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La rinascita di una nazione passa anche attraverso le sue architetture ed i suoi progetti urbanistici. In questo caso, nell’epoca in cui stiamo attraversando ancora le acque perigliose dell’emergenza Covid, è assolutamente emblematica l’ultimazione del nuovo ponte di Genova di Renzo Piano, che ha preso il posto del crollato ponte Morandi. Il grande filosofo Seneca affermava ( secondo me giustamente) che “era un’età infelice quella prima dei giorni degli architetti, prima dei giorni dei costruttori”. Oggi, in un’epoca in cui la solidarietà e l’umanità sono prerogative indispensabili per attuare la ricostruzione post emergenza Covid, un ponte come quello progettato da Renzo Piano diventa emblema e metafora della necessità di “gettare ponti” e non erigere barriere nei confronti del prossimo.Avevo sempre ritenuto che ponti e strade fossero semplici costruzioni inanimate e fredde, almeno fino a poche sere fa, quando ho ascoltato l’intervista televisiva di Renzo Piano, secondo me uno dei massimi architetti viventi al mondo.Per rendere l’idea del nuovo ponte da lui progettato, egli ha usato un solo aggettivo “silenzioso”, creando, secondo me, una sinestesia molto efficace. E poi si è richiamato ad uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, Giorgio Caproni, che ha definito Genova “città di ferro e di aria”. Anche attraverso questa umanizzazione e questi ponti gettati tra discipline diverse, quali architettura, letteratura e poesia, può passare un percorso di rinascita di un Paese provato da una grave emergenza, ma ricco di profonde risorse interiori

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