Infatti Arianna, osservando da lontano dal litorale di Dia (Nasso) che risuona del fragore delle onde, / vede Teseo che si allontana con la veloce flotta, e portando nel cuore indomabili furori, / non ancora crede di vedere ciò che ha visto, / poiché, non appena scossa dall’ingannevole sonno, / vede se stessa infelice abbandonata nella solitaria spiaggia./ Ma il giovane immemore fuggendo percuote le onde con i remi, / abbandonando al vento procelloso le promesse non mantenute./ E lo osserva da lontano dal litorale, la figlia di Minosse, con gli occhietti tristi, / come una immagine di pietra di una Baccante, lo osserva, ahimè, / ed è agitata dalle grandi onde degli affanni, /non trattenendo dal biondo capo il piccolo cappellino, /non coperto il petto velato dal lieve velo, / oggetti che, scivolati qua e là da tutto il corpo, / sfioravano le onde del mare davanti ai suoi piedi. / Ma lei, non preoccupandosi né del cappellino, né del velo che scivolava giù, / folle pendeva con tutta la mente, con tutto l’animo, con tutto il cuore, da te, Teseo. (LXIV, vv.52-69).

Le immagini si snodano le une dalle altre, obbedendo più che a uno schema prefissato,  alla logica dei sentimenti. Lo sfogo disfatto del pianto è come raffrenato dalla figura (effigies) dell’eroina ut saxea effigies Bacchantis, immobile come se fosse di pietra, ma scomposta come una Baccante.

 il rigore dello stile e della composizione  domina la forte carica drammatica, che non perde, anzi, intensifica la sua capacità di commozione, in un linguaggio che oscilla tra un linguaggio lirico, disteso e pacato e un linguaggio drammatico, irto e rotto.

In tutto il carme 64 si alternano immagini epiche a tratti di preziosismo pittorico ed espressioni commoventi,  a periodi ampi e articolati brevi frasi colloquiali, a vocaboli di conio erudito parole del linguaggio familiare e intimo. Il potere della parola crea un movimento melodico soave e leggero, ma  nasconde un accurato lavoro retorico controllatissimo L’omogeneità tonale del  vocabolario, costruito resecando gli estremi del tecnicismo da un lato e del parlato dall’altro, porta ad una lingua aristocratica e selettiva.  L’associazione tra dolcezza stilistica e significazione razionale genera il grande codice della poesia d’amore dando voce del tutto unica alla passione e al desiderio, toccante nella sua straordinaria dolcezza.

La vicenda di Arianna, che sembra riflettere l’esperienza tormentata e delusa del poeta, riproduce come una eco di  sofferenza i processi che avvengono  nell’anima dall’assenza irrevocabile della persona amata, che Catullo ben conosce. Molti temi trattati nei carmina docta sono coerenti con le note più profonde del Catullo autobiografico, tuttavia – come è stato ben osservato – ogni racconto mitico riveste un significato autonomo, ed è forzato vedervi soltanto un riflesso delle esperienze sentimentali private del poeta.

Certo è che, nella grandiosità tragica del mito di Arianna, sullo sfondo brutale di un amore devoto tradito e offeso, è giustificato cogliere in filigrana il conflitto personale di Catullo, tra l’aspirazione a un ideale di sacralità coniugale e l’esperienza di un patto d’amore incompreso e calpestato.

Catullo fissa nelle forme perfette della poesia le vicende interne ed esterne alla sua vita, purificandole in un’atmosfera di sorprendente intensità, mai dissociate dal controllo di una elaborazione intellettuale che la poetica neoterica esige, e che egli ha ben precisato nella celebrazione della Zmyrna (XCV) del suo amico Elvio Cinna, quasi un manifesto di scuola.

Piace e meraviglia in Catullo proprio quel suo veder le cose insieme familiarmente e con un senso vivo e fresco. Un grande poeta che ha saputo rivendicare con forza una poesia capace di cantare la dignità della vita individuale, una poesia calata nel privato  che è riuscita, con una così straordinaria armonia di sentimento ed espressione, a vincere le barriere del tempo.

Gabriella De Blasio