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La didattica a distanza continua, dopo un avvio provvisorio diventato definitivo per questo anno scolastico e alcuni iniziano sempre più a confonderla con quella in presenza. Forse sarebbe utile chiamarla didattica di emergenza. In seguito alla decisione di chiudere di fatto l’anno scolastico con promozioni anticipate, decretate troppo anticipatamente per non sabotare un rapporto effettivo di insegnamento e apprendimento reso complicato dall’homeschooling, non è cambiato nulla; l’unica pseudo novità e l’ordinanza ministeriale del 17 aprile sulla “Modalità di costituzione e di nomina delle commissioni dell’esame di Stato, conclusivo del secondo ciclo di istruzione per l’anno scolastico 2019/2020″.

Nulla di sostanziale in realtà, si tratta della pura formalizzazione di ciò che era stato annunciato sui media. Su come saranno gli esami di stato, in presenza oppure online, e su tutto l’apparato che li sorregge, nessuna ordinanza. Idem sui criteri di valutazione, sulla gestione dei corsi di recupero autunnali affinché non diventino una farsa. Sembra di percepire una tendenza: preservare le autonomie scolastiche e la libertà d’insegnamento; ma a ben vedere quello che accade rientra nell’arte di arrangiarsi tipicamente italiana. Quello che abbiamo anche appreso è che la Ministra è ora affiancata da una task force di esperti (alcuni media ne contano 100, la fonte del MIUR ne dichiara 18), ma non è chiaro cosa stia facendo.

Pare che il Governo si stia complessivamente avvalendo di 450 esperti come consulenti, con una modalità di consultazione molto assembleare, una forma operativa molto confusa e una catena decisionale molto opaca. Molto rilevante è anche il fatto che la presenza di donne sia ridotta a un lumicino.

Piccola, apparente digressione. Quando ho letto questi numeri, ho pensato immediatamente a un testo dell’artista americana Laurie Anderson: Only an Expert, incluso in un lavoro musicale del 2010. L’artista naviga con la parola “intorno” alla figura dell’esperto e al suo autorizzarsi a definire un problema, che a sua volta lo fa divenire l’esperto di quel problema: insomma un labirinto iperbolico.

Gli artisti sono sempre dei fari puntati sulla realtà in modo anomalo, consentendoci di guardare le cose in un altro modo, che però potrebbe essere utile anche in questa contingenza politica. Sembra che io stia parlando d’altro che della scuola e dei sui problemi Covid-correlati, ma in realtà non è così. Nutro fiducia nel modello scientifico, ma non ne ho altrettanto rispetto alla tecnica, che non è un metodo, ma una pratica che si autolegittima e quindi diventa indiscutibile, semplicemente perché solo gli esperti possono parlarne efficacemente. È chiaro a tutti che per occuparsi di qualsiasi cosa è necessario avere conoscenze e competenze specifiche, così com’è anche chiaro che, più allarghiamo il nostro sguardo di azione, più avremo strumenti per comprendere quella cosa, in relazione ad altre.

La conoscenza è sempre in primo luogo l’intelligenza e la consapevolezza, non la “certezza” di queste relazioni. I “tecnici” autoreferenziali – anche quelli della scuola – parlano come se tutte le cose fossero esattamente coincidenti con la visuale con cui le guardano, le usano e le organizzano. Come i virologi che pensano di potere decidere, e prima ancora di sapere, come si deve governare una società intrappolata in una pandemia, perché sono “esperti” di virus. Sarebbe lo stesso se gli esperti di psicologia cognitiva volessero decidere l’organizzazione della scuola, perché esperti dei processi di apprendimento. La scuola è un pezzo – possibilmente non separato – della società e quindi è una “comunità democratica”. Gli articoli 33 e 34 della Costituzione fissano l’inquadramento generale e con chiarezza estrema ne tracciano gli ambiti, in un quadro generale di libertà d’insegnamento. Al contempo si prefigura la necessità di assicurare la continuità scolastica ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi.

Quel che sta scritto nella Costituzione però è un “compito” della scuola, ma non è ancora sufficiente per dire come deve funzionare e come deve adeguarsi al cambiamento della società. Dal 1946 a oggi, sono stati quasi una quarantina, i Ministri dell’Istruzione; ne consegue che hanno spesso governato il dicastero per pochissimo. La maggioranza di loro è stata emanazione, diretta o indiretta, della Democrazia Cristiana. Pochissimi sono sfuggiti a questa logica, pur non volendo imputare solo alla democristianità o alla democristianeria i problemi della scuola italiana. Voglio ricordarne due che, per ragioni diverse, hanno costituito una splendida anomalia. Luigi Berlinguer dal 1996 al 2000 che, in continuità attraverso tre governi (Prodi I, D’Alema I e II) nel 1999 tentò inutilmente di percorrere una strada meritocratica rivolta agli insegnanti e dovette per questo fronteggiare una rivolta. E questo lo ripeto è un nodo del problema come avrebbe detto Ronald David Laing. L’altra figura è Tullio Di Mauro, linguista e accademico, che presiedette il Ministero per un solo anno nel Governo Amato II.

Due figure che, nel loro breve precedere, hanno lasciato una memoria importante e in qualche modo dissonante in un panorama di continuità deleteria.
Educazione e istruzione. Spesso si equivoca equiparando i due termini, quasi fossero sinonimi, in realtà si tratta di obiettivi che sicuramente si sovrappongono, ma non sono confondibili. Occorre poi ancora aggiungere un altro aspetto utile al ragionamento: esistono cicli scolastici dedicati a diverse fasi della vita, la scuola primaria e le due secondarie, tralasciando i percorsi successivi. Inoltre nei cicli di scuola secondaria superiore esistono molte ramificazioni riconducibili, fondamentalmente, a tre: quella professionale, quella tecnica e quella dei licei.

Per quanto riguarda la formazione degli insegnanti la più attrezzata è, sicuramente ancora oggi, quella della scuola primaria. Semplicemente perché ha sviluppato nel tempo, sia nei cicli di preparazione sia mediante un lavoro in progress della pratica dell’insegnamento, un approccio legato alle discipline pedagogiche e nel tempo a tutti gli ambiti delle scienze cosiddette umane, ovviamente non tralasciando le competenze specifiche dell’apprendimento: la lingua, i numeri, le arti.
Il buco nero che tutto inghiotte tende a crearsi nel momento in cui per gli insegnanti dei cicli successivi quest’approccio non è più centrale, ma prevalgono le conoscenze disciplinari. Negli ultimi anni ci si è trastullati con l’idea che fossero le competenze quelle da attivare, come se non fossero necessariamente in stretta relazione con le conoscenze. I meccanismi di reclutamento degli insegnanti non verificano in alcun modo il loro stato mentale e, del tutto marginalmente, se possiedono “strumenti” pedagogici o psicologici… insomma quell’armamentario che consente di non dimenticarsi che si tratta di relazioni con esseri umani. Si aggiunga che, nell’ultimo decennio, la logica aziendalistica è diventata un mantra che non è esattamente applicabile all’agenzia formativa scolastica. La mancanza di visione e di durata dei vari dicasteri, non ha mai consentito una visione ampia, che premiasse una ricerca metodologica affinata alle conoscenze e agli studi sul campo. Ogni ministro ha fatto il suo show mediatico con la sola ansia di lasciare un segno spendibile elettoralmente.

Si aggiungano almeno tre fatti, non trascurabili:
1. l’universo di conoscenze pedagogiche e più in generale delle scienze umane ha soltanto sfiorato, in Italia, la scuola, soprattutto quella media e non è un caso che in tutte le indagini internazionali ci poniamo agli ultimissimi posti proprio in quella fascia di età degli studenti.

2. nei decenni la scuola primaria e la media superiore hanno affrontato riforme o pseudo tali, la media inferiore no e il risultato si vede (dai livelli di apprendimento e non solo).

3. l’assenza di principi meritocratici. Questo è un elemento che però appartiene a tutta la società italiana, a tutti gli apparati pubblici e in gran parte anche privati. L’errore è parlarne come se la soluzione fosse abbandonare i mediocri lungo la strada, mentre il problema è esattamente quello contrario, quello di organizzare una scuola non mediocre, che sia in grado di promuovere uguali opportunità di conoscenza e di crescita per tutti.

Se insegnare ed educare non sono sinonimi, e non lo sono, quello che in qualche modo è palese è che noi (insegnanti) siamo il veicolo trasmettitore, ma c’è comunicazione solo e soltanto se c’è coinvolgimento reale: empatia, scambio di informazioni (s’impara facendo, sapendo cosa si fa e s’impara ascoltando quelli a cui si parla). Così facendo anche si educa a una relazione che non ha solo un fine cognitivo ed è ovvio che in questo sforzo un ruolo spetti anche alle famiglie (ma non per azzerare il costo educativo della scuola).

Non è però un caso che i “partiti della famiglia” siano gli stessi che perseguono un odio metodologico verso tutto ciò che esce da quel contenitore, forzatamente ideale. Abbiamo poi insegnanti di religione cattolica che si sentono autorità morali: ma di cosa stiamo parlando? Di persone entrate nella scuola da una porta secondaria, con carriere decise a tavolino dall’apparato burocratico di un altro Stato. Senza essere sottoposte a curricoli che il nostro Stato può verificare e per giunta pagati di più, sempre nella scuola media, parificandoli ai docenti del ciclo successivo. E poi perché mai dovrebbe essere quest’autorità, cosa gli conferisce questo compito, con quali conoscenze e competenze? La pochezza del sistema scuola si riflette anche nelle sue logiche di riconoscimento economico: più sono piccoli gli alunni e meno paghi gli insegnanti, con una logica anagrafica discutibilissima. La fotografia dell’oggi è il riflesso della messinscena costruita su questi presupposti nel tempo. La Ministra in carica è la rappresentazione plastica di uno svuotamento di significati slegati dai significanti; siamo giunti al limite, camminiamo sul bordo del nulla.

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